Pasquale Frisone.
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VITA NELL'ANTICA ROMA REPUBBLICANA.
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Parte 1.
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2017 Elison Publishing, Novoli (LE).
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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..... gli Stati nascono, crescono e infine decadono per saziet
e perch non hanno pi nulla da esprimere
Marco Tullio Cicerone.

Un pensiero dell'autore.

Per porre in chiara luce il comportamento di un popolo nelle sue molteplici variet, la storia da sola non basta e necessita che sia integrata con gli aspetti societari che l'hanno accompagnata nel divenire. Fiumi d'inchiostro e montagne di carta sono stati impiegati per descrivere secoli e secoli di vita dell'antica Roma, sarebbe quindi pretenzioso volere aggiungere un minimo a quanto illustri letterati di ogni tempo hanno scritto su una civilt millenaria tanto celebrata.
In un'epoca di globalizzazione avviata verso un processo in cui persone e comportamenti vanno a uniformarsi alle tendenze dominanti, cancellando cos le peculiarit proprie distintive di ogni popolo, con un disinteressato lavoro frutto di notizie raccolte in anni di dedizione, intendo soltanto rendere omaggio ai nostri progenitori che con i loro meriti hanno impresso al nostro paese un carattere ben definito che per il trascorrere del tempo  rimasto un distaccato ricordo. Se poi il contenuto del testo dovesse riscuotere il gradimento di qualche lettore, non potrei che essere felice per l'interesse suscitato, ma soprattutto per aver stimolato interesse verso un settore culturale riconducibile alle nostre origini.

Prefazione.

Nessun popolo ha saputo coniugare la qualit guerriera con l'attributo di esportatrice di civilt come fu capace di fare la remota stirpe romano-italica: l'estensione dei territori conquistati e il numero dei popoli sottomessi lo dimostrano, al pari dei resti di grandiose opere, mute vestigia di un passato illustre, sparse in tutte le regioni che costituirono l'impero.
A Roma era tradizione che durante la guerra le porte del tempio di Giano rimanessero aperte; ebbene dalla nascita della Citt fino all'avvento del principato furono chiuse soltanto una volta alla fine delle guerre puniche. Similmente a una valanga inarrestabile, le legioni romane prima travolsero la penisola italica, poi sottomisero tutte le regioni circostanti al bacino Mediterraneo e una grandissima parte dell'Europa, mentre all'interno della societ scoppiavano contraddizioni sempre pi violente e mai risolte. Nonostante le guerre che si succedevano senza soluzione di continuit, intervallate da lotte sociali, rivolte di schiavi e conflitti civili, il popolo romano progrediva, avvalendosi dell'opera di una smisurata massa schiavile, forza motrice di un'economia trainata dalla valente classe artigiana e commerciale.
Nel continuo ribollio del calderone cittadino, i Quiriti nel percorso della vita assolvevano le attivit quotidiane nell'identica misura degli abitanti di qualsiasi epoca e di ogni altra citt del mondo. Da bambini giocavano e andavano a scuola, da adulti, pur non trascurando il divertimento, diventavano abili artigiani, valorosi combattenti, si sposavano e come avviene a ogni essere vivente, si ammalavano e morivano, secondo un consuetudinario clich in cui i cambiamenti, alla stessa stregua di tutte le societ antiche, avvenivano quasi mai repentinamente, bens per gradi e in tempi lunghi, a volta attraverso il trascorrere di secoli.
Ma quali erano i comportamenti quotidiani dei Quiriti? Cosa e come mangiavano? Dove andavano a divertirsi? Con quale rito si sposavano? E che avveniva quando morivano? Insomma quali erano gli aspetti della vita quotidiana che i nostri progenitori conducevano dalla nascita sino alla fine dei loro giorni?
Attingendo a fonti storiche classiche (Gellio, Livio, Plinio, Plutarco, Svetonio ...) e moderne (Carcorpino, Michelet, Mommsen, Veyne, Finley ...) e ad altre minori altrettanto credibili, ho cercato di dare a ciascuna di tante domande una risposta argomentata basata sull'et repubblicana, il periodo storico di Roma pi affascinante, per i grandissimi personaggi che la Citt eterna ha espresso. Talvolta, al fine di approfondire i temi esposti e per iniziare e chiudere col dovuto criterio un percorso intrapreso, ho esteso lo studio alle epoche attigue alla repubblica: monarchia e impero, e in qualche circostanza a suffragio di una riflessione, di un avvenimento o di una particolarit, mi sono avvalso di appropriati componimenti poetici, citazioni e racconti di famosi letterati della latinit, riportati in corsivo.
Ad esempio, nel capitolo primo dedicato alla famiglia, per presentare in tutta la sua durezza l'auctoritas esercitata del pater familias sui congiunti, ho ritenuto calzante riprodurre quanto Cicerone e Livio scrivono rispettivamente a proposito di Appio Claudio Cieco e di tre personaggi di tre generazioni contigue della gens Manlia. Nella parte riservata alla schiavit e ai liberti, alla descrizione della forma di manumissione perfetta (manumissio vindicta) ho abbinato il racconto di Plutarco sullo schiavo Vindicio dal quale tale forma di liberazione prese il nome. E quando mi si  presentata l'opportunit, non ho rinunciato a condire l'argomento trattato, con salaci motteggi e poesie dei caustici Marziale, Giovenale e Orazio. Scrivendo dei gladiatori, non ho potuto fare a meno d'invadere il campo dell'impero e visitare fugacemente il Colosseo. Lo stesso criterio di sconfinare nelle epoche attigue alla repubblica,  valso per alcuni argomenti, quali le corse dei carri nel Circo Massimo, che hanno interessato tutti e tre evi della vita di Roma. E infine trattando il calendario elaborato in principio da Romolo e modificato dai governanti successivi, ho ritenuto opportuno portare a compimento il relativo capitolo con un compendio attinente all'epoca attuale.
Nella stesura dell'opera, per un sentito atto di amore verso una grande civilt passata, ho provato con discrezione a osservare il modo di vivere dei nostri progenitori e cercare di comprendere quel mondo consumato dal tempo e ormai inesistente. L'indagine  incominciata dalla famiglia, la cellula pi piccola della collettivit, chiaro mezzo rivelatore dello stato evolutivo raggiunto dal popolo, ed  terminata col calendario, ovverosia col sistema adottato dall'uomo per suddividere il tempo in identici cicli ricorrenti, rimasto di soluzione imperfetta per parecchi secoli.

1. La famiglia.

Fin dalle remote origini la tipologia della famiglia umana ha subto trasformazioni, adattandosi di volta in volta alla societ della quale  cellula costitutiva, ma pur assumendo nelle diverse situazioni sociali e culturali una straordinaria variet di forme tali da rendere dubbiosa la precisazione di un tratto distintivo che la caratterizzi in ogni circostanza, ha conservato sempre come ultimo fine la volont di riprodurre e perpetuare sul piano biologico e culturale la collettivit di cui  parte essenziale.
Per quanto riguarda il significato sociale di famiglia, nel termine stesso latino di familia risiedono i concetti fondamentali sia della gens di appartenenza, comprensiva di persone con lo stesso nome gentilizio e dalla discendenza da un capostipite in comune, sia dell'insieme d'individui soggetti al pater familias (padre di famiglia), schiavi compresi, come il vocabolo famulus (schiavo, servo, domestico), identico nella radice fam a quello della voce familia, chiaramente richiama.
L'antica famiglia romana dissomigliava fondamentalmente da quella attuale, giacch nel raffronto con quella d'oggi, la sola caratteristica condivisa ed emergente sta nel legame di sangue tra i singoli membri. A tenerla unita non era il rapporto d'amore o l'affetto fra i suoi elementi, e nemmeno la parentela tra i congiunti, ma la completa sottomissione al pater familias, il capo assoluto che all'interno del piccolo nucleo sociale rappresentava nello stesso tempo il dio vivente e il sacerdote, dal momento che spettava a lui celebrare i riti familiari sacrificali, aiutato dai figli che col nome di camilli lo assistevano, porgendogli gli strumenti da utilizzare per l'immolazione delle vittime. Si trattava, in complesso, di un nucleo sociale di struttura patriarcale, impostato su schemi rigidi e fredde regole e sottomesso al padre padrone che esercitava un'autorit indiscutibile su tutto il micro-mondo a lui circostante.
Nella remota antichit per figli, moglie e schiavi il pater familias rappresentava un'autentica divinit vivente; tutti gli di s'invocavano con il nome di Padri, tuttavia soltanto lui era considerato il dio in vita di chi si raccoglieva dinnanzi al focolare domestico; soltanto al capo famiglia appartenevano la terra, il sacrificio e l'asta. Unicamente chi impugnava l'asta, simboleggiando di sostenere con le armi le sue legittime richieste, era padrone della terra e per lo ius Quiritium (diritto dei Quiriti) aveva anche il diritto di eredit e di entrare in possesso dei beni conquistati al nemico. La terra posseduta, secondo il primitivo ordinamento giuridico, passava con la lancia da padre in figlio, e se il capofamiglia avesse voluto stabilire altrimenti, avrebbe dovuto porre la questione davanti ai comizi curiati, l'assemblea popolare deputata ad approvare il cambiamento (Michelet). L'impegno morale del genitore nei confronti dei figli, per quel che riguardava la trasmissione dei beni, era tanto avvertito dai Romani, da essere considerato delitto la dissipazione del patrimonio avito a danno della prole (Mommesen).
La primitiva giurisprudenza romana reputava il potere assoluto (manus o conventio in manus) del capofamiglia un'emanazione del diritto di propriet che valicava le mura domestiche e si estendeva anche alla parentela discendente e collaterale. Solo i figli delle figlie appartenevano al nonno paterno; i figli celibi o sposati e le nuore, erano considerati di propriet del capofamiglia e per tale ragione potevano essere percossi, incarcerati, dati in pegno come forza lavoro (nexum) e per lo ius vendendi (diritto di vendita) essere venduti come schiavi e sottoposti a pena di morte (necis potestas). Perfino i figli maschi maggiorenni, sposati e usciti dalla casa paterna, sottostavano all'autctoritas (autorevolezza, autorit) del capo famiglia. Il padre durante la sua vita aveva il permesso di prendere misure dannose nei confronti dei figli, poich la legge era moderata nelle limitazioni personali del proprietario e ordinariamente gli concedeva la facolt di disporre liberamente di tutto il suo patrimonio.
Il rapporto giuridico tra i congiunti era molto simile, se non peggiore, da quello allora esistente tra padrone e persone completamente asservite, poich se un padrone vendeva il servo e il padre vendeva il figlio, e l'acquirente concedeva la libert a entrambi, il servo riacquistava la libert mentre il figlio ritornava sotto la podest del padre e affinch fosse svincolato definitivamente dall'autorit paterna, per legge doveva essere venduto e riscattato per ben tre volte. In pratica era pi facile allo schiavo riacquistare la libert dal padrone, anzich al figlio di liberarsi dall'oppressivo potere paterno. In questo genere particolare di compravendita se l'acquirente era uno straniero, il figlio venduto diventava suo schiavo, in caso di compratore romano, il figlio assumeva la posizione di servo di fatto e non di diritto, perch la legge vietava ai Quiriti di tenere in schiavit persone di cittadinanza romana.
Raffrontati ai nostri tempi, quei rigidi rapporti familiari, peraltro sostenuti da un'altrettanta rigorosa legge, sono considerati di severit eccessiva, ma sulla loro durezza poggiava la stabilit e la compattezza delle famiglie, il cui insieme formava il solido fondamento dello Stato romano. Difatti le famiglie e non i singoli individui costituivano la salda base della societ di allora.
I diritti di schiavi e dei familiari restavano quindi sospesi fin quando il padrone di casa era in vita. La sottomissione al pater familias veniva a cessare alla sua morte, solo allora i figli gli subentravano, diventavano a loro volta capi di casa e acquistavano sulle mogli e sui propri figli gli stessi diritti esercitati dal padre fino a quando era rimasto in vita; la madre passava sotto la loro tutela e le sorelle sotto la autorit dei fratelli, mentre gli schiavi conservavano l'identica posizione giuridica.
Lo Stato dava ai figli emancipati la capacit di diritto pubblico, cio la possibilit di partecipare alla vita politica della repubblica (assemblee, votazioni, elezioni) - sia da elettori, sia da canditati -, ma titolare del diritto privato rimaneva sempre e unicamente il capo famiglia.
Appio Claudio, soprannominato il Cieco e ricordato per aver costruito da censore la via Appia (regina viarum) che da Roma andava a Capua, conserv per tutta la vita grande energia e forza d'animo. Da vecchio, non essendo pi in grado di camminare, si fece trasportare nella Curia su di una lettiga e con un discorso di grande abilit oratoria convinse il Senato a rifiutare le proposte di pace offerte da Pirro in un momento di difficolt per i Romani. Bench fosse diventato decrepito, non aveva perso il carattere forte e autoritario e comandava dispoticamente tutta la sua famiglia formata da quattro figli di rango consolare, cinque figlie e una schiera di clienti, oltre che da una pletora di schiavi. Scrive Cicerone in De senectude (La vecchiaia): Appio, vecchio e cieco, comandava su quattro robusti figli, cinque figlie, una grande casa e una nutrita clientela. Aveva l'animo sempre teso come un arco che la vecchiaia non aveva potuto allentare. Possedeva non solo l'autorit, ma anche il comando sopra i suoi. I servi lo temevano, i figli lo riverivano; tutti lo tenevano caro. In quella casa si rispettavano gli antichi costumi e la disciplina.
Il cittadino romano anche se raggiungeva le pi alte cariche dello Stato, per legge diventava proprietario di un patrimonio personale solo alla morte del padre; fino al funesto evento poteva disporre semplicemente di un'eventuale elargizione (peculio) in denaro o in terreno, messa a disposizione dal genitore e in ogni momento revocabile.
Quinto Fabio Massimo Rulliano, bisnonno del pi conosciuto omonimo Quinto Fabio Massimo Temporeggiatore (cunctator), divenuto famoso per aver tenuto in scacco Annibale con una tattica di guerriglia durante gli anni bui della seconda guerra punica, era stato cinque volte console e aveva celebrato pi di una volta il trionfo per aver vinto importanti guerre. In vecchiaia partecip a una spedizione militare col grado di luogotenente del figlio console. Cessata la guerra, mentre a cavallo insieme con altri reduci seguiva il corteo trionfale del figlio vincitore, si vantava di essere il padrone di un discendente molto glorioso; per quel motivo considerava se stesso il pi importante dei cittadini.
L'episodio evidenzia che un massimo magistrato della Repubblica, nei casi in cui rivestiva una carica dello Stato, deteneva il potere di comando politico e militare sul genitore, ma in mbito familiare, in qualit di figlio aveva l'obbligo di sottostare al dominio del padre. Venendo a mancare i sentimenti d'amore che congiungono i padri ai figli e riducendosi il legame pressoch a un arido rapporto regolato dalle norme giuridiche, nei momenti di difficolt economica i figli, per l'impossibilit di poter contare su di un patrimonio personale, ricorsero spesso all'assassinio del padre, quale unico mezzo per entrare in possesso dei suoi beni. Il parricidio, forma abbietta d'omicidio, e termine con cui oltre l'uccisione del genitore era definito l'assassinio di qualunque altro libero cittadino romano, percorse in lungo e in largo la societ romana tanto da divenire un'autentica nevrosi nazionale (Veyne).
Lo Stato, per arginare l'efferato delitto, eman una legge che puniva gli uccisori dei propri padri con una delle pi atroci pene capitali: la morte dentro un sacco di cuoio (culleum). I carnefici dopo aver fustigato il condannato con verghe ricavate da rami di alberi sacri alle deit infernali, lo cucivano dentro un sacco di cuoio o di tessuto ricoperto di pece, simboleggiante la separazione del parricida dal resto dell'universo, causata dall'orrendo crimine commesso. Nel contenitore che sarebbe stato la sua tomba, con il reo venivano chiusi una scimmia (o un'ape), un cane, una vipera, e un gallo. Interpretazioni simboliche divergenti e dubbie sono state date nel tempo ai quattro animali. L'unica certezza  che le bestie, sentendosi intrappolate, si rivoltavano contro l'uomo tenuto prigioniero e lo tormentavano in attesa che sopraggiungesse la morte. Completate le operazioni preliminari, i giustizieri issavano il sacco su un carro trainato da un bue nero e lo trasportavano verso un vicino fiume o in riva al mare e appena giunto a destinazione lo scaraventavano in acqua.
Nella rigidit dei rapporti quotidiani tra padre e figlio il rispetto delle regole prevaleva sul vincolo di sangue e raggiungeva l'eccesso nella vita militare: espressivi gli episodi legati a tre personaggi di tre generazioni contigue, tutti appartenenti alla famiglia dei Manlii. A volerli giudicare con un metro adoperato ai giorni d'oggi, le vicende ci raccapricciano, ma nello stesso tempo ci illuminano sulla durezza delle relazioni esistenti tra i padri e i figli.
Lucio Manlio era stato nominato dittatore dal Senato, affinch potesse essere celebrata una particolare pubblica cerimonia chiamata fissione del chiodo, un rito particolare che richiedeva la partecipazione del magistrato pi alto in grado. Da due anni gli di sembravano accanirsi contro Roma; a una pestilenza, si era aggiunta l'inondazione della citt dovuta allo straripamento del Tevere e nonostante si fosse fatto tutto l'umanamente possibile per placare l'ira degli dei, anche con l'istituzione di ludi scenici in cui partecipavano danzatori e suonatori chiamati per l'occasione dall'Etruria, le sventure non erano cessate nemmeno dopo le suppliche rivolte alle divinit. Gli anziani si ricordarono allora di una cerimonia istituita un anno dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo. Il rito dal III secolo avanti Cristo era caduto in disuso e consisteva nella fissione di un chiodo da parte del dittatore, sul lato destro del tempio di Giove Ottimo Massimo, dalla parte della cappella di Minerva, la dea della memoria (mens, menervare) alla quale si attribuiva l'invenzione dei numeri. Si credeva che i chiodi rappresentassero il segno del passaggio degli anni e fin dai tempi remoti erano piantati a scopo di purificazione nel tempio di Bolsena, dedicato alla divinit etrusca Norzia. La cerimonia della fissione del chiodo si svolgeva nel giorno delle idi di Settembre (13 Settembre), e in principio era stata assegnata ai consoli, per quando fu istituita la magistratura della dittatura, la competenza pass al dittatore, la massima autorit - anche se straordinaria - dell'ordinamento statale.
Quasi che fosse stato eletto non per compiere una funzione religiosa, ma per un'estrema necessit militare, Lucio Manlio, uomo d'indole bellicosa, e desideroso di muovere guerra agli Ernici, indisse un reclutamento tra i cittadini e mult e dispose che i renitenti alla coscrizione fossero puniti con il carcere e con pene corporali. Il comportamento odioso travalic il limite nei confronti dei concittadini, ma soprattutto nei riguardi del figlio Tito Manlio, tanto da meritargli il soprannome di Imperioso. Le colpe del ragazzo, se tali si potevano definire, erano quelle di essere rozzo nel parlare e di non avere la lingua sciolta. Tali motivazioni furono pi che sufficienti al padre per proibirgli di frequentare il Foro, vietargli la compagnia degli altri giovani e, alla stregua di un troglodita, relegarlo a una vita di campagna, privandolo delle cure e di un trattamento di cui ogni essere umano nei casi del genere avrebbe avuto bisogno. Per il comportamento spietato nei confronti della cittadinanza romana e soprattutto verso il figlio, Lucio Manlio fu citato in giudizio dal tribuno della plebe Marco Pomponio e costretto a dimettersi.
Le accuse mosse a Manlio Imperioso colpirono l'animo del figlio Tito, che mal sopportando di essere lui il motivo dell'incriminazione, prese una decisione degna di un animo nobile e d'inaspettato amore filiale, nonostante fosse stato sottoposto dal padre a un trattamento rozzo e brutale. Il giovane si avvi dalla campagna verso la citt e quando giunse presso l'abitazione del tribuno Marco Pomponio chiese di essere ricevuto e di appartarsi con lui per parlare.
Pomponio, credendo che Tito Manlio avrebbe prodotto nuove prove necessarie a far condannare il padre Lucio, lo ricevette in privato. Appena tutti gli altri abitanti della casa si allontanarono, inaspettatamente Manlio afferr il tribuno tra le sue robuste braccia, estrasse un coltello che teneva nascosto sotto la tunica e puntandoglielo al collo lo costrinse a giurare di non convocare mai l'assemblea della plebe, in modo che le accuse mosse al padre decadessero.
Marco Pomponio in futuro rivel pubblicamente il motivo del ritiro dall'accusa, dichiarando di essere stato costretto con la forza, ma nell'animo del popolo l'amore filiale dimostrato da Tito Manlio prevalse sulla volont di procedere nei confronti di un imputato altezzoso e crudele. A Lucio Manlio Imperioso fu evitata l'umiliazione di difendersi in tribunale dalle accuse di aver maltrattato il figlio, e l'atto di forza nei confronti di Pomponio torn a merito del giovane che fu eletto dal popolo tribuno militare.
Sotto le armi il giovane Tito Manlio era impegnato in una campagna di guerra nella quale i Romani su una sponda del fiume Aniene si contrapponevano ai Galli schierati sull'altra riva. A separare i due eserciti c'era un ponte che nessuno dei contendenti voleva tagliare per non dimostrare al nemico segni di paura. Le forze in campo si equilibravano e nessuna parte riusciva a prevalere sull'altra, quando un Gallo di statura gigantesca s'incammin sul ponte sfidando a viva voce chiunque dei Romani avesse voluto battersi con lui. L'esito della sfida avrebbe sancito quale dei due popoli fosse il pi valoroso in guerra.
La grande corporatura del Gallo solo a guardarla incuteva paura e nessuno dei romani osava farsi avanti, fuorch Manlio che si present al dittatore e gli chiese il permesso di battersi. Ricevuto il consenso, il giovane Manlio fu aiutato dai commilitoni ad armarsi di tutto punto, e si avvi ad affrontare il nemico in duello.
Dopo che i due eserciti si disposero in cerchio attorno ai due sfidanti, il combattimento ebbe inizio.
A sferrare il primo colpo fu il guerriero gallico il quale con la sua lunga spada cal un fendente. Il Romano riusc a schivarlo e prima che l'altro duellante potesse alzare nuovamente la spada per replicare, con due veloci colpi consecutivi di gladio lo trafisse alla pancia e al ventre.
Il Gallo stramazz al suolo ma Tito Manlio non infier sul suo corpo, lo spogli soltanto da un'appariscente collana e la indoss sebbene fosse intrisa di sangue.
I commilitoni abbandonarono i ranghi e gli vennero incontro, si complimentarono con lui e insieme andarono dal dittatore che lo elogi pubblicamente davanti alla legione schierata e in premio al valore dimostrato gli regal un'altra collana d'oro.
Da quel giorno Tito Manlio, in ricordo del nemico ucciso al quale strapp la collana, fu chiamato Torquato (con la collana al collo), da torques (collana), e tutti i discendenti famigliari si fregiarono di quel soprannome.
Erano trascorsi ormai una quindicina d'anni dal giorno dell'epico duello col guerriero gallico e Tito Manlio Torquato era diventato console e comandava un esercito impegnato nella guerra contro i Latini, un popolo simile ai Romani per lingua, costumi e armamento militare, inoltre, soldati, centurioni e tribuni militari, sia Latini sia Romani si erano trovati nel tempo passato a militare sotto le stesse insegne. Per impedire ai soldati romani di commettere l'errore di scambiare i nemici per commilitoni o viceversa, i consoli in persona ordinarono a tutti i loro uomini di non ingaggiare battaglia fuori dalle proprie fila.
Un giorno avvenne che al comando di uno squadrone di cavalleria mandato in esplorazione vi fosse Tito Manlio, figlio di Tito Manlio Torquato, uno dei due consoli che aveva imposto il divieto. Giunto vicino al campo nemico, al giovane Tito andarono incontro alcuni cavalieri tuscolani guidati da Gemino Mecio, un graduato che lo conosceva, cos come si conoscevano tutti i personaggi pi illustri delle due parti in guerra, e lo provoc sfidandolo a duello per dimostrargli quanto i Latini fossero pi abili dei Romani nel combattimento.
Punto nell'orgoglio e immemore dell'ordine ricevuto dal padre console, il giovane romano accett la sfida. Dopo che tutti gli altri cavalieri si furono messi da parte, i duellanti si scagliarono lancia in resta l'uno contro l'altro. Al primo scontro Gemino fu disarcionato dal cavallo e Manlio ne approfitt per trapassarlo con la lancia dal collo al costato. Tolte le spoglie al nemico caduto, il giovane romano rientr trionfante tra i cavalieri amici e con loro si diresse verso l'accampamento, ignaro dell'atroce destino che lo attendeva. Appena giunse al campo, corse felice incontro al padre e gli consegn le armi del cavaliere vinto, mentre gli narrava i particolari della sfida; per la vittoria riportata sul nemico, credeva di riscuotere gli elogi dal genitore, ma alla fine del discorso il console volse lo sguardo da un'altra parte e smettendo di guardare il figlio in viso ordin al suonatore di corno di battere l'adunata.
Dopo che la legione fu schierata, Manlio Torquato tenne un discorso di natura opposta a quella che Tito Manlio si aspettava; invece di lodare il figlio, inve contro di lui, perch ingaggiando battaglia contro il nemico, aveva trasgredito l'ordine che egli, console e allo stesso tempo padre, aveva impartito. Non osservando la consegna ricevuta, aveva violato la disciplina militare, elemento basilare della potenza romana. Pertanto, invece di far pagare alla Repubblica le colpe della disobbedienza del figlio, era meglio che a risponderne fosse la famiglia dei Manlii. Un esempio, anche se doloroso, sarebbe servito da monito per la giovent futura. Certo che il coraggio dimostrato dal giovane nel duello e l'amore filiale rendevano ardua la severa decisione da prendere, ma se quella trasgressione fosse rimasta impunita, il rispetto degli ordini sarebbe divenuto facoltativo e i comandi dei consoli avrebbero corso il rischio di essere trasgrediti. Se Tito quindi si riteneva suo degno figlio, doveva accettare l'estrema punizione causata dalla disobbedienza verso di lui, padre e console.
Finita l'arringa, Torquato ordin a uno dei suoi ventiquattro littori di legare il figlio al palo e di decapitarlo.
Tirando le fila degli episodi che interessarono tre generazioni, si desume che: Lucio Manlio l'Imperioso aveva trattato con disumanit il figlio poco felice nell'esposizione orale e ruvido nei modi, colpevole per quelle limitazioni di apparire indegno all'appartenenza di una nobile famiglia romana. Da dittatore aveva usato il pugno duro con i cittadini, quindi non poteva farsi intenerire dall'amore filiale, anzi affinch tutti fossero informati che la sua autorit non poteva e non doveva essere influenzata da alcuno, e a maggior ragione da chi era legato a lui da uno stretto vincolo di parentela, aveva dimostrato una severit assoluta nei confronti del figlio, emarginandolo con la costrizione di vivere ai limiti della societ.
Il giovane Tito Manlio, per quelle che noi oggi avremmo considerato delle vere e proprie vessazioni, non cov risentimento, accett le imposizioni del genitore e quando il padre fu citato in giudizio dal tribuno della plebe Marco Pomponio, dentro di lui non prevalse il rancore, bens la devozione filiale e pur di scagionarlo arriv a minacciare il tribuno. L'asprezza della vita cui era stato sottoposto serv a far crescere Tito Manlio secondo lo schema rigido dei rapporti esistenti tra genitori e figli, forgiandolo nello stesso tempo al rispetto della gerarchia militare e paterna; mentre militava nella legione, infatti, raccolse la sfida del guerriero gallico solo dopo aver avuto l'assenso del comandante, perch qualora gli fosse stato negato, non si sarebbe mai battuto nemmeno se avesse avuto la certezza della vittoria. E divenuto console non esit a punire con la pena capitale la disobbedienza del figlio; cresciuto nella convinzione dei valori inculcatigli dal padre, non intendeva permettere, indulgendo nei confronti del figlio, che fossero messi in discussione i princpi fondanti sui quali poggiava la Repubblica. Sopra di tutto c'erano le rigide regole da rispettare dalle quali non si doveva deviare; al primo posto veniva l'obbedienza incondizionata all'autorit paterna e consolare, i rapporti di amore o di affetto dovevano essere considerati secondari.
E' vero che la patria potestas conferiva al pater familias il potere assoluto sui familiari, ma si deve anche riconoscere che il capo famiglia ne abus raramente e piuttosto si avvalse dell'incontrastabile autorit genitoriale per imporre ai congiunti una salutare disciplina; quando si manifestava la necessit di prendere decisioni di una certa importanza, di solito si consultava con i parenti pi prossimi, il parere dei quali sebbene non fosse vincolante dal lato legale, era senz'altro costrittivo dal punto di vista etico.
Nell'ultima parte di vita della Repubblica l'opinione pubblica risent dell'allentamento morale dei costumi e ritenne eccessiva la severit del passato; l'autorit (auctoritas) del capo famiglia segu il declino dei valori etici della societ e divenne pi mite. La patria potest che era stata fino allora esercitata in atrocitate (durezza) fu resa meno oppressiva e fin per essere praticata in pietate (indulgenza): patria potestas in pietate debet non in atrocitate consistere (il diritto di potere sulla famiglia deve consistere nell'indulgenza, non nella durezza). Nell'animo del padre incominciava a crescere, nei confronti degli altri membri familiari, la sensibilit che per secoli era stata un sentimento sconosciuto.
Quanto a sottomissione al capo famiglia non erano certo le donne a stare meglio dei figli nella Roma repubblicana; indicativa l'espressione di Cicerone il quale sosteneva che laddove non si riusciva a impartire ordini agli schiavi e alle donne, la stabilit sociale correva un grave rischio. L'evoluzione femminile, ritenuta un elemento destabilizzante del sistema costituito, era tenuta a freno, ma ovviamente come a ogni buona regola che si rispetti non mancavano le eccezioni.
Cornelia, figlia del glorioso Scipione l'Africano, amava circondarsi da retori e sofisti greci, suoi consueti commensali; donna superba e ambiziosa, assunse come maestri i filosofi Diofane e Blossio da Cuma per insegnare ai figli Tiberio e Gaio Gracco, l'eloquenza, l'arte di usare la parola con estrema facilit, nella quale i due famosi tribuni della plebe superarono tutti i coetanei. E Fulvia, erudita moglie del triumviro Antonio e conoscitrice dei classici greci, non disdegnava conversare nei salotti frequentati dagli uomini.
Qualche rondine non faceva per primavera. Le donne non avevano diritti politici, vale a dire non potevano votare, eleggere o essere elette, e non avevano piena personalit giuridica. Al pari degli schiavi, pur rimanendo incontrastate padrone di casa, non erano titolari di diritti civili. Sottoposte alla manus del padre o del marito, che su di loro esercitavano funzioni di tutori, non avevano la facolt di condurre operazioni finanziarie o di produrre testamento, n potevano adottare o testimoniare e tanto meno avere in affido i figli minori e qualora fossero rimaste orfane o vedove, la tutela sarebbe passata al parente maschio pi prossimo.
Tirando le somme, una femmina di malaffare si differenziava da una matrona di nobili virt soltanto sotto l'aspetto etico-sociale; quanto a diritti civili o politici entrambe stavano pressappoco sullo stesso piano.
Le donne che facevano parte del mondo della prostituzione o dello spettacolo, di solito venivano da fuori Roma e appartenevano a una classe sociale infima. Una legge di stampo maschilista e impregnata di perbenismo le opprimeva pi di quanto gravasse sulle donne di buona famiglia. Su di esse pesava la proibizione di sposarsi, di trasmettere diritti civili, di coprirsi il capo o portare il mantello, simboli di distinzione e rispettabilit, questi ultimi, riservati alle matrone romane.
A suffragio del machismo e della discriminazione delle donne, i giuristi romani portavano a pretesto le qualit negative, che a loro avviso erano proprie del sesso femminile: ignoranza della legge, debolezza sessuale, inferiorit naturale, leggerezza d'animo.
Soltanto le vergini Vestali sfuggivano alle ferree regole che vessavano le persone di sesso femminile, per l'emancipazione avveniva dopo un servizio sacerdotale trentennale durante il quale, sotto la tutela del Pontefice Massimo, avevano l'obbligo di alimentare il fuoco perpetuo sacro alla dea Vesta e di mantenere la verginit. Al termine dell'opera religiosa prestata, cessava il divieto di matrimonio connaturato ai voti presi, ed erano ricompensate con notevoli privilegi per i doveri e i sacrifici cui erano state sottoposte per tanti anni; ricevevano il diritto di testare ed erano salvaguardate dalla tutela e della capitis deminutio minima (diminuzione minima dei diritti), applicata a chiunque avesse cambiato lo stato familiare non riguardante la perdita della cittadinanza o della libert. Inoltre potevano testimoniare senza prestare il giuramento di rito e a morte avevano diritto di essere sepolte dentro il pomerium (la sacra cintura cittadina).

2. Il fidanzamento e il matrimonio.

Com' naturale, i rappresentanti dei due sessi si univano in connubio per formare la famiglia, ma affinch l'unione potesse essere celebrata, la donna doveva avere almeno l'et di dodici anni, anche se iscrizioni funerarie attestano che ragazze andarono in spose pi giovani, mentre per l'uomo l'et minima stabilita era di diciassette anni. In ogni caso il matrimonio al compimento del rito, era valido a tutti gli effetti, non necessitava che fosse consumato, poich la mancanza di rapporti tra i due coniugi non era ritenuta un motivo valido per scioglierlo. La legge ammetteva l'unione tra cugini, ma la vietava tra i parenti pi stretti: tra fratello e sorella o tra zio e nipote, difatti l'imperatore Claudio per sposare in quarte nozze la nipote Giulia Agrippina dovette sottoporre all'approvazione del Senato una variante sulla legge che regolava il matrimonio fra parenti.
Il fidanzamento e il successivo matrimonio, nella maggioranza dei casi, non avvenivano per libera scelta dei futuri sposi, ma erano combinati dai genitori. Sui sentimenti di amore prevaleva la volont delle famiglie che tramite l'intreccio matrimoniale dei figli cercavano di perseguire l'interesse del casato o di accrescere il peso politico in seno alla societ, per nulla impediva che tra due coniugi sposati per convenienza potesse sbocciare l'amore, come accadde tra Marco Giunio Bruto e Porcia. Porcia era figlia di Catone Uticense che si tolse la vita conficcandosi la spada nel ventre dopo la sconfitta subita dalla fazione degli Ottimati a Tapso, e per opportunit politica era stata data in moglie a Bruto, uno degli uccisori di Giulio Cesare. La donna, quando venne a sapere della morte del marito che si era suicidato in seguito alla disfatta di Filippi, entr in crisi depressiva e cerc in tutti i modi di uccidersi. I parenti per impedirle il suicidio portarono via dalla casa qualunque oggetto potesse essere usato come arma ma Porcia, addolorata per la perdita del marito che amava, e ferma nella decisione di uccidersi, si mise in bocca i carboni ardenti tolti dal camino e li inghiott per non sopravvivere al dolore che una sorte malevola le aveva riservato.
In et repubblicana le famiglie d'elevato rango sociale combinavano il matrimonio dei figli per allacciare, con lo sposalizio, rapporti commerciali o meglio ancora alleanze politiche con altrettante importanti famiglie della citt. Silla, poich si voleva imparentare con l'astro militare nascente Gneo Pompeo Magno, gli ordin di ripudiare la moglie legittima Antistia e gli diede in sposa la figliastra Emilia, figlia di Marco Emilio Scauro e di Metella, la sua stessa moglie, togliendola a Manio Glabrione, nonostante fosse incinta. La ragazza poi sfortunatamente mor di parto in casa di Pompeo.
Per fissare i matrimoni tra i giovani, l'usanza del tempo voleva che i padri, quando i figli erano ancora piccoli, si accordassero tra di loro per mezzo di una sponsio: negoziazione orale specialmente in uso presso le classi altolocate, in cui il richiedente e la controparte accettante assumevano l'impegno solenne di onorare l'accordo preso. Il padre del ragazzo si rivolgeva al genitore della ragazza con la formula di rito spondeas filia tua uxorem filio meo? (prometti di dare in moglie tua figlia a mio figlio?) e se l'altro era d'accordo, rispondeva: spondeo! (prometto!), un verbo di cui, come tramanda il giurista Gaio, si potevano servire solo i cittadini romani.
Antonia Maggiore aveva due anni quando il padre Marco Antonio la fidanz a Lucio Domizio Enobarbo, il nonno di Nerone. Alla stessa et anche Giulia figlia di Ottaviano Augusto fu fidanzata dal padre a Marco Antonio Antillio, figlio di Marco Antonio, tuttavia il fidanzamento in seguito fu sciolto per motivi politici.
Non soltanto le ragazze potevano essere fidanzate in tenerissima et, ma anche i ragazzi.
Claudio Marcello, figlio di Ottavia sorella di Ottaviano Augusto, all'et di tre anni fu fidanzato alla figlia - ancor pi giovane di lui -, di Sesto Pompeo per sigillare l'accordo di Miseno da cui scatur un temporaneo armistizio. E la figlia del generale Agricola fu promessa in sposa allo storico Tacito ancora giovanissimo.
Di solito gli artefici della sponsio erano i padri di famiglia dei promessi sposi, ma ci non toglieva che anche le madri ricoprissero un ruolo fondamentale o sostituissero il marito nella trattativa sponsale, come nel caso di Terenzia che, mentre il marito Marco Tullio Cicerone si trovava in Asia con la carica di governatore, fidanz di sua iniziativa la figlia Tullia all'attraente e dissoluto Dolabella. Cicerone pensava di dare la figlia in sposa a Tiberio Nerone (il padre del futuro imperatore Tiberio) e dall'Asia invi a Roma degli uomini fidati per partecipare la sua decisione alla moglie e alla figlia ma quando i messaggeri giunsero nella citt, il fidanzamento di Tullia con Tiberio era gi stato combinato.
Non di rado un genitore per sistemare una figlia si rivolgeva a un sensale capace di accasarla con un giovane di buon partito. Alle ragazze orfane o sottoposte a tutela ci pensava il tutore a procurare un marito. La richiesta della mano della ragazza desiderata poteva essere avanzata anche direttamente da un giovane - sempre che il padre di questi l'avesse voluto -, interpellando il genitore di lei con la frase rituale spondes fliliam tuam uxorem mihi (prometti di darmi tua figlia in moglie?). In caso affermativo il padre della ragazza avrebbe risposto come in precedenza  stato scritto: spondeo! Comunque l'obbedienza assoluta che i futuri sposi anche se non in tenera et dovevano ai genitori, faceva s che la scelta fosse sempre accettata. Un esempio di come non si tenesse conto della volont della ragazza da fidanzare lo offre Plutarco in Vita di Catone Maggiore. Catone il Censore, ormai vecchio e rimasto vedovo, poich il figlio e la nuora che vivevano con lui nella stessa casa non approvavano la relazione che egli intratteneva di nascosto con una schiava, decise di sposarsi; mentre era nel Foro vide Solonio, un suo cliente padre di una giovane ragazza, e gli chiese se la figlia fosse ancora nubile. Ricevuta una risposta affermativa, disse di essere disposto a sposarla qualora non si fosse tenuto conto della notevole differenza di et. Solonio, felice di stringere parentela con uno degli uomini pi in vista di Roma acconsent; il matrimonio and in porto e dalla discendenza nacque il pronipote che pass alla storia col nome di Catone Uticense.
Alcuni studiosi sono propensi a credere che nell'epoca arcaica, quando non esisteva ancora separazione tra diritto e religione, la sponsio del fidanzamento avesse carattere sacrale e fosse sancita da una cerimonia durante la quale i promessi sposi compissero libagioni e sacrifici in onore degli dei e cercassero di interpretare la volont divina prendendo gli auspici. Il ritrovamento di un vaso, formato da tre anfore unite tra loro, ha indotto a credere che nel corso di un rituale religioso le tre parti contraenti, vale a dire il padre della ragazza promessa in sposa e i fidanzati, offrissero un sacrificio agli di al termine del quale il vaso sarebbe stato depositato in un tempio a testimonianza del patto del futuro sposalizio, che se non onorato avrebbe comportato penalit a carico della parte inadempiente. L'originaria sponsio, tutelata dallo ius sacrum (diritto sacro) che dichiarava sacer (maledetto) l'inadempiente esponendolo alla vendetta della parte lesa, col trascorrere del tempo perse la natura religiosa ma rimase comunque protetta dal diritto civile. Assunto l'impegno sulla parola, sopra le famiglie dei nubendi gravava l'onere morale di mantenerlo e qualora avessero voluto ritrattarlo, occorreva l'accordo di entrambi i nuclei familiari, magari intrecciando un diverso giro di promesse matrimoniali da chiudere con la soddisfazione di tutte le parti in causa.
Giulio Cesare sacrific sull'altare politico del primo triumvirato la figlia Giulia, dandola in sposa a Gneo Pompeo Magno che era di un'et molto avanzata rispetto a lei. E siccome la ragazza era stata promessa all'aristocratico Servillo Scipione, Pompeo per compensarlo gli gir in sposa la figlia Pompea, nata dal precedente matrimonio con Mucia, togliendola al figlio di Silla, Fausto, al quale era stata promessa.
Non sempre la richiesta di matrimonio al fine di un'alleanza politica era accettata, e se respinta oltre a causare il fallimento di un progetto politico, a volte indirizzava il corso della storia in un senso anzich in un altro.
Catone Minore, uomo retto e sentinella a guardia dei severi costumi e delle tradizioni romane, per il continuo impegno che profondeva nella vigilanza delle libert repubblicane riscuoteva molto credito presso il popolo. Pompeo, invece di scontrarsi con lui che in quel periodo gli era ostile, pens bene di intessere una relazione di parentela e gli mand a chiedere con l'amico intimo Munazio, la mano di due nipoti in et da marito: la pi grande per lui e la pi piccola per suo figlio (secondo alcune fonti le due ragazze non erano le nipoti di Catone, bens le figlie). Appresa l'avance, le donne furono lusingate di essere ambite in spose dall'uomo considerato unanimemente il generale pi illustre del tempo e dal figlio. Catone, per, nelle richieste di matrimonio aveva subodorato un secondo fine e rispose a Pompeo che apprezzava l'interesse per le sue donne e che avrebbe offerto la sua amicizia, la pi sicura di tutte le parentele se meritata, ma che mai avrebbe dato alcun genere di ostaggio contro l'interesse della patria. Le donne rimasero contrariate per il rifiuto della proposta di matrimonio e gli amici rimproverarono Catone, accusandolo di villania e superbia, ma dopo poco tempo i fatti diedero ragione al famoso stoico, poich Pompeo per favorire l'elezione a console dell'amico Lucio Afranio compr i voti di alcune trib. La corruzione fu scoperta e quando il fatto immorale divenne di dominio pubblico, Catone fece capire alle due donne che se avessero accettato le proposte di matrimonio di Pompeo tutta la famiglia sarebbe stata trascinata nel disonore, e che la rinuncia era stata la scelta migliore.
Se dal lato moralistico la decisione presa da Catone fu provvida, dal lato politico ebbe sviluppi impensabili, giacch Pompeo si leg in seguito a Cesare e a Crasso, creando le premesse dell'iter che avrebbe portato all'affossamento della Repubblica.
Un anello di fidanzamento (anulus pronubus) senza pietra preziosa fungeva da sugello al patto stretto tra le famiglie con il fidanzamento dei figli in tenera et, a testimonianza di un accordo che doveva essere onorato con un successivo matrimonio. Il fidanzato donava alla promessa sposa un pegno d'amore, in oro o in ferro, sopra del quale vi erano incise due mani che si stringevano. La promessa sposa lo indossava nell'anulare della mano sinistra, un dito che si riteneva, per ignoranza nell'antichit e per scaramanzia oggi, fosse collegato da un nervo direttamente al cuore. Al raggiungimento dell'et consentita dalla legge, tra i fidanzati avveniva il matrimonio, un passo da compiere ritenuto dai Romani un male necessario, ma in fondo l'unico attraverso il quale era possibile procurarsi discendenza e adempiere uno dei doveri principali richiesti dallo Stato ai cittadini virtuosi: contribuire con una numerosa prole alla prosperit della patria.
Secondo l'immaginazione di allora, i maschi per mezzo del loro seme davano continuit alla stirpe. La donna nell'accoppiamento, mancando di eiaculazione, era ritenuta parte passiva, anche se per la procreazione necessitava il suo corpo o meglio una sua parte, l'utero, il contenitore entro il quale il seme del marito si mescolava col sangue della moglie, a sua volta provenienza diretta dal sangue del padre che l'aveva generata.
L'intreccio dei matrimoni, quando fu istituita la Repubblica, avveniva entro dei limiti che esulavano dalla volont consensuale delle famiglie di stringere parentela. Tra le proibizioni originarie imposte dai patrizi all'ordine inferiore dei plebei, con la legge scritta sull'undicesima tavola fu vietato inequivocabilmente il connubio tra persone appartenenti a ordini sociali diversi: Conubia plebi cum patribus sanxerunt ( vietato il matrimonio tra plebei e patrizi). A suffragio di un principio tanto iniquo i patrizi addussero la motivazione che solo ai nobili gli di concedevano di prendere gli auspici per interpretare la volont divina attraverso le pratiche religiose. Perch se col matrimonio il sangue aristocratico si fosse mescolato col sangue dei plebei, sarebbe scaturita una classe sociale ibrida che avrebbe contaminato la liturgia religiosa e reciso il filo diretto con le divinit, allontanando cos gli uomini dalla natura umana, tanto da renderli simili alle bestie. In realt la pretestuosa legge di natura teosofica serviva a mascherare lo scopo molto basso e sicuramente pi umano di impedire ai plebei la partecipazione ai privilegi detenuti unicamente dagli aristocratici. Nel 445 a. C., per, dopo sessantaquattro anni dalla nascita della Repubblica, nel corso delle lotte di classe che si susseguirono per la parificazione dei due Ordini, la legge fu modificata e permise i matrimoni misti tra Patrizi e Plebei.
Per quanto riguardava invece l'assoggettamento della donna nubile al potere del padre, e da sposata alla famiglia del suocero o del marito, le regole rimasero immutate. Col cambiamento dello stato civile, la donna passava da una manus a un'altra manus, in altre parole dalla sottomissione totale al potere del genitore, al dominio incondizionato del suocero se ancora vivente, altrimenti del coniuge. Il trasferimento della dipendenza da un uomo a un altro avveniva dopo la cerimonia nuziale, attraverso una delle tre forme rituali:
- La confarreatio, d'usanza tra la nobilt cittadina, prendeva il nome da farrus (farro), il cereale basilare all'alimentazione degli antichi romani, dalla cui macinatura si ricavava una farina adoperata per l'impasto del panis farreus (pane di farro) mangiato congiuntamente dagli sposi a simbolo della comune vita coniugale. La cerimonia di carattere religioso, tenuta in onore del dio protettore dell'agricoltura Giove Faretrio, si svolgeva davanti ai Flamenes Diales, sacerdoti dediti al culto di Giove e a dieci testimoni.
- La Coemptio, un rito di stampo laico, che consisteva nell'apparente vendita della donna da parte del padre al marito o al suocero. L'uomo con tale procedura nell'imminenza del matrimonio, in veste di marito acquistava la moglie davanti a cinque testimoni, con il pagamento simbolico di una moneta.
- L'Usus, una sorta di sanatoria istituita per consentire a due conviventi di modificare la loro condizione da compagni in coniugi, purch avessero vissuto insieme per almeno un anno e senza separazione dal tetto comune per pi di tre giorni. Nel caso che il distacco fosse avvenuto per un periodo pi lungo, il conteggio sarebbe iniziato dal giorno in cui si erano messi di nuovo insieme. In pratica la legittimazione di uno stato civile irregolare, corrispondeva a un'antica forma di usucapione ispirata al principio giuridico secondo il quale chi godeva senza contestazione e senza discontinuit per un anno intero di un bene, alla fine di quel periodo ne entrava in possesso. La donna in questo tipo di unione, se dopo un anno di matrimonio avesse voluto rifiutare la sottomissione alla manus maritale, che si compiva con la conventio in manum per usus, bastava che ricorresse alla pratica del trinoctium, cio che si allontanasse per tre notti consecutive dalla casa del marito.
La Coemptio e l'usus, entrambi officiati con riti privati, beneficiavano della protezione religiosa della dea Giunone Lucina.
Dopo la stipulazione del contratto matrimoniale, gli sposi rendevano pubblica la volont di diventare marito e moglie, stringendosi le mani destre davanti ai testimoni e a una matrona.
Durante il periodo delle guerre puniche la cittadinanza maschile fu falcidiata del venti per cento circa nei suoi effettivi, nelle guerre civili forse del cinquanta, mentre la popolazione femminile a raffronto abbondava. Per legge di mercato non furono pi i mariti ad acquistare le mogli, viceversa i padri delle ragazze per accasare le proprie figlie si preoccupavano di procurare una cospicua dote che fungesse da richiamo agli uomini in et da matrimonio. La coscienza popolare identificava nella formazione della dote oltre che un fattore economico indispensabile alla donna per trovare marito, anche un elemento fondamentale per la legittimazione dell'unione. Per questa ragione anche le famiglie povere cercavano ad ogni costo fornire di un minimo di beni la donna, affinch il vincolo col marito fosse riconosciuto dal pubblico giudizio come un matrimonio e non fosse scambiato per un concubinato.
La donna, essendo proprietaria dei beni della famiglia originaria, rimase sotto la potestas del padre e per necessit fu istituito il matrimonio sine manu con cui l'autorit sulla moglie non andava pi trasferita alla famiglia del marito, bens rimaneva al padre. In questa forma di unione, venendo a mancare la manus quale vincolo tra i due coniugi, a legittimare lo status di marito e moglie erano la convivenza effettiva sotto lo stesso tetto e soprattutto l'affetto maritale (affectio maritalis), concepito come volont dell'uomo e della donna di essere marito e moglie per creare un'unione monogamica per tutta l'esistenza, con lo scopo di formare una famiglia fondata su rapporti reciproci di aiuto e sostegno.
I matrimoni si celebravano per tutto l'anno, tranne Maggio, un mese in cui molti dei popoli Latini erano impegnati a sacrificare ai defunti, inoltre nel plenilunio di Maggio si compivano i riti di purificazione dei Lemuria per esorcizzare i lemuri (gli spiriti dei morti) e si svolgeva la processione degli Argei, chiamata da Plutarco in Questioni Romane la pi grande purificazione. Al corteo partecipavano le Vestali che gettavano nel Tevere dal ponte Sublicio, ventiquattro fantocci di giunco con mani e piedi legati, chiamati Argivi. Alla cerimonia sono state date diverse interpretazioni, tuttavia rimane un punto oscuro della religione romana. Per evitare interferenze con le liturgie religiose si differivano i matrimoni ma soprattutto perch, essendo la popolazione molto superstiziosa, si dava credito a un proverbio che prospettava infelicit alle donne andate in spose in quel periodo.
Lo sposalizio si sviluppava attraverso un cerimoniale che aveva un duplice scopo: conferire sacralit all'unione e rendere partecipe la collettivit con una manifestazione pubblica. Per usanza le ragazze convolavano a nozze in giorni liberi da feste popolari. Nelle festivit di larga partecipazione, abitualmente si risposavano le vedove o le donne in seconde nozze, secondo il criterio che un primo matrimonio era da considerarsi invidiabile, invece un secondo detestabile, perch il precedente marito (se vivente) costituiva un motivo di vergogna per la sposa, invece se era morto, rappresentava fonte di dolore. In ogni caso le seconde nozze del cosiddetto sesso debole non erano apprezzate. Epigrafi sepolcrali rinvenute rendono merito alle donne che non si risposarono. La societ romana considerava donna virtuosa l'univira, colei che aveva avuto un solo marito. Alla luce di questi ragionamenti era motivo di gioia la partecipazione di molte persone alla cerimonia nuziale di chi si sposava per la prima volta, mentre era opportuno che il matrimonio di una vedova si svolgesse in sordina e con pochi convenuti, preferibilmente nei giorni di festa, quando l'attenzione della stragrande maggioranza della gente era rivolta alle ricorrenze religiose o ad altri avvenimenti importanti.
Il giorno delle nozze la sposa si riuniva nella casa paterna con parenti e amici; a dimostrazione dell'illibatezza mantenuta fino a quel giorno, indossava una tunica di colore bianco e in omaggio alla flaminica (sacerdotessa di Giove) si circondava il capo con il flammeum, un velo di color rossiccio che la copriva fino alle gote, fissato su un'acconciatura divisa in sei ciuffi da fiori d'arancio e da una corona di mirto, la pianta simbolo delle unioni, cara a Venere, e che idealmente aveva protetto la verginit dalle pulsioni amorose. La sera, per ricordare i primi matrimoni avvenuti ai primordi della fondazione di Roma, i convenuti evocavano il ratto delle Sabine. La ragazza fingeva di aggrapparsi alla madre o in mancanza di lei alla consanguinea pi prossima, e a simulazione del famoso rapimento, i conoscenti la tiravano via con forza e la conducevano a casa dello sposo, seguiti da un corteo solenne di parenti, amici, suonatori di flauto e musici: la deductio in domum (accompagnamento nella casa). La sfilata procedeva a passo lento, preceduta giovani tedofori in toga praetexta, ognuno dei quali reggeva una fiaccola accesa per rischiarare il cammino. Il numero dei ceri processionali era fissato in cinque, un numero al quale era riconosciuta la particolare ambivalenza: sia di essere dispari quindi indivisibile in parti uguali e per questa ragione foriero dell'indissolubilit matrimoniale, sia di essere composto dal due, il primo dei numeri pari, e dal tre, il primo seguente dei numeri dispari. I quali addizionati, danno un numero solo e indivisibile, appunto il cinque, cos come l'uomo e la donna col matrimonio idealmente si fondono in un'unica entit. I tedofori per essere accettati a reggere le fiaccole dovevano avere i genitori viventi, perch la mancanza del padre o della madre era considerata di cattivo augurio all'unione coniugale. Dietro di loro, seguiti da una schiera di parenti e amici, procedevano altri due giovani; il primo, non ancora giunto alla pubert, portava in un vaso coperto gli ornamenti femminili, il secondo teneva nelle mani un fuso e una conocchia. Accompagnavano virtualmente il corteo, Domiduca (da domus = casa, e da duco = condurre) e Iterduca (da iter = tragitto, e da duco = condurre), divinit propiziatrici del percorso intrapreso dalle spose per il trasferimento nella nuova dimora. Durante l'itinerario compiuto verso la residenza del marito, tutti i partecipanti ad alta voce intonavano il Talassius (Talassio) in ricordo di un episodio avvenuto secondo la tradizione durante il ratto delle Sabine. Tra i giovani che avevano partecipato al rapimento, alcuni avevano catturato una ragazza di corporatura e bellezza straordinaria e, poich dei compagni pi illustri cercavano di sottrargliela, incominciarono a gridare che la stavano conducendo a Talassio, un giovane di nobili origini e benvoluto dall'intera cittadinanza romana. A sentir nominare Talassio i giovani, che volevano togliere la ragazza ai compagni, desistettero dal proposito e si unirono al corteo applaudendo in segno d'approvazione. L'unione di Talassio con la giovane sabina ebbe una buona riuscita ed entrambi trascorsero una felice vita coniugale, perci rimase d'uso beneaugurante nei confronti dei novelli sposi, evocare Talassio durante la cerimonia nuziale, cos come i Greci durante i matrimoni invocavano il dio Imeneo a protezione delle nozze.
Alternandoli al Talassius, i giovani e le ragazze del seguito intonavano i canti fescennini, le melodie composte in versi giocosi e liberi, eseguite dai partecipanti alla vendemmia e importate in Roma da Fescennium, una localit latina al confine con l'Etruria. Appena il corteo nunziale giungeva davanti all'uscio dell'abitazione dello sposo, un incaricato accendeva nel focolare una torcia benaugurante formata da rami di biancospino intrecciati. E gli accompagnatori, cos com'era stato fatto con le Sabine che non varcarono la soglia con i loro piedi ma furono costrette con la forza, sollevavano la sposa e la introducevano in casa, in una camera dentro la quale un vello steso per terra ricordava la pura lana utilizzata dagli antenati per confezionare gli abiti. Poi il seguito la invitava a pronunciare la frase Ubi tu Gaius, ego Gaia (dove tu Gaio, io Gaia), un'antica formula mai attestata in latino e scritta in greco da Plutarco, il cui senso implicito attribuito alla memoria di Gaia Cecilia, moglie di Tarquinio Prisco, significa: dove tu sei signore e padrone, anch'io sono signora e padrona. Faceva anche parte della cerimonia nunziale la separazione della chioma della sposa tramite una punta di lancia chiamata in tali circostanze hasta caelibaris; si trattava di un rito usuale per richiamare alla memoria le prime nozze celebrate tra tante battaglie.
Esaurito il compito di rendere propizio il tragitto compiuto, Domiduca e Iterduca affidavano la protezione della novella domina (padrona di casa) ad altre due dee: Domitius (da domus) che l'avrebbe vincolata alla casa e Manturna che l'avrebbe reso compiacente alla volont del marito.
La cerimonia nunziale continuava nella nuova abitazione con l'uso dell'acqua e del fuoco, due elementi che da sempre nella storia dell'umanit hanno avuto una forte valenza simbolica comune a tutti i popoli, l'una perch lava, pulisce, mentre l'altro purifica, monda.
In casa la sposa trovava ad attenderla il marito. Lo sposo le veniva incontro con un tizzone di fuoco simboleggiante la potenza maschile diretta a generare, e da un'urna le spruzzava un poco d'acqua addosso in segno di purificazione. I novelli coniugi, per manifestare l'intenzione di percorrere una nuova vita unitamente, si lavavano insieme i piedi con acqua purissima di fonte. Lei dopo entrava in una stanza, dov'era situata la statua fallica di Mutuno Tutuno, associata al culto del dio Priapo, e al fine ingraziarsi il nume della procreazione fingeva di avere il primo rapporto sessuale su un grande pene eretto.
Tutte le fasi dell'attivit umana, secondo il credo religioso dei romani, erano tutelate da una divinit, persino nelle azioni erano spiritualizzati i singoli momenti, cos nella vita matrimoniale la donna si rivolgeva a Prema e a Subigus per essere aiutata a concedersi al marito e a farsi sottomettere da lui, a Pertuda perch rendesse agevole la deflorazione e la accompagnasse durante tutta la durata dell'amplesso.
A completamento dei rituali cerimoniali la sposa riponeva nell'armadio il fuso e la conocchia cio gli arnesi che le avrebbero consentito la filatura della lana, l'unico lavoro cui non poteva sottrarsi, e riceveva dallo sposo le chiavi di casa, affinch la custodisse e la rendesse prospera con una saggia amministrazione. Infine come augurio a se stessa di essere feconda come una scrofa, animale prolifico per antonomasia, ornava la porta con trecce di lana unte con grasso di porco.
Esaurita tutta la sequenza degli atti matrimoniali nella scrupolosa osservanza richiesta dalla tradizione e dalla sacralit rituale, la prima giornata degli sposi terminava in un convivio con parenti, amici e altre persone che erano state invitate alle nozze.
Le spese da sostenere per organizzare il banchetto non potevano essere eccessive; c'erano delle cifre stabilite che non potevano essere superate, in linea con la moderatezza del severo costume repubblicano. Era tanto disdicevole ostentare opulenza servendo portate eccessive fino al disgusto, quanto opportuno soddisfare i convitati nella giusta misura, evitando inutili sprechi. L'antica legge Orchia del 182 a. C. limitava il numero dei partecipanti ai banchetti per evitare intemperanze tra i convitati. La successiva legge Fannia promulgata nel 161 a. C., in occasione dei Ludi Megalenses, per frenare gli sperperi fiss la spesa massima per ogni convivio e ridusse ulteriormente il numero degli invitati; secondo lo scrittore greco Ateneo di Naucrati la norma limitava a tre persone, oltre i domestici, l'invito in ogni simposio e a cinque nei giorni di mercato.
Gli Italici ritenevano che le ristrettezze della legge Fannia riguardassero non loro ma unicamente i cittadini della capitale e lo Stato romano per vincolare alla moderazione l'Italia intera e non soltanto Roma, ricorse alla legge Didia per rendere omogenei i comportamenti dei popoli affini.
Contro lo spreco seguirono altre leggi proposte da Publio Licinio Crasso, dal dittatore Silla - che per fu il primo a non osservarle -, dal console Emilio Lepido e dal triumviro Marco Antonio, comunque per non appesantire troppo l'argomento non  opportuno soffermarsi.
Terminata anche la cena nunziale, una matrona chiamata pronuba (colei che favorisce il matrimonio), accompagnava la sposa nella camera nuziale, laddove il marito stava in attesa di consumare il matrimonio mediante un rapporto che almeno per la prima volta avveniva non alla luce ma al buio. L'amplesso si svolgeva nell'oscurit per un'opportuna forma di pudore da osservare verso un amore legittimo, in contrapposizione a un eventuale accoppiamento illecito da compiere senza alcun ritegno in una stanza illuminata.

3. I rapporti coniugali e l'omosessualit.

Ancor prima di diventare madre, la donna col matrimonio acquistava a pieno titolo il diritto di mater familias (madre di famiglia) per aver acconsentito alla richiesta del marito che secondo una formula arcaica le aveva chiesto espressamente se lei volesse ricoprire quella funzione. Cos come l'uomo domandava alla donna se voleva diventare la sua mater familias, anche la donna chiedeva all'uomo di essere il suo pater familias (capofamiglia). La domanda che la moglie rivolgeva al marito era per soltanto una sottomissione implicita all'uomo che l'avrebbe protetta e sostenuta finanziariamente, dal momento che la patria potest non l'avrebbe esercitata il marito, ma il suocero se ancora vivente.
Lo Stato sottoponeva i coniugi a una legge che non era uguale per entrambi, ma che -  proprio il caso dirlo -, prevedeva due pesi o due misure a seconda che a essere citato in giudizio fosse stato il marito o la moglie. Per le infrazioni commesse, la donna non era giudicata pubblicamente in un tribunale, bens in famiglia in un processo istruito dai familiari a termine del quale, qualora l'imputata fosse stata riconosciuta colpevole, per il reato commesso sarebbe stata condannata dai suoi stessi parenti a una punizione passibile dall'ammenda alla pena capitale.
Un'antica legge risalente ai tempi di Romolo condannava la donna all'estremo castigo se colta in flagranza di adulterio. Nel caso in cui il tradimento si fosse manifestato a parti invertite, il marito non era sottoposto ad alcuna punizione anzi, com' attestato da Catone il Vecchio, la moglie non doveva osare di toccare il fedifrago neppure con un dito.
Nemmeno l'amante della donna, colto sul fatto, la passava liscia. Il marito tradito, per vendetta, aveva la facolt di ucciderlo impunemente o sottoporlo a pene corporali o farlo sodomizzare dai servi. Giovenale in una satira scrive che l'offesa del tradimento esige pi di quanto qualsiasi legge possa concedere: ... c' chi ammazza a pugnalate, chi strazia a colpi di frusta, chi nel corpo di certi amanti ficca un muggine (un pesce dalla grossa testa). Catullo minaccia di sottoporre l'amico Aurelio alla crudele e umiliante pena della sodomizzazione con un muggine o con un rafano, qualora si azzardi a insidiare la purezza del suo ragazzo (puer) e Marziale parla di infliggere agli adlteri, accecamento e mutilazioni da apportare al viso col taglio del naso e delle orecchie. Un'altra punizione in cui incorreva l'adultero era la recisione dei testicoli che, per a volte riusciva ad evitare pagando un riscatto. Quanto alle serve che tenevano il bordone alle padrone, nei casi d'infedelt coniugale dovevano temere per l'integrit delle proprie gambe che in tali circostanze correvano il rischio di essere spezzate a colpi di bastone. La punizione, chiamata crurifragium (da crura = ginocchia e da fragium = frattura), era un'azione compiuta abitualmente sui condannati alla crocifissione; il carnefice, per evitare lunghe sofferenze alla persona crocefissa, gli spezzava le gambe con un randello per accelerare i tempi del decesso. La legittimit di queste crudeli punizioni da infliggere agli adlteri, trovava d'accordo pure Orazio che scrive che per i mariti offesi non costituiva reato sfogare la propria rabbia sugli amanti sorpresi in fragranza. L'unica voce di dissenso si levava dal giureconsulto Servio Sulpicio Galba che riteneva illegale la recisione dei testicoli all'adultero e per punire l'adulterio bastava un'ammenda.
La Roma del periodo crepuscolare della Repubblica non rassomigliava in niente a quella dei tempi trascorsi dal periodo regio fino allora; da piccolo aggregato abitativo di modesta estensione era assurta al rango di metropoli. Con l'espansione territoriale che di fatto l'aveva portata a diventare capitale di un impero, anche i costumi e la mentalit dei suoi cittadini cambiarono. Nel processo evolutivo accadde uno dei tanti fenomeni comuni a tutte le societ che progrediscono. La donna rispetto il passato acquist una certa indipendenza e la violazione di fedelt nei riguardi del marito, piuttosto che ragione di condanna a morte, divent motivo di libello verso il tradito, specialmente quando il tradimento toccava un personaggio dell'alta societ.
Mucia, la terza moglie di Pompeo, mentre il marito era impegnato nelle campagne di guerra in Asia contro Mitridate, conduceva una vita molto licenziosa e la sua condotta lussuriosissima era motivo di pettegolezzo per l'intera Roma. Catullo, chiamandola col vezzeggiativo Mecilia, le dedic un carme dai versi canzonatori. Consule Pompeio primum duo, Cinna, solebant Moecilia: facto consul nunc iterum manserunt duo, sed, creuerunt milia in unum singula. Fecundum semen adulterio. (Sotto il primo consolato di Pompeo erano in due, o Cinna, gli amanti di Mecilia; ora che Pompeo  diventato console per la seconda volta, gli amanti non sono rimasti due, ma hanno raggiunto le migliaia. Si moltiplicano i semi dell'adulterio).
Per il dispiacere di aver ricevuto le corna, almeno a quanto racconta Plinio, qualcuno addirittura abbandonava questo mondo. Marco Emilio Lepido sconfitto da Gneo Pompeo Magno a Cosa, fugg dalla penisola italica e ripar in Sardegna; nell'isola si ammal e mor di disperazione, non gi per la sconfitta subta, come si disse, bens per aver appreso da un biglietto ricevuto, che la moglie Apuleia regolarmente lo tradiva.
In una citt in cui gli uomini pretendevano fedelt assoluta dalle mogli, ma raramente la mantenevano, non tutti erano sprovveduti come Lepido. E siccome la caccia alla matrona era diventata l'occupazione preferita da donnaioli, libertini e scapoli impenitenti, i mariti gelosi per paura di essere cornificati prendevano le contromisure al tradimento e quando percepivano sentore di adulterio, incaricavano schiavi denominati custodes di sorvegliare le mogli.
Nella strana caccia le parti a volte s'invertivano e le prede invece di essere inseguite, correvano incontro al cacciatore. Tutte le matrone dell'alta aristocrazia romana, quasi fossero attirate da un fluido magico, erano affascinate da Giulio Cesare. Il divo Julio da buon dongiovanni non se ne lasciava scappare nemmeno una anzi approfittava per unire al dilettevole anche l'utile di allacciare rapporti politici favorevoli. Per arrivare a Crasso, potente uomo di affari in grado di finanziargli la carriera politica, e forse la persona pi ricca in Roma, divent l'amante della moglie Tertulla, una nobildonna abbastanza attempata che variava frequentemente i suoi intrecci amorosi extra coniugali.
Era sicuramente molto difficile, se non impossibile, alle donne altolocate sfuggire alla seduzione di un personaggio cos interessante. L'elenco completo delle amanti di Cesare potrebbe competere con quello di un rubacuori internazionale odierno. Nel suo palmares di conquiste femminili, oltre a Mucia e Tertulla, tra le donne pi in vista di Roma figuravano Postumia e Lollia, rispettive mogli di Servio Sulpicio e Aulo Gabinio, e Servilia Cepione, la madre di Marco Bruto, che fu sua amante per decenni, e alla quale regal una perla dal costo di sei milioni di sesterzi. Stando ai pettegolezzi dell'epoca, ai nomi delle donne dell'aristocrazia romana amate da Cesare e che Svetonio ci ha tramandato,  da aggiungere un'altra Tertulla, la figlia di Servilia, che fu incoraggiata dalla madre, la cui bellezza incominciava a sfiorire, a entrare nel letto dell'amante per continuare ad avere protezione. Cassio, uno dei cesaricidi, spos poi Tertulla, ma il sordo rancore covato verso Cesare che era stato l'amante della moglie, nonostante fosse trascorso parecchio tempo dall'intreccio amoroso, fu una delle cause che lo spinse a partecipare alla congiura delle idi di Marzo.
Anche al di fuori dei confini italici il fascino del famoso libertino romano mieteva vittime; tra queste, tanto per citare i nomi di maggiore notoriet, le cronache annoverano Eunoe, moglie di Bogude re di Mauritania e Cleopatra mitica regina egiziana dalla quale Cesare ebbe il figlio Cesarione. La fama di donnaiolo che circondava Cesare era di pubblico dominio, e i legionari tornati vincitori dalle Gallie, durante la sfilata del corteo trionfale, nell'unica occasione in cui era concessa la libert di dileggiare il generale, per diffonderla a quei pochi che ancora la ignoravano - ammesso che ci fossero-, intonarono in coro: Cittadini, vi portiamo il calvo adultero, sorvegliate le vostre donne!.
Nei giochi amorosi capitava che, un'innamorata per impossibilit di avvicinare l'amato e attestargli l'amore che ardeva dentro di lei, gli mandasse un messaggio in luoghi istituzionali mentre si dibattevano delicate questioni concernenti la sicurezza dello Stato, e la notizia generasse equivoci.
In Senato erano stati posti all'ordine del giorno seri argomenti sulla congiura di Catilina. Catone il Giovane e Cesare, avversari politici da sempre, si erano alzati dal seggio e stavano sostenendo tesi contrapposte, quando a Cesare fu recapitato dall'esterno della Curia un messaggio scritto su una tavoletta cerata che lui lesse in silenzio. Catone sospettava, come del resto alcuni altri senatori, che Cesare facesse parte dei cospiratori e incominci ad accusarlo ad alta voce di aver ricevuto dai nemici dello Stato un messaggio del complotto. I senatori allora incominciarono ad agitarsi e chiesero se le accuse rispondessero a verit. In mezzo a tanto clamore Cesare porse a Catone la tavoletta ricevuta sulla quale l'amante Servilia, sorellastra dello stesso Catone, aveva scritto un audace messaggio amoroso. Catone lo lesse e inviperito gli lanci indietro la tavoletta, dicendo: prendi!; tornata poi in aula la calma, continu il suo discorso.
D'altronde Catone non era stato fortunato con le donne della propria famiglia. La sorellastra Servilia, per l'amore illegittimo nei confronti di Cesare, non godeva presso i concittadini di una buona reputazione; un'altra Servilia, sua nipote, era andata moglie a Lucio Licinio Lucullo, personaggio molto stimato che per amicizia di Catone l'aveva per lungo tempo sopportata, ma alla fine l'aveva dovuta ripudiare per impudicizia, sebbene lei gli avesse dato un figlio. Anche la prima moglie Atilia con un comportamento indecoroso gli diede dispiaceri dello stesso genere e fu allontanata per adulterio, dopo che dalla loro unione erano nati due figli, Marco, che mor a Filippi e Porcia, sposa di Bruto un congiurato delle Idi di Marzo del 44 a. C.
Un antico proverbio recita: chi la fa, la aspetti. Dalla veridicit di questo motto popolare non riusc a sottrarsi nemmeno Cesare, cornificato dal suo compagno di fazione Publio Clodio Pulcro il quale durante la festa della dea Bona riusc a introdursi in casa sua travestito da donna, ma fu scoperto da una serva. A causa della carica di Pontefice Massimo occupata da Cesare, l'adulterio and a finire in tribunale con l'accusa di oltraggio al pudore e alla religione. Tutto per fin in una bolla di sapone, con un semplice ripudio; Cesare si rifiut di testimoniare contro la moglie e a seguito della scabrosa vicenda la allontan da lui col pretesto che nemmeno il sospetto avrebbe dovuto sfiorarla. Giulio Cesare, nonostante l'equivocit di quell'episodio, per opportunit politica tenne buoni rapporti con Clodio Pulcro e lo us come strumento per mandare in esilio Cicerone, esponente di spicco della fazione avversaria.
Da questi fatti piccanti tramandati da storici e letterati degni di fede, comprendiamo che sebbene gli amori illeciti e le tresche dell'alta societ fossero di dominio pubblico, non accadde uno scandalo di portata tale da coinvolgere le istituzioni. Peraltro di tutte quelle vicende amorose vissute dall'aristocrazia al di fuori dal talamo nunziale, nonostante fossero sulla bocca di tutti e a volte accertate di presenza, mai una di esse termin con un processo di condanna a morte della moglie ma tuttalpi con una semplice separazione. A voler fare una digressione, per quanto riguarda la tolleranza del delitto d'onore c' analogia tra quanto accadeva nel dopoguerra nel nostro paese, e in particolar modo nel meridione, e nella tarda repubblica romana. Nelle famiglie di estrazione popolare se il marito voleva salvare la dignit personale, doveva uccidere la moglie fedifraga. Nelle famiglie aristocratiche quando la tresca era scoperta, bastava una separazione per placare gli animi; fingere di non accorgersi di nulla era ancora meglio: si evitavano strascichi giudiziari e altre noiose seccature.
Un'antica legge che affondava le sue radici in tempi ancora pi lontani dalla fondazione di Roma proibiva alle donne di bere vino e come per l'adulterio le condannava alla pena capitale qualora fossero state colte sul fatto. Il divieto, risaliva a un fatto leggendario avvenuto presso il popolo latino, quando Fauno sorprese la moglie Fauna ubriaca e la percosse a morte battendola con rami di mirto; placatasi l'ira, dentro di Fauno si manifest un desiderio della consorte, tanto forte da spingerlo a istituire riti sacri in onore della sposa uccisa, nel corso dei quali era consuetudine offrire un'anfora coperta da un velo.
Ma perch i Romani punivano spietatamente con la pena di morte la donna, equiparando una bevuta di vino a una relazione extraconiugale?
Studiosi dei costumi, nonostante si siano applicati parecchio per comprenderne i motivi, non hanno dato al quesito una risposta univoca, ma hanno formulato un ventaglio d'ipotesi che va da una sequenza di motivi di ordine prettamente religioso e altri di natura laica da collegarsi a vicende della normalit quotidiana. Secondo l'opinione di alcuni il vino conferiva capacit divinatorie a chi lo assumeva, e poich alle donne erano proibite le divinazioni, berlo era considerato un atto sacrilego. Per altri il vino conteneva dentro di s un'attivit vitale e la donna ingerendolo riceveva un principio di vita che non era quello del marito, l'unico che potesse accogliere dentro di lei, e pertanto commetteva adulterio. Pure i medici erano contrari al consumo di vino da parte delle donne; ritenevano che dovesse essere bevuto soltanto in modeste quantit a scopo terapeutico e che in altre circostanze avrebbe provocato sterilit e aborto. In ogni caso la risposta pi credibile sembra quella che riporta la questione a una ragione pi umana. In altre parole i romani volevano tenere lontano le donne dall'ebbrezza del vino, perch temevano che i fumi dell'alcool le offuscassero l'intelletto e confondendole le spingessero tra le braccia di un altro uomo. Per accertare quindi se la moglie avesse bevuto del vino, era buona regola che il marito appena entrato in casa la baciasse sulla bocca, non tanto per amore, ma per appurare dall'alito se avesse ceduto alla tentazione di sorseggiarne qualche buon calice. Tutte le volte che il maschio di famiglia doveva compiere tale genere di accertamento fuori delle mura domestiche, aveva la facolt di avvalersi dello ius osculi (diritto di bacio), un diritto che in deroga alla legge vigente e unicamente per quel motivo consentiva all'uomo di baciare sulle labbra una propria congiunta in pubblico.
Plinio il Vecchio in Naturalis historia racconta come Egnatio Metenna uccise la moglie a frustate, perch aveva bevuto vino da una botte e che un'altra donna fu fatta morire di fame dal marito per aver forzato la cassetta dove erano rinchiuse le chiavi della cantina. Il famoso naturalista comasco visse in epoca imperiale, quindi  da supporre che la proibizione di bere vino imposta alle donne, vigente fino a prima della fine della repubblica, suscitasse interesse o quantomeno curiosit nel periodo successivo, quando ormai gli antichi costumi per l'allentamento dei freni morali erano caduti in disuso.
L'uccisione della moglie sorpresa a bere il vino era permessa dalla legge, ma di solito il marito invece di usare tanta ferocia la cacciava da casa e col divorzio teneva per s buona parte delle sostanze portate da lei in dote col matrimonio.
In qualunque caso solamente agli uomini era permesso di divorziare, per le donne il divieto era assoluto.
Nei reati giudicati gravi dalla legge Romulea, o meglio, adulterio, avvelenamento e uso di chiavi false, il marito era autorizzato ad appropriarsi interamente della dote della moglie, mentre col ripudio che avveniva per motivi meno importanti, met della dote rimaneva in possesso della donna e l'altra met andava in dono al tempio di Cerere.
Il divorzio avveniva per mancanze della donna ritenute gravi dalla legge, e lo scioglimento del matrimonio dava ai coniugi la possibilit di risposarsi, invece il ripudio, diffusosi largamente in tarda era repubblicana, avveniva per le colpe della moglie giudicate di minore entit e configurate in un comportamento malvagio e ripugnante. In ogni caso la donna risposata non riscuoteva il favore dell'opinione pubblica; come gi  stato scritto, era ritenuta meritevole di lode e virtuosa, l'univira, la donna andata in sposa una sola volta, che aveva dedicato le sue attenzioni a un solo uomo.
Comportamenti della donna, ritenuti non consoni alla condotta da tenere in pubblico, erano colpiti con severit col ripudio, un atto di respingimento per mezzo del quale si prevenivano colpe pi gravi che si sarebbero potute verificare in futuro con la tolleranza a fare passare nell'indifferenza le avvisaglie di comportamenti presenti sconvenienti e manifesti.
Gaio Sulpicio Gallo allontan la moglie con ignominia solo per aver appreso che si era recata al Foro senza coprirsi la testa; per la scopertura del capo l'aveva considerata rea di aver attirato su di lei sguardi indiscreti di uomini. E la moglie di Publio Sempronio Sofo per aver assistito ai giochi all'insaputa del marito fu ripudiata, mentre Quinto Antistio Veto ruppe il matrimonio per aver visto la consorte parlare segretamente con una libert di dubbia moralit.
La condotta immorale della moglie a volte era presa a pretesto dei mariti per divorziare ed entrare in possesso della met della sua dote che la legge assegnava in tali casi congiuntamente a un terzo dei suoi stessi beni. E se i coniugi all'atto della separazione non erano d'accordo su come dividere i beni comuni, ci pensava il giudice a metterli d'accordo.
I coniugi Titinnio e Fannia si rivolsero al tribunale per la definizione di una lite pecuniaria avvenuta a seguito del divorzio e causata dall'ostinazione di Titinnio a non voler restituire alla moglie la considerevole dote ricevuta col matrimonio, poich da marito le addossava la causa della rottura del matrimonio, accusandola di adulterio. Dal dibattito processuale emerse che Fannia conduceva una vita licenziosa gi prima di unirsi in matrimonio e che il marito pur essendone a conoscenza l'aveva sposata per impadronirsi della dote. Gaio Mario, in veste di giudice incaricato di emettere la sentenza, sdegnato dal comportamento venale del marito e dalla bassezza morale della moglie, impose a Titinnio la restituzione della dote e a Fannia il pagamento di una multa di quattro calchi.
Verso la fine dell'epoca repubblicana il tradimento fu preso spesso a pretesto per cambiare moglie. Scuse immotivate per rompere il matrimonio cercavano pure uomini desiderosi di prole, quando le mogli per non aver dato alla luce figli erano ritenute sterili. Procurarsi una discendenza era il motivo principale del matrimonio, per questo gli uomini romani si sposavano e se dopo anni di vita coniugale i figli non arrivavano, a volte erano le mogli stesse a incoraggiare i mariti a cercare altre donne pi fertili. Ispira commozione un'iscrizione tombale rinvenuta, chiamata l'Elogio di Turia. Con un epitaffio il marito, identificato da molti ricercatori storici in Quinto Lucrezio Vespillone, loda la moglie per essergli stata fedele nei quarantuno anni di matrimonio e per averlo salvato nella terza guerra civile dalla proscrizione vendendo i gioielli personali. Finita la guerra, Turia ritenendosi sterile preg il coniuge di ripudiarla per sposare un'altra donna e procurarsi una prole, ma lui rifiut anteponendo l'amore della moglie alla discendenza.
La figliolanza non costituiva un problema irrisolvibile, anzi era un ostacolo facilmente superabile facendosi cedere a tempo determinato o definitivamente da qualche amico la moglie particolarmente prolifica. Il retore Ortensio, sebbene rivaleggiasse in eloquenza con Cicerone, intratteneva con lui rapporti di stretta amicizia come pure con Catone il Giovane, passato poi alla storia come l'Uticense per l'epiteto onorifico che gli abitanti di Utica gli attribuirono dopo che si uccise nella loro citt. Catone, com'era d'uso a Roma, aveva sposato con un matrimonio combinato, Marcia, dalla quale aveva avuto due figlie ed era in attesa di un terzogenito, quando Ortensio gli chiese di cedergliela in moglie, in considerazione che aveva avuto gi due eredi. Catone da buon amico, d'accordo col suocero, acconsent e ripudi la moglie in stato di gravidanza. Marcia partor per Ortensio il figlio portato in grembo al quale, prima che Ortensio morisse, se ne aggiunse un secondo. Deceduto il secondo marito, molto pi vecchio di lei, Marcia, che era stata ceduta a Ortensio senza che fosse richiesto il suo parere, torn in lacrime da Catone pregandolo di riprenderla con s; in fondo si era comportata da buona moglie obbedendo ai suoi ordini, partorendo figli sia per lui sia per il suo amico, pertanto era giusto che le fosse concesso ritornare con il primo marito ed essere ricordata con benemerenza dai concittadini anche dopo la morte.
A Catone dopo il suicidio di Utica Cicerone dedic lo scritto encomiastico Cato (Catone) per lodare chi pi di ogni altro aveva incarnato le virt romane e difeso lo spirito repubblicano. Scrive il famoso oratore arpinate: tutto di lui era pi grande nella realt che nella fama. Giulio Cesare indispettito replic con l'opera Anti Cato (Contro Catone) per contrastare la fama che stava per nascere attorno alla figura leggendaria dell'ottimate, uccisosi per non essere perdonato da chi con una serie d'illegalit aveva guadagnato una posizione cos alta da poter dispensare il perdono. Nell'opera fece trasudare tutto il rancore nutrito per un'intera vita verso l'uomo che era stato il suo contraltare, il suo mortale nemico ancor pi di Pompeo: .... del celebrato paladino della libert non rimane ormai che il ricordo di un ubriacone, un uomo tirchio e spilorcio che per denaro vend sua moglie a Ortensio. E per rendere ancora pi pesante l'insinuazione di avarizia lo accus malignamente di aver setacciato dopo la cremazione le ceneri del fratello per recuperare l'oro fuso dal fuoco.
I fatti narrati che di primo acchito sembrerebbero fantasie scaturite da storie leggendarie accadevano realmente a Roma. Per avere figli alcuni uomini precorrendo i tempi prendevano uteri in affitto da donne usate alla stregua di oggetti. Se poi volevano la certezza assoluta di avere un erede convincevano un amico a farsi cedere la moglie gravida.
Mentre alla donna il conformismo della societ romana richiedeva uno stile di vita degno di canonizzazione permeato da pudicizia, castit, riservatezza e osservazione assoluta delle regole, all'uomo concedeva il permissivismo assoluto. Un giorno Catone il Censore, vedendo uscire da un bordello un uomo in vista, gli rivolse queste parole: Sia onore a te valoroso perch quando la voglia terribile gonfia le vene  qui che devono venire i giovani e non andare a insidiare le mogli degli altri. Avendo per poi visto lo stesso individuo uscire troppo spesso da quella casa di piacere, gli disse: Ragazzo, ho approvato che tu venissi qua una volta ogni tanto e non che tu ci abitassi!.
Per un maschio anche se sposato, non era sconveniente frequentare prostitute (scorta), anzi Cicerone, sintonizzandosi qualche secolo dopo sulla stessa lunghezza d'onda di Catone, lo auspicava, affinch i giovani fossero distratti da rapporti sessuali a pagamento e non tentati di godersi le mogli altrui.
Le prostitute (lupae) nella stragrande maggioranza dei casi erano schiave o liberte e praticavano il meretricio in case chiuse o in postriboli (lupanares), in stanzette molto piccole, dotate di un letto in muratura e chiuse da una piccola porta di legno sulla quale era dipinta una scena erotica rappresentativa della prestazione offerta al cliente. Anche tavernieri e osti compiacenti, oltre a fornire il regolare servizio di vitto e alloggio, tenevano a disposizione nei locali allegre donnine o obbligavano le schiave a soddisfare le voglie degli avventori. Le meretrici di basso livello esercitavano il mestiere pi antico del mondo in seminterrati coperti da un soffitto a volta; altre di pi ancor basso rango, le ambulatrices (passeggiatrici), perlopi di origine orientale, adescavano i clienti ai bordi delle strade, specialmente di notte, passeggiando avanti e indietro con una lanterna per illuminare la via. La tariffa per una singola prestazione amorosa con donne n giovani n belle partiva da un asse (quanto costava una zuppa di legumi) e raggiungeva il costo di 10 - 15 assi con ragazze giovani e piacenti. I soldi spesi dai clienti andavano tutti al tenutario del bordello, che pagava come tassa allo Stato una cifra giornaliera pari a una singola prestazione. Ogni donna che offriva amore a pagamento, aveva un nome d'arte ed era pagata in anticipo nel momento in cui era ingaggiata (o meglio comprata) dal lenone con una cifra corrispondente a circa settecento o ottocento prestazioni.
La prostituzione era regolata dalla legge e le donne che volevano esercitarla dovevano farsi registrare dal magistrato edile nell'apposita lista delle prostitute, di conseguenza erano obbligate a pagare una tassa chiamata vectigal meretricium (tassa sulla prostituzione). Con l'immissione nell'elenco della prostituzione la donna perdeva le prerogative proprie delle signore rispettabili, non aveva pi diritto a ereditare, le era vietato testimoniare in tribunale e di assistere a qualsiasi tipo di pubblico spettacolo, e non poteva indossare la stola, l'abito per antonomasia delle signore romane. Qualora fosse stata stuprata, non le era ammesso sporgere denuncia per violenza carnale. Solo il matrimonio le consentiva la riacquisizione dei diritti perduti e il ritorno tra le file della cosiddetta gente per bene.
In tema di unione ci che al gentil sesso era vietato, ai maschi era ammesso. La societ romana sin dal tempo dei re consentiva agli uomini un concubinato (contubernium) libero da qualsiasi pregiudizio morale e non soggetto ad alcuna regola, mentre la concubina, denominata con un termine di antichissima origine ellenica, paelex o pellex, era considerata una donna d'infima moralit; una legge attribuita a Numa Pompilio, a causa della sua condizione biasimevole le vietava di frequentare luoghi di culto ed edifici sacri. Poi se per caso le capitava di toccare il tempio di Giunone, in segno di ravvedimento doveva sacrificare un agnello.
Dopo la cacciata dei Tarquini, la pratica del concubinato rimase immutata, con tanti mariti che per soddisfare le loro voglie tenevano una schiava o una liberta sotto il tetto coniugale. In una convivenza a tre moralmente deprecabile, i mariti con un comportamento egoistico risolvevano alcuni spinosi problemi; facevano partorire i figli all'amante ed evitavano alle consorti gravidanze indesiderate e il rischio di mettere a repentaglio la vita durante il parto come spesso accadeva. In pi, con la limitazione dei figli legittimi salvaguardavano il patrimonio familiare da un eccessivo frazionamento. Tuttavia, il concubinato nel periodo della repubblica, e tantomeno durante il principato, non mostr nulla di riprovevole per la coscienza del popolo romano e a nessun uomo di qualsiasi ceto sembr vergognoso; per questo motivo non fu mai messo in discussione, n richiese mai il varo di una legge che lo disciplinasse.
Tutte le relazioni allacciate tra l'uomo e la donna senza scopo di matrimonio erano considerate un concubinato e non generavano obbligo giuridico in nessuna delle due parti. Sussistendo solo un'unione di fatto non sottoposta ad alcun vincolo legale, i figli nati dal rapporto della coppia erano ritenuti illegittimi e la donna non acquisiva la condizione sociale dell'uomo - come avveniva nel matrimonio -, ma conservava quella originaria che di solito era di basso o d'infimo livello, in quanto la concubina aveva quasi sempre lo status di liberta o di schiava. In mancanza di conubium la convivenza tra il libero cittadino e la donna affrancata o di stato servile era considerata contubernium, per qualora le circostanze del tempo lo avessero permesso, il matrimonio poteva anche avvenire. Tuttavia quasi mai, per opportunit, accadeva che ingenui (cittadini nati liberi), spesso di posizione sociale molto elevata, sposassero concubine, normalmente donne di livello abbastanza inferiore al loro. D'altra parte pi la disparit di condizione esistente tra l'uomo e la sua compagna differiva, maggiormente la societ accettava relazione concubinaria.
Al divario di condizione sociale non obbligatoriamente corrispondeva un altrettanto distacco di sentimenti; le fonti storiche attestano che personaggi d'indiscussa moralit e perfino imperatori di chiara fama come Antonino Pio e Marco Aurelio, ebbero una o pi concubine verso le quali nutrirono un profondo affetto. Svetonio, l'antesignano del moderno pettegolezzo, in Vita dei Cesari svela che Vespasiano dopo la morte della moglie prese sotto il suo tetto la liberta Cenide da lui in passato amata, e anche da imperatore la tratt quasi allo stesso modo di una moglie legittima.
Dell'omosessualit femminile (o lesbismo) a Roma non vi sono attestazioni che dimostrino fosse un fenomeno sociale degno di essere preso in considerazione. L'omosessualit maschile era tollerata e gli uomini che la praticavano non subivano critiche, purch nell'accoppiamento con la persona dello stesso sesso non ricoprissero la parte passiva. Il rapporto amoroso tra due uomini, allo stesso modo della relazione tra maschio e femmina non era paritario, ma si svolgeva su due piani di livello disuguale, con la sopraffazione di un partner sull'altro; la parte considerata superiore e attiva amava, la parte inferiore e passiva era amata.
L'amore omosessuale, in origine lasciato al libero arbitrio, nell'anno 149 a. C. fu regolato dalla lex Scantinia che proibiva i rapporti con uomini che non fossero schiavi o con ragazzi liberi. Anche per quella ragione i ragazzi romani minorenni e di stato civile libero indossavano al collo la bulla, per dare segno visibile alle persone adulte di sesso maschile che era proibito di avere rapporti sessuali con loro. Difatti i rapporti sessuali che i Romani avevano con le persone dello stesso sesso di solito avvenivano con schiavi o con stranieri giunti apposta dall'oriente per esercitare l'omosessualit come mestiere. In Grecia e in Asia non era deprecabile ricoprire parte passiva nell'accoppiamento, mentre era impensabile che un cittadino della Roma destinata dagli di a dominare il mondo, cresciuto secondo i princpi della superiorit del popolo romano sugli stranieri, fosse dominato a letto da un altro uomo.
Giulio Cesare in et giovanile fu inviato in Bitinia dal comandante Minucio Termo a chiedere a Nicomede IV Filopatore navi da impiegare per la riconquista dell'isola di Lesbo, e tra lui e il re nacque un rapporto d'amore. In futuro, prendendo a pretesto il recupero di un credito da un liberto, Cesare ritorn di nuovo in Bitinia presso il suo amante. Scrive Cicerone in una lettera: in Bitinia il discendente di Venere si coric in un aureo letto, dove perse il fiore della sua giovent.
A Cesare fu rinfacciato pi volte di aver avuto rapporti omosessuali con Nicomede non per ragioni di etica o di moralit, ma per aver avuto nell'amplesso parte passiva e di conseguenza essere stato assoggettato da un altro uomo. Siccome la posizione passiva nel rapporto omosessuale era ritenuta disonorevole e lesiva alla dignit del cittadino, i nemici di Cesare approfittavano di qualunque circostanza per rendere pubblica la disavventura (o avventura amorosa se vista da un'altra prospettiva) del divo Julio. Dolabella non perdeva occasione per ingiuriarlo con l'epiteto di rivale della regina e sponda interna della lettiga regale e Curione spesso e volentieri lo apostrofava come postribolo di Nicomede e bordello di Bitinia. Ma lui non si faceva condizionare da tutte quelle contumelie e un giorno a Bibulo, che per offenderlo lo aveva chiamato regina di Bitinia, con serenit rispose che essere donna non aveva impedito a Semiramide di regnare sugli Assiri e alle Amazzoni di dominare in Asia.
I legionari di Gallia per il vivere quotidiano a contatto con Cesare conoscevano meglio di ogni altro i suoi gusti sessuali e il suo vizietto; un giorno videro che durante le campagne del nord - Europa il loro generale aveva acquistato come schiavi alcuni aitanti giovanotti dai tratti somatici prettamente nordici, pagandoli con dei soldi fuori dalla contabilit ordinaria tenuta dai questori. Il fatto che i ragazzi fossero utilizzati non in lavori pesanti bens in esercizi molto meno faticosi, fug a quei pochi legionari i dubbi fino a quel momento nutriti sul comportamento privato di Cesare e conferm la particolare predilezione del loro generale per un certo stile di vita sessuale.
Nella tarda Repubblica e pi marcatamente nel principato divenne un'abitudine di molti altolocati romani trastullarsi con ragazzi chiamati deliciae (godimenti, piaceri) e intrattenere rapporti sessuali con uomini. Anche in questo Cesare aveva precorso i tempi, dimostrandosi innovatore nel come sarebbero mutate le abitudini sessuali dei romani.
Che Cesare fosse omosessuale - forse sarebbe pi appropriato dire bisessuale, accertato che intratteneva rapporti sessuali sia con uomini sia con donne -, i suoi legionari, lo avevano notato nelle Gallie, ma lo tenevano per se stessi non potendolo apertamente dichiarare, sebbene ne avessero una gran voglia. Si trattava in fondo di una tendenza strettamente personale del comandante e gettare in pasto alla cittadinanza una sua debolezza avrebbe significato assicurarsi ritorsioni costituite da punizioni esemplari. Ritornati, per, vittoriosi in patria, durante sfilata trionfale, cio nell'unica occasione concessa ai soldati per dileggiare il generale, come spinti da una forza irrefrenabile, cantarono in una sola voce: Cesare assoggett le Gallie, Nicomede sottomise Cesare. Trionfa Cesare che assoggett le Gallie, non trionfa Nicomede che sottomise Cesare. I legionari non avevano rivelato alla cittadinanza niente di nuovo; del duplice orientamento sessuale di Giulio Cesare, anche se pochi a Roma ne parlavano, tutti erano a conoscenza; sottovoce si sussurrava che fosse marito di tutte le mogli e moglie di tutti i mariti.
Tuttavia originalit e stranezze di singole persone, anche se famose, non lasciano segni d'interesse storico e sono considerate nient'altro che pettegolezzi. A imprimere un'impronta indelebile nell'evoluzione dei popoli sono le abitudini delle masse, per questa ragione  utile non dilungarsi in argomenti frivoli e rientrare piuttosto nella strada maestra dell'esistenza quotidiana della popolazione romana.
Nelle famiglie quirite a ciascuno dei coniugi erano assegnati compiti ben definiti all'interno di ruoli delimitati e non intercambiabili. Al marito le rigide regole societarie assegnavano il compito del sostentamento e del miglioramento delle condizioni economiche e sociali familiari, alla donna, che tra le pareti domestiche aveva un'elevata considerazione, era affidata la conduzione della casa, la crescita dei figli e la lavorazione della lana; per lei il fuso e la conocchia erano gli equivalenti di quello che per il marito era l'aratro. Merita citazione un epitaffio scolpito su una tomba:
Fermati passeggero!
Leggi la mia breve sentenza.
La lapide una bella donna copre.
Dai parenti Claudia fu chiamata,
con tenero amore am il suo consorte
e due figli gli diede: uno lo lasci sulla terra,
l'altro fu coperto nel grembo della terra.
Di soave linguaggio, governava la casa e filava.
Ora vattene!
Secondo il severo codice repubblicano la donna era preposta ad amministrare la casa della quale era la padrona incontrastata come dimostrano l'affido a lei di tutte le chiavi, tranne quelle della cantina, e l'etimologia della parola donna, vicina a domus (casa) e a domina (padrona). La padrona di casa nella famiglia di condizione economica agiata tale da permettersi la servit, oltre ad accudire all'abitazione con l'aiuto di ancillae (schiave), svolgeva i normali i lavori femminili del ricamo, della filatura e tessitura della lana, che tanto onore le conferivano agli occhi della cittadinanza. All'approvvigionamento degli alimenti provvedeva l'uomo, libero di percorrere le vie cittadine in lungo e in largo e frequentare botteghe e luoghi pubblici. La donna conduceva una vita ritirata, pertanto era impossibile vederla al mattino porgere l'ossequio al patrono o magari andare a prelevare con la tessera annonaria i generi alimentari gratuiti o a discutere con delle conoscenti; stava piuttosto in casa ove si dedicava alla preparazione dei cibi, ma si asteneva dalla macellazione e dalla macinazione della carne, considerate mansioni di carattere religioso devolute unicamente agli uomini, perch correlate al sacrificio degli animali. In campagna era meno sottoposta all'autorit maritale e aveva maggiore libert di movimento che in citt; il suo lavoro dava, infatti, un notevole contributo al mantenimento del benessere familiare e pertanto era molto apprezzato.
La modestia, unita alla presenza quanto pi possibile in casa e all'evitare di bighellonare, formava un criterio aggiuntivo favorevole alle qualit di una buona moglie, anche se alla donna romana era lecito uscire da sola a differenza dalla donna greca, obbligata a stare nel gineceo. Nel frequentare manifestazioni, luoghi pubblici, feste, giochi e teatro, una buona regola voleva che la moglie si accompagnasse al marito; lo stesso principio valeva per i banchetti, dove lei partecipava assieme al coniuge stando seduta ai suoi piedi, mai sdraiata sul triclinio; una posizione tipica distensiva, quest'ultima, consentita nella particolare occasione soltanto agli uomini.
Nell'et repubblicana riscuoteva approvazione il comportamento riservato della virtuosa matrona che non sprecava il tempo ricevendo visite eccessive da amiche e conoscenti e rivolgeva le attenzioni interamente ai figli e al marito. Il marito da parte sua quando stava lontano per un lungo periodo, perch impegnato dal lavoro in campagna o lontano a combattere, di solito prima di ritornare a casa mandava qualcuno per avvisare la moglie della sua venuta. La notizia di un prossimo arrivo da parte del coniuge costituiva un attestato di fiducia nei confronti della moglie che aveva il tempo di preparare una gradevole accoglienza e le evitava il sospetto di sentirsi sorvegliata da un rientro inaspettato, come se fosse sospettata di tessere un inganno nei confronti del marito o avesse qualcosa da nascondere.
In una societ piena di divieti, una proibizione vicendevole, riguardava i coniugi: lo scambio reciproco dei doni, stabilito non con l'intenzione di impedire al marito il ricevimento di un regalo da parte alla moglie o viceversa, ma piuttosto per significare che un bene posseduto da ciascuno dei due apparteneva a entrambi, secondo una logica che chi riceveva qualcosa da un'altra persona, si abituava a non considerare di sua propriet ci che non gli era dato. Di conseguenza i mariti in caso di scambio con le mogli anche di una piccolissima parte dei loro averi, si sarebbero privati vicendevolmente di tutto il patrimonio. Questo dice Plutarco in Questioni romane. Inoltre, in una societ improntata al maschilismo, in cui l'uomo non era abituato a chiedere, porgere regali alle donne avrebbe rappresentato un segno di debolezza del sesso maschile. Le mogli erano ritenute degne di onore se amavano i mariti senza ricevere qualcosa in cambio; i regali erano donati alle rappresentanti del gentil sesso - che magari li accoglievano con piacere -, soprattutto con lo scopo di sedurle. Per impedire che l'ostacolo del passaggio di un dono dal marito alla moglie fosse aggirato per vie traverse con elargizioni tra parenti, la proibizione di scambiarsi i regali includeva anche suoceri e generi.
Una parte delle donne, insofferente di essere rilegata al ruolo d'inferiorit, nell'anno 331 a. C., eponimo dei consoli Marco Claudio Marcello e Tito Valerio, cerc di uscire dal ruolo di sottomissione, attuando contro i mariti una ribellione silenziosa e allo stesso tempo letale, ma il complotto fu segnalato alle autorit da un'ancella e la verit venne a galla. In seguito alla denuncia, per far luce sulla morte sospetta di molti uomini d'elevato rango sociale, furono perquisite le case di donne altolocate e in venti residenze furono scoperte pozioni venefiche pronte a essere somministrate. Le padrone di casa furono costrette a bere gli intrugli preparati e morirono all'istante. Il numero delle donne incriminate di veneficio si allarg a macchia d'olio e ben centosettanta matrone andarono incontro alla pena capitale. Le imputate non furono condannate per le azioni criminali commesse, ma perch il collegio giudicante le consider pazze. I giudici, dopo un approfondito dibattito processuale, ritennero assurdo che le donne avessero architettato le criminose azioni per ribellarsi all'autorit dei mariti e sentenziarono che gli assassinii erano stati commessi unicamente per follia.
Nonostante quel grave incidente di percorso, la famiglia romana rimase compatta fin quasi alla fine del periodo repubblicano, in seguito volse al declino e fu coinvolta nel decadimento collettivo della societ, come accade in ogni paese ogni qual volta il benessere diventa cos elevato da far sembrare il superfluo indispensabile e lo stile di vita diventa permissivo oltre il lecito.
Con l'introduzione del matrimonio sine manu l'autorit maritale and man mano allentandosi e la donna rimase di pi legata alla famiglia del padre anzich a quella del marito; le parti si erano rovesciate, in realt il coniuge non comprava pi la moglie dal suocero, ma era il capofamiglia che per procacciare il matrimonio alla figlia indirettamente le acquistava un marito, fornendola di una cospicua dote.
Del divorzio e del ripudio, che prima erano in prevalenza usati secondo l'intendimento romuleo allo scopo di sanare colpe matrimoniali realmente avvenute, si abus in un crescendo che presto port i cittadini di et avanzata a dire: Divorziano per sposarsi, si sposano per divorziare. Per sciogliere il matrimonio bastavano un futile motivo e l'impiego di una procedura molto semplice. Il marito, per liberarsi della moglie, senza alcun preavviso le recapitare tramite una persona di fiducia - di solito uno schiavo o un liberto - la tavoletta di ripudio con la scritta: tuas res tibi habeto (prendi le tue cose). Ricevuto l'avviso, la moglie doveva lasciare la casa, e il marito secondo i casi era obbligato a restituire la dote.
Con la licenziosit dei costumi, nel primo periodo imperiale i divorzi subirono un'impennata tale da far definire a Marziale i matrimoni adultri legalizzati. Le donne avevano ormai rotto i freni inibitori e nelle classi elevate gareggiavano con gli uomini in sfrenatezza. Il collante dell'unione familiare cominciava a disgregarsi e nel fortino dell'antica famiglia, comparivano le prime crepe destinate a diventare sempre pi profonde. Il mito di Lucrezia, la moglie di Collatino violentata che si era uccisa davanti agli occhi del padre e del marito, chiedendo vendetta per la sua castit violata, era tramontato. Il modello di donna dedita alla casa e fedele al coniuge, considerato per secoli un esempio virtuoso da imitare, sconfinava nel ricordo.

4. I figli e l'adozione.

Il fondamento della famiglia e la procreazione dei figli nel profondo della coscienza della societ romana pi che fatti naturali erano doveri morali da adempiere da parte dei cittadini nei confronti dello Stato. Lo scopo principale del matrimonio erano i figli, destinatari dell'eredit paterna intesa non solo come lascito di beni materiali, ma soprattutto quale trasmissione dei valori comuni al popolo romano a prescindere dalla classe sociale di appartenenza. Perch il fine del cittadino, qualunque fosse il suo posto occupato nella scala gerarchica della societ, era rendere per mezzo dei figli quanto pi illustre il nome del casato, con l'acquisizione di meriti che avrebbero permesso alla famiglia intera di scalare posizioni nella classista societ romana. Un passaggio di Plutarco in Vita di Catone Maggiore rende evidente il concetto espresso.
Catone, rimasto vedovo in veneranda et, aveva deciso di risposarsi; al figlio Marco che gli domandava se avesse da muovergli qualche biasimo o se avesse ricevuto da lui qualche dispiacere per dargli una matrigna, alzando la voce rispose: Non dir cos figlio mio! Tutto da parte tua  stato fatto in modo ammirevole nei miei confronti e non ho niente da rimproverarti. Io mi risposo per lasciare a me stesso pi figli e alla patria pi cittadini simili a te.
La maggior parte della responsabilit della procreazione ricadeva sulla donna. La sterilit femminile - quella dell'uomo si sconosceva - era considerata figlia di una sorte contraria, invece mettere al mondo figli era ritenuta una benedizione. Questi intendimenti valsero fino al tramonto dell'era repubblicana, periodo in cui incominci a manifestarsi un'inversione di tendenza destinata ad accentuarsi all'inizio dell'Impero, quando lo svago e i divertimenti furono preferiti a una prole numerosa. Non sempre per nel frattempo tutto era filato liscio in direzione del principio popolare condiviso di avere quanti pi figli possibili; gli aborti rappresentarono una deviazione.
Fin dal varo della legge delle XII tavole, la decisione di interrompere la gravidanza era punita se causava la morte della donna; essa spettava unicamente al marito che aveva la facolt di ripudiare la moglie, qualora si fosse accorto di un aborto procurato a sua insaputa.
Sugli pseudo-medici e ostetriche che materialmente impedivano la nascita, gravavano grandi responsabilit; entrambi in caso di morte avvenuta in seguito a un intervento chirurgico abortivo, dovevano difendersi dall'accusa di omicidio. Per decessi causati dall'ingestione di pozioni finalizzate all'interruzione della gravidanza, i colpevoli erano chiamati a rispondere di veneficio. La legge sconsigliava i dottori di praticare aborti in gravidanze originate da relazioni extra matrimoniali: prestando la loro opera in casi di tal genere, incorrevano nelle stesse condanne previste a carico delle amanti nelle relazioni adulterine.
Se l'aborto costituiva per le donne romane un serio pericolo di vita, non meno lo rappresentava il parto, considerato che quasi il dieci per cento delle partorienti, per lacerazioni interne o per emorragie moriva nel dare alla luce un bambino. Di parto morirono Giulia e Tullia, figlie rispettive di Cesare e di Cicerone, come pure Emilia, la seconda moglie di Pompeo Magno.
Per ridurre i rischi del parto, le madri fasciavano le giovani figlie nelle parti superiori del busto lasciando libera la parte inferiore, vale a dire il bacino, in modo che raggiungesse uno sviluppo maggiore, per il resto le mettevano sotto la protezione della dea Giunone Lucina, la quale oltre a sovrintendere ai matrimoni vigilava insieme all'altra divinit Carmenta sulla nascita dei bambini.
Verso la fine della Repubblica le donne, in particolare quelle di condizione sociale elevata, anzich mettere al mondo figli preferirono godersi la vita e con la pratica della continenza provocarono la diminuzione delle nascite. Cicerone nel calo demografico ravvis un pericolo incombente sulla solidit dello Stato e invoc la proibizione del celibato. Nell'anno 9 d. C., il console Marco Papio Mutilo e Quinto Poppeo Secondo per contrastare il diffondersi del celibato vararono la legge Papia Poppaea che sanzionava con multe gli uomini ultra sessantenni e le donne oltre i cinquanta anni di et, che non avevano contratto matrimonio. Del resto ancora prima, nell'anno 17 a. C., lo stesso imperatore Augusto con due leggi era intervenuto a sostegno della famiglia che incominciava a traballare: con la lex Iulia de maritandis ordinibus, per incoraggiare le nascite notevolmente in calo, e con la lex Iulia de adulteriis coercendis, per mettere un freno agli adultri aumentati in maniera preoccupante. E per essere coerente con quanto da lui legiferato, mand in esilio a Pandataria (Ventotene) e poi a Reggio Calabria la figlia unica Giulia Maggiore e a Tremerus (Isole Tremiti) la nipote Giulia Minore, colpevoli entrambe di condurre una vita dissoluta. Inoltre viet che le loro ceneri fossero conservate nel monumento sepolcrale: il Mausoleo di Augusto, la tomba di famiglia.
Per migliorare la situazione societaria in crisi, alle famiglie numerose Augusto accord privilegi di natura sociale, ma soprattutto di ordine economico, fino allora ritenuti inimmaginabili, e invece impose gravami legali e finanziari a donne e a uomini non sposati. Con la legge lex Iulia de maritandis ordinibus imperniata sull'obbligo a contrarre matrimonio, oltre a gravare i celibi di pesanti tasse, premi le madri di almeno tre figli, liberandole della tutela dopo la morte del padre, mentre precluse il diritto di eredit alle donne ultra cinquantenni nubili.
Della prole, i pi desiderati erano i figli maschi, giacch rappresentavano la forza lavoro e i diretti consanguinei ai quali passare il testimone del nome della famiglia d'appartenenza. Le femmine non sempre erano ben accette, anzi spesso rappresentavano un peso da cui liberarsi ed erano esposte; tale forma di rifiuto della paternit era usata anche in Grecia in misura maggiore che a Roma.
I neonati di sesso dubbio, non marcatamente definito, andavano incontro a un trattamento disumano; i Quiriti di solito eliminavano gli ermafroditi gettandoli in mare, perch agli occhi della popolazione destavano grandi timori. Pure i bambini deformi, secondo la legge delle XII Tavole, dovevano essere uccisi.
La propria casa e una numerosa discendenza costituivano per il cittadino romano il cardine attorno al quale ruotava la vita, ma se i figli arrivavano pi di quanti voluti, sebbene il divieto religioso condannasse qualsiasi esposizione dei figli maschi e della prima figlia femmina, il padre se lo riteneva opportuno aveva la facolt di liberarsene, soprattutto di quelle di sesso femminile, in qualunque modo gli aggradava, dal momento che spettava unicamente a lui riconoscere o no i figli, sui quali aveva il pieno diritto di vita o di morte. Per quanto biasimevole fosse la pratica dell'esposizione della prole, il padre ne aveva il pieno diritto in assenza del quale il suo potere illimitato sulle persone della propria casa avrebbe vacillato.
Appena nato, dopo il primo bagno la levatrice (obstetrica), che poteva essere una donna della famiglia o una liberta o una schiava, deponeva il bambino a terra affinch il padre sollevandolo lo riconoscesse. Se il genitore riteneva il figlio legittimo, lo alzava e lo poneva sulle sue ginocchia. Dal latino genu (ginocchio) e dal fatto che il padre accoglieva formalmente il figlio neonato,  derivato nella lingua italiana il vocabolo genuino che significa autentico, schietto, non alterato. Nel caso che il padre lo avesse lasciato a terra, il bambino era considerato respinto. Con il termine di agnoverat (da agnosco = riconoscere) il capo famiglia accettava il figlio illegittimo, mentre con sublatus (da sublevo = sollevare) riconosceva il figlio nato all'interno del matrimonio. Il padre per un motivo qualsiasi del quale non doveva rendere conto ad alcuno - o per non allargare la famiglia o perch il nuovo arrivato era deforme o ritenuto illegittimo -, poteva non accettare (suscipere) il figlio, in tale circostanza al respingimento seguiva l'esposizione, cio l'abbandono in una pubblica via con indosso qualcosa di particolare che servisse da riconoscimento qualora il genitore si fosse pentito del disconoscimento.
Sull'abbandono dei neonati ascoltiamo un curioso episodio a sfondo drammatico raccontato da Svetonio sulla vita di Nerone, con riferimento all'uccisione della madre Agrippina Minore e alla pena del culleum (sacco) riservata agli assassini dei genitori:
Quando Nerone entr in Roma dopo l'assassinio della madre, la gente pubblicamente lo venerava, ma in privato, cio quando si poteva esprimere liberamente senza rischiare nulla, lo bersagliava con critiche feroci. Dapprima degli sconosciuti appesero nottetempo un sacco di cuoio, alludendo con quel gesto al fatto che bisognava gettarvi dentro, lui, l'imperatore. Poi abbandonarono nel Foro un bambino cui avevano attaccato una tavoletta con la scritta: Non ti riconoscer come figlio per evitare che tu ammazzi tua madre.
Solitamente a raccogliere i bambini esposti non erano uomini caritatevoli, ma spregevoli persone interessate a trarne profitto, autorizzati dalla legge a vendere i neonati a tempo debito come schiavi. Il genitore perdeva la patria potestas sul bambino abbandonato, invece chi lo raccoglieva (nutritor) poteva adottarlo o venderlo come schiavo, purch al momento del ritrovamento avesse presentato alle autorit una dichiarazione d'intenti. Comunque, in qualunque momento il padre naturale poteva reclamare la restituzione del figlio e riprenderlo, indennizzando il nutritor di tutte le spese sostenute per allevare il neonato fino a quel giorno.
I figli abbandonati o di padre ignoto, come forma d'insulto rivolto pure ai nati da una donna n fidanzata n sposata, prendevano il nome di spurii, da spurium, parola con cui i Sabini denominavano i genitali femminili. Spurio, alla stregua di Marco, Gaio, Gneo, etc. era un nome proprio di persona contraddistinto per semplicit, alla stessa maniera degli altri, con un'abbreviazione. Per il nome di Spurio, l'acronimo consisteva nelle lettere S e p; da ci deriv una spiritosa dicotomia, potendo significare la sigla Sp sia Spurio (nome proprio della persona) sia Sine patre (senza padre).
La crudele forma di disconoscimento della paternit, iniziata nel periodo monarchico con l'esposizione dei neonati e praticata indistintamente da tutte le classi sociali, attravers la Repubblica e sconfin nell'Impero, nonostante la diffusione del cristianesimo avesse smussato gli aspetti pi duri della societ romana. La stragrande maggioranza delle creaturine abbandonate era costituita, oltre che da figli illegittimi, soprattutto da bambine nate da regolari matrimoni, allora lo Stato, affinch la parte femminile della popolazione non fosse depauperata in maniera sconsiderata, con una legge costrinse i capifamiglia a riconoscere almeno la primogenita.
Superato lo scoglio del disconoscimento che poteva dare alla vita un'impronta sicuramente negativa o procurare con l'esposizione la morte, il neonato dopo nove giorni dalla nascita, se maschio, o dopo otto, se femmina, nel dies lustricus (giorno lustrale) riceveva dal padre il praenomen. La disparit del numero dei giorni rappresentava una forma di rispetto verso la natura umana, giacch la femmina raggiunge la pubert e il pieno sviluppo prima del maschio. Nel giorno lustrale denominato anche dies nundinae (giorno delle nundine) dal numero dei giorni trascorsi dalla nascita, i genitori invocavano Nundina, un'antica divinit che stando ai Saturnalia di Macrobio presiedeva alla purificazione e all'imposizione del nome e liberava il neonato da tutte le impurit lasciategli dalla gestazione e dal parto. Nel rito purificatorio il bambino riceveva in dono dai familiari e dagli schiavi di casa, piccoli oggetti di valore chiamati crepundia (sonagli) che appesi al collo con una catenella producevano un tintinnio. I regali riproducevano in miniatura arnesi usati nella vita quotidiana; Plauto nel Rudens parla di una minuscola spada sulla quale era impresso il nome del genitore.
Analogamente ai cristiani che per incominciare un cammino di fede verso il regno dei cieli ricevono il sacramento del battesimo al fine di essere emendati dal peccato originale, i Romani aprivano il loro rapporto con gli di attraverso la lustratio (purificazione), un rito religioso che aveva una doppia funzione: liberare la persona (ma anche gli oggetti) da ogni possibile forma di corruzione e proteggerla dal pericolo delle negativit esterne. La cerimonia purificatrice non si limitava soltanto alle nascite, ma si estendeva ad altri aspetti della vita con l'impiego, nel rito, di elementi di forte valenza simbolica quali l'acqua, il fuoco e l'incenso. La purificazione avveniva aspergendo il bambino con acqua lustrale (purificatrice) mediante rametti di lauro o di ulivo (considerati sacri alla stregua delle fronde del mirto e della quercia) o per mezzo di un aspersorio (aspergillum), durante una cerimonia molto simile al battesimo cristiano.
Al bambino purificato i genitori, secondo le possibilit economiche della famiglia, mettevano al collo una collana con un dischetto d'oro o di bronzo o di osso o di cuoio (bulla), simbolo dello stato civile di persona libera. La bulla, indossata per tutta la fanciullezza, alla stessa maniera dei crepundia era considerata un portafortuna e serviva anche per l'identificazione nei casi di bambini abbandonati o smarriti. All'inizio della vita il pargolo, stando alla fede religiosa romana, beneficiava della protezione di Fabulino, divinit della conoscenza che lo aiutava a pronunciare le prime parole, e dalla dea Statina che gli dava la forza per reggersi sulle gambe e camminare speditamente. Appena il bimbo era in grado di muovere i primi passi, i genitori gli toglievano le fasciature che fin dai primi mesi di vita avevano costituito l'unico capo di vestiario e lo vestivano con la toga praetexta, l'abito indossato soltanto dagli alti magistrati, dai sacerdoti oltre che dai ragazzi.
L'indumento di lana a foggia ovale, e bardato da una striscia di porpora, richiedeva il dovuto rispetto nei confronti di chi lo indossava. Il bambino per la minore et, non avendo la capacit di difendersi da solo, era protetto dal cerchio magico che lo circondava, formato dalla striscia rossa di porpora cucita sull'orlo della toga, che a ragione della tradizione ereditata dagli etruschi l'avrebbe preservato dagli influssi esterni negativi.
Al tempo della Repubblica non esistevano registri di stato civile per la registrazione dei neonati (fu l'imperatore Marco Aurelio a istituirli nel II secolo d. C. e a obbligare i padri a farvi iscrivere i figli entro trenta giorni dalla nascita, per avere contezza del denaro elargito alla popolazione e della distribuzione dei viveri ai poveri e inoltre per operare una netta distinzione tra persone di stato libero e di condizione servile). Pertanto il ragazzo romano, non considerato ancora uomo nella pienezza del termine, viveva in una sorta di limbo civico, finch raggiungeva il diciassettesimo anno di et quando, ritenuto maggiorenne, acquisiva il diritto all'emancipazione; al sopraggiungimento della piena maturit fisica abbandonava la toga praetexta e indossava la bianca toga virilis intessuta in lana, il simbolo per antonomasia del libero cittadino romano. Pertanto usciva simbolicamente dal cerchio rosso di porpora che bordava la toga praetexta, cio dal talismano che fino allora lo aveva messo al riparo delle negativit e, divenuto adulto, da quel momento si doveva preoccupare a proteggersi da solo.
La fine della fanciullezza era segnata da una pubblica cerimonia che avveniva nell'unico giorno dell'anno riservato all'emancipazione dei giovani: il 17 Marzo, la festa dei Liberalia, dedicata al dio Bacco (Liber Pater). Nel corso di un rito religioso svolto in casa e culminante in un sacrificio offerto alla divinit, il ragazzo deponeva sull'altare domestico consacrato ai Lari (divinit protettrici della casa), la toga praetexta, i crepundia e la bulla portata al collo, e con l'aiuto di una familiare o di un'ancella indossava la toga virile, mentre il padre lo bagnava con acqua lustrale, cos come aveva fatto la prima volta quando da bambino aveva indossato la toga praetexta. Si formava poi un corteo festante che usciva dall'abitazione e si dirigeva verso il tempio di Giove in Campidoglio. Suonatori, amici, parenti e genitori del ragazzo, accompagnati dai clienti (clientes) del padre, formavano una processione che camminando per la strada ne incrociava altre dirette nello stesso luogo.
I ragazzi di salute fisica o mentale cagionevole, erano portati in Campidoglio di notte, a piedi (o in lettiga se infermi), alla chetichella, come fecero i parenti con l'imperatore Claudio, ritenuto in giovent deficiente, per problemi di salute.
Tutte le vie cittadine, piene di bancarelle approntate per la vendita di dolci a base di miele, brulicavano di persone partecipanti alla festa. La gente mangiava per strada e sui fornelli bruciava una piccola porzione di cibo per offrirla a Libero, il dio della giornata.
Dopo essere stato presentato a Iuppiter Optimus Maximus (Giove Ottimo Massimo), padre di tutti gli di e protettore della citt, il giovane seguto dal corteo si avviava verso il Foro per compiere l'atto conclusivo del rito. Ad attenderlo c'erano i magistrati incaricati a iscriverlo con i suoi tre nomi (tria nomina), nelle tabulae censoriae (libri dei censimenti) dei cittadini romani. Il periodo dell'adolescenza era ormai terminato; sebbene fosse sempre sottoposto al padre, il giovane assumeva lo stato di cittadino romano adulto a tutti gli effetti. D'innanzi a lui si aprivano possibilit rapportate alla classe sociale d'appartenenza; i genitori si aspettavano che onorasse il nome della famiglia e lo migliorasse con imprese degne di memoria.
Per un uomo ambizioso che ambiva a essere eletto e percorrere il cursus honorum per dare la scalata ai vertici delle cariche dello Stato, era importante essere circondato da una numerosa prole sulla quale esercitare il potere di capofamiglia. Pi numerosi erano i figli sui quali il candidato esercitava la potestas, maggiormente la cittadinanza lo teneva in considerazione. Questa era una ragione, ma non la sola, che spingeva chi non aveva abbastanza figli naturali, a ricorrere dell'adozione (adrogatio), un istituto che affinch fosse giuridicamente valido, fino all'inizio del III secolo a. C. doveva riscuotere il consenso delle curie convocate dai pontefici. Da allora in poi i comizi curiati furono svuotati di significato politico e l'adozione fu sanzionata da trenta littori in rappresentanza delle curie.
L'istituto giuridico dell'adozione quindi non sempre era sfruttato per soddisfare il bisogno di prole delle famiglie, spesso serviva ad aggiungere altri figli alla discendenza naturale e alla stregua del matrimonio era sfruttato come puro metodo per intessere alleanze politiche: uno scopo che rimarcava l'aridit dei rapporti umani esistenti all'interno della famiglia. L'adottato non si allontanava dal nucleo familiare d'origine, anzi fungeva spesso da mezzo d'unione tra la famiglia adottiva e quella di provenienza, e l'allargamento della parentela che si veniva cos a generare, consentiva alle due famiglie di avere un maggior peso decisionale complessivo all'interno della societ.
La legge scolpita sulle XII tavole stabiliva che il capo famiglia era l'unico uomo a detenere il potere di dare in adozione un figlio, che di solito era il maggiore o quello che di pi brillava in capacit e intelligenza, perch chi compiva un'adozione, investiva sul figlio adottivo cospicue risorse per il miglioramento del casato. La pratica adottiva era spesso impiegata dal padre naturale a scopo di lucro, per incamerare una cospicua somma di denaro sotto forma indennizzo per il trasferimento del figlio, e a volte dava agio a persone senza scrupoli d'impossessarsi addirittura d'interi patrimoni. Nel cercare l'arricchimento attraverso una cammino consentito dalla legge ma immorale se percorso in malafede, qualche avventuriero adottava il figlio di un facoltoso anziano in modo che, alla morte del padre naturale, l'adottato con tutto il patrimonio ereditato passasse legalmente sotto la sua autorit.
Con l'adozione, l'adottato assumeva lo stato sociale del capo famiglia, sotto la cui autorit andava a essere sottoposto. Secondo quest'aspetto sarebbe lecito presumere che convenisse a un plebeo farsi adottare da una famiglia patrizia per avere una prospettiva di vita migliore di quella consentita dal rango sociale occupato, e non viceversa cio che un patrizio si facesse adottare da un plebeo. Paradossalmente per opportunit politica accadeva pure il contrario. Non trovando sbocchi di carriera nella classe aristocratica, qualche nobile, tramite un'adozione non certo disinteressata, si trasferiva tra le fila plebee. Indicativo il caso di Publius Claudius Pulcher (Publio Claudio Pulcro) che appartenente all'antichissima e illustre famiglia romana dei Claudii, per essere eletto tribuno della plebe si fece adottare dal senatore plebeo Publio Fonteio, suo probabile amasio, rinunciando all'originario status di patrizio. L'adozione fu resa legalmente possibile sebbene Fonteio fosse d'et inferiore a quella dell'adottato il quale nel prendere lo status di plebeo corruppe il nome gentilizio da Claudius in Clodius, modificando il suo nome completo in Publius Clodius Pulcher come noi meglio lo conosciamo. Nel rito cerimoniale dell'adozione Clodio Pulcro non rinunci al patriziato di fronte all'assemblea popolare, come voleva la procedura corrente. Per motivi di convenienza il passaggio nella classe plebea avvenne tramite l'escamotage dell'arrogatio (attribuzione), procedimento con cui un padre di famiglia si sottoponeva di sua volont alla potest di un altro padre di famiglia al quale versava il suo patrimonio, divenendone figlio (filius). Della presunta irregolarit, avvenuta senza il rispetto della procedura tradizionale, approfittarono gli avversari politici di Clodio e favorirono il rientro di Cicerone dall'esilio a Roma. Siccome Fonteio non aveva adottato Clodio secondo i ferrei canoni previsti dall'istituto giuridico dell'adrogatio (adozione), l'adozione non fu ritenuta valida, di conseguenza Clodio decadde dalla carica di tribuno della plebe e fu abrogata la legge da lui proposta con decorrenza retroattiva con la quale era stato colpito Cicerone, considerato reo di aver fatto condannare illegalmente alla pena capitale i catilinari Lentulo e Cetego, privandoli del diritto di appello al popolo (provocatio ad populum).
La pratica adottiva continu nel principato e nel II secolo d. C., conosciuto anche come il secolo degli imperatori adottivi, l'adozione fu adoperata dagli Antonini per designare i successori. Gli imperatori di quel periodo sceglievano gli eredi tra gli uomini ritenuti i pi capaci di amministrare lo Stato e con l'adozione li legittimavano a reggere l'impero alla loro morte.
Una forma similare all'adozione, anche se meno esercitata, era l'affido, una pratica con cui il capofamiglia incaricava una persona erudita di fiducia di curare l'istruzione o l'educazione dei figli. La storia ricorda che il dittatore Lucio Cornelio Silla affid l'istruzione del figlio Fausto all'ufficiale prediletto Lucio Licinio Lucullo, preferendolo a Gneo Pompeo Magno col quale aveva controversie di natura politica.

5. I giochi dei ragazzi e l'istruzione.

I bambini romani da soli o insieme a coetanei dedicavano buona parte della giornata a dei passatempi molto simili a quelli praticati dai bambini in Grecia o a quelli dei nostri tempi. Quasi che il tempo si sia fermato, i giochi erano gli stessi di quelli che hanno dilettato la nostra fanciullezza: l'aquilone, l'altalena, la trottola, il salto con la corda, il rincorrersi per strada, la mosca cieca. Nella mosca cieca un ragazzo bendato diceva, acchiapper la mosca di bronzo e cercava di bloccare uno dei compagni di gioco i quali mentre gli giravano attorno, lo colpivano con strisce di cuoio e replicavano: la cercherai, ma non la prenderai. E quando uno di loro - la mosca di bronzo - veniva afferrato, pagava pegno sostituendo il compagno bendato.
I ragazzi giocavano pure alla guerra, simulando il ruolo del soldato o del generale e costruendo castelli e fortificazioni di fango, come di consueto fanno nella spiaggia con la sabbia. Cassio Dione scrive che quando Giulio Cesare part per imbarcarsi a Brindisi e muovere contro Pompeo, gruppetti di ragazzini divisi tra cesaristi e pompeiani percorrevano le strade di Roma, a cavallo di canne e armati di spade di legno, e simulavano il combattimento tra i due generali.
Frotte di bambini si divertivano con una palla (pila), realizzata con un pezzo di stoffa riempita con stracci, paglia, piume o con carrettini o con piccole bighe di legno dalle dimensioni pi disparate. Altri trascinavano i veicoli molto piccoli con uno spago o li aggiogavano ad animaletti di taglia minuta, e mettevano al traino quelli di dimensione maggiore: cani, pecore e altri animali di forza tale che consentiva di portali in giro a bordo di un carrettino rimorchiato.
Giochi molto praticati erano pure quelli che si svolgevano con l'impiego di noci. I giocatori si disponevano a breve distanza da un vaso dalla bocca molto stretta e cercavano di imbucarle lanciandole nella giusta direzione o le utilizzavano per costruire castelletti da abbattere con il lancio di una singola, alla stregua del gioco dei barattoli che si buttano gi con una palla. I genitori per far capire ai figli maggiorenni di essersi lasciati ormai alle spalle l'infanzia, dicevano che il tempo del gioco delle noci era ormai passato. Reliquere nuces, significava abbandonare un gioco praticato dai bambini.
Il gioco dei dadi, della morra, di testa o croce, che lo Stato vietava agli adulti, tranne che nei giorni di liceit nel mese di dicembre in occasione della festa dei Saturnali, erano invece consentiti ai bambini, pertanto non era raro vedere in giro ragazzi che cercavano di indovinare il punteggio uscito dal getto dei dadi o dall'apertura delle dita delle mani o su quale faccia sarebbe caduta una moneta lanciata in aria.
Per le bambine il diletto principale era quello di sempre: il gioco con la bambola (pupa), in cui interpretavano naturalmente il ruolo della mamma. Ed era la bambola, il giocattolo che spesso purtroppo le accompagnava nella tomba per una morte causata in tenera et da una delle tante malattie che colpivano la societ romana ed elevavano altamente il tasso della mortalit infantile.
Nelle famiglie delle classi sociali pi basse il padre costruiva i giocattoli per i figli, mentre i benestanti si rivolgevano ad artigiani capaci di confezionare i pezzi pi ricercati: bambole dagli arti snodabili, molto simili a quelle d'oggi, trottole (turbo) variopinte, cerchi (orbis) da sospingere con una giusta asticciola (clavis) di legno per farli rotolare.
All'et di sette anni il tempo dedicato al gioco si restringeva e il bambino cominciava il percorso d'avvicinamento all'et adulta. Il padre gli impartiva i primi rudimenti per spianargli la strada da percorrere verso l'et dell'emancipazione, quando sarebbe diventato vir fortis et strenuus (uomo forte e valoroso). La formazione del carattere e della morale del ragazzo avveniva dentro la famiglia; i genitori plasmavano la sua educazione nel rispetto del mos maiorum, costituito da un insieme di norme non scritte tramandate dagli antenati, patrimonio di princpi etici verso cui era doveroso indirizzarlo. Fides (fiducia e lealt), auctoritas (autorit), pietas (devozione verso gli dei, la patria, la famiglia), religio (religione), costantia (costanza), fortitudo (fortezza d'animo), prudentia (prudenza), temperantia (temperanza), virtus (coraggio civile) le virt da perseguire, i valori comuni in cui i cittadini di qualunque classe sociale si riconoscevano, e ai quali il ragazzo doveva ispirarsi.
Per il giovane era di fondamentale importanza possedere le doti di modestia, riservatezza, sottomissione ai genitori, rispetto della legge e delle persone anziane, devozione agli di, dai quali dipendevano tutte le vicende e le fortune umane, ed evitare i comportamenti che facessero trasparire inverecondia. Per trasmettere una giusta educazione ed evitare equivoci, i genitori dovevano dimostrare ai figli un moderato affetto, in modo speciale il padre; atteggiamenti troppo indulgenti avrebbero corso il rischio di essere scambiati dalla prole per manifestazioni di debolezza. E come prova di amore, baciavano i figli teneramente, mentre li tenevano dalle orecchie e li incoraggiavano a fare altrettanto con loro, per significare che dovevano amare chi trasmetteva affetto attraverso le orecchie, con insegnamenti e consigli utili, per rendere pi agevole il percorso di vita (Plutarco).
Dalla Commedia degli spettri (Mostellaria) di Plauto apprendiamo che in uno Stato che non ammetteva ignoranza, sui genitori gravava il dovere dell'insegnamento a leggere e a scrivere e pure di far conoscere le leggi ai figli. In merito a ci Cicerone in De legibus, un'opera in difesa delle vecchie leggi costituzionali scritta sotto forma di dialogo, sostiene che i ragazzi romani fin dall'antichit erano obbligati a imparare a memoria le leggi delle XII Tavole scritte in maniere semplici, affinch il contenuto sul quale poggiava il diritto romano rimanesse impresso nella mente.
Nella societ romana l'insegnamento era a carico dei privati cittadini e il padre ricopriva il ruolo di primo educatore della prole. Il capo famiglia con le prime norme di comportamento (praecepta paterna) impartiva al figlio lezioni sulla condotta da tenere in pubblico, lo portava con s in giro per la citt e nel Foro e lo istruiva nella vita di tutti i giorni.
Se nella Grecia era lo Stato a preoccuparsi dell'istruzione dei ragazzi, in Roma spettava alla famiglia erudire i figli, a volte a dispetto della sospettosa casta aristocratica che non vedeva di buon occhio un elevato livello d'istruzione dei cittadini, poich temeva che la diffusione della cultura sovvertisse le proprie posizioni privilegiate, consolidate nei secoli da un ininterrotto governo oligarchico.
Anche il metodo d'educazione giovanile nei due paesi variava. In Grecia si tendeva ad armonizzare l'attivit fisica e mentale degli allievi in una crescita costante e simultanea. L'educazione romana invece prevedeva due fasi distinte di sviluppo: la prima di guida, dedita all'accrescimento morale e fisico; la seconda d'istruzione, tendente a formare il carattere definitivo, e indirizzata a fare acquisire un'accettabile cultura. I due insegnamenti fusi insieme, alla fine avrebbero formato il cumulo dei valori e delle conoscenze acquisite dall'alunno.
Le materie educative greche oltre che nel metodo differivano da quelle romane anche nei contenuti. L'insegnamento ellenico comprendeva la danza, il canto, la musica e la capacit di suonare la lira e il flauto; l'attivit fisica prevedeva la lotta, la corsa, il lancio del disco, etc., in sostanza tutte le discipline preparatorie ai Giochi olimpici che si disputavano ogni quattro anni, in un periodo durante il quale i popoli ellenici sospendevano le guerre in corso.
I Quiriti, all'opposto, avversavano le Belle Arti, le reputavano una seria minaccia alla saldezza interiore che ogni buon cittadino doveva possedere e un pericolo di rilassatezza morale; le consideravano, piuttosto, una buona base su cui forgiare la personalit femminile. Quanto all'impegno fisico dei giovani, ritenevano le discipline sportive dei Greci di scarsa utilit e preferivano la pratica del nuoto e dell'equitazione; sapere nuotare consentiva di salvarsi in caso di naufragio, cavalcare era molto utile per viaggiare, inoltre i due esercizi erano ritenuti propedeutici alle attivit militari. Per evitare che i ragazzi si rammollissero, i genitori li sottoponevano a trattamenti idonei a favorire la crescita, vietavano il bagno con l'acqua calda e di mangiare sdraiati, e li consigliavano di dormire poco ed essere frugali nel consumo dei pasti giornalieri.
In effetti, l'educazione fisica della giovent romana rimase aspra e vigorosa ma estranea al pensiero di quel perfezionamento artistico del corpo cui tendeva la ginnastica ellenica (Mommsen).
Durante le guerre puniche, nei decenni a cavallo tra il terzo e il secondo secolo, i Romani vennero a contatto con il mondo greco e i due diversi metodi di vita e educativi si confrontarono; l'equilibrio dur fino alla tarda fase repubblicana, ma in et imperiale fu rotto e il modello greco prevalse.
Roma e la Grecia, avviando i primi reciproci contatti politici, furono indotte dalla comune avversione contro Filippo re di Macedonia a scambiarsi cortesie e lusinghe. Rammentarono la loro comune origine, si riconobbero sorelle o finsero. Sembr utile alla Grecia proclamarsi della stessa stirpe della grande citt barbarica vincitrice di Cartagine. A Roma parve titolo di nobilt essere considerata greca. Ognuno credette, insomma, di aver sedotto l'altra; ma in realt la Grecia perse la sua libert e Roma la sua civilt originale (Michelet).
Dai primi anni della democrazia repubblicana e per qualche secolo, il padre alla funzione di capo famiglia aggiunse quella del maestro di scuola; a lui spettava d'impartire le prime lezioni di grammatica e insegnare le nozioni di aritmetica ai figli. Poi, quando a Roma incominciarono ad affluire schiere di schiavi provenienti dalle zone italiche, l'insegnamento dei ragazzi, sotto l'occhio vigile dei genitori, fu affidato a uomini di buona cultura prigionieri di guerra. Un liberto del console Spurio Carvilio, indubbiamente un uomo abbastanza istruito da poter trasmettere agli alunni le sue conoscenze grammaticali e aritmetiche, per guadagnarsi da vivere e versare al suo ex padrone i soldi dovuti per il riscatto della libert, apr nel III secolo a. C. una scuola elementare privata, dove teneva lezione ai bambini, facendosi pagare regolarmente il servizio.
Non tutti i genitori per erano propensi a delegare a terzi l'istruzione dei figli, alcuni preferivano mantenere il sistema usuale e continuavano a rivestire il doppio ruolo di padre e insegnante. Plutarco nella Vita di Catone il Vecchio riferisce alcuni interessanti particolari sui metodi educativi delle famiglie tradizionaliste romane: Catone da buon conservatore non deleg ad alcuno l'istruzione del figlio Marco; prefer lui stesso insegnargli tutte le materie oggetto di studio, dalla grammatica al diritto e appena il bambino fu in grado di scrivere incominci a tenergli lezione, sebbene possedesse in casa uno schiavo molto istruito di nome Chilone, maestro di molti ragazzi. Pensava che non fosse dignitoso che uno schiavo rimproverasse suo figlio, e sconveniente che il ragazzo fosse debitore a uno schiavo di una cosa tanto importante quanto l'istruzione. Quando il figlio divenne giovane, scrisse di sua mano un libro di storia, affinch conoscesse le tradizioni del suo paese e quando si trovava con lui, non usava mai parole sboccate. Non volle mai prendere un bagno insieme, del resto era usanza romana evitare di farsi vedere nudi persino tra affini, perch costituiva motivo di vergogna.
In un terzo tempo, quando dalle guerre puniche in poi il dominio romano si estese verso l'oriente, il corpo docente fu costituito in prevalenza da uomini di qualsiasi stato civile, provenienti dalla Grecia e dall'Asia. La professione del maestro di scuola al pari di altri lavori intellettivi era poco retribuita e gli insegnanti venivano tenuti dalla cittadinanza in scarsa considerazione. La remunerazione consisteva nella cifra di appena otto assi per alunno e in piccoli regali o donativi elargiti saltuariamente dalle famiglie. La misera condizione dei maestri si trascin per tutta la durata della Repubblica e segu nell'impero fino a che Vespasiano riconobbe finalmente l'importante ruolo esercitato da quanti si dedicavano alla formazione dei ragazzi. Il capostipite della dinastia Flavia accord agli insegnanti di retorica latini e greci uno stipendio annuo di centomila sesterzi pagato col denaro personale prelevato dalla cassa privata imperiale (fiscus) per non intaccare il tesoro dello Stato (aerarium).
L'insegnante alla funzione d'istruttore cumulava in s anche il compito d'educatore; egli stesso impartiva agli alunni i castighi per le mancanze commesse durante lo studio e anche al di fuori delle pareti scolastiche. Le punizioni consistevano in un supplemento di studio o nel far scrivere parecchie volte una stessa frase sulla tavoletta che fungeva da quaderno; le pi severe erano di natura corporale: un genere di educazione molto apprezzato a quei tempi. Per le colpe di scarsa entit l'ordinaria amministrazione prevedeva percosse somministrate sulle mani o sulla schiena con una canna nodosa (ferula); per le mancanze pi gravi il malcapitato subiva l'umiliazione di essere denudato, poi veniva appoggiato sulle spalle di un compagno e mentre un altro alunno gli teneva ferme le gambe, l'insegnante lo percuoteva sulla schiena con una frusta fatta con strisce di cuoio (scutica) o con uno staffile (virga).
Il grammatico Lucio Orbilio Pupillo, originario di Benevento,  ricordato da Orazio per essere stato suo maestro, ma soprattutto per i comportamenti rigidi nei confronti della scolaresca. In seguito alla morte dei genitori, Pupillo per sopravvivere era stato costretto a darsi all'insegnamento. E poich l'umile mestiere di docente era riservato ai cittadini collocati nei livelli pi bassi della scala sociale o ai liberti e agli schiavi, si sentiva umiliato e con percosse sfogava sugli alunni la sua frustrazione dovuta pure al fallimento della pubblicazione di un'opera biografica mediocre.
Col progredire della Repubblica, nelle famiglie benestanti l'educazione dei figli fu affidata a un precettore (paedagogus) che faceva vita comune con la famiglia dell'alunno. Gli altri ragazzi, appartenenti a famiglie pi modeste, che erano la stragrande maggioranza, frequentavano invece scuole pubbliche pagate dai familiari.
Nelle belle giornate i maestri tenevano lezioni all'aperto, sotto la pensilina (pergula) di qualche bottega e nei giorni di maltempo dentro un locale della stessa, separato dall'ambiente di lavoro da una semplice tenda, all'interno del quale le voci provenienti dalla strada si mescolavano al brusio degli alunni e ai richiami degli insegnanti. L'arredamento delle aule era ridotto all'essenziale. Semplici sgabelli per gli alunni circondavano una sedia senza spalliera (sella) o con schienale (cathedra) su cui sedeva il maestro, collocata al centro della stanza. Per la scrittura, una tavoletta cosparsa di cera (cera), dal bordo rialzato e di color scuro da entrambi i lati, svolgeva le funzioni di quaderno. A volte per comodit pi tavolette (caudex) venivano legate tra loro con una cordicella passante attraverso un foro praticato a lato di ognuna, fino a formare un volume dall'aspetto abbastanza rozzo. La scrittura avveniva per mezzo di una cannuccia di ferro appuntita a un'estremit (stylum) e appiattita nell'altro terminale fino a formare una piccola spatola utile a spandere la cera sulle fenditure prodotte dallo stylum quando si voleva apportare una cancellatura.
Nell'ambiente popolare e militare, materiali su cui scrivere messaggi di non troppa lunghezza o da lasciare duraturi nel tempo, oltre la tavoletta cerata, figuravano i cocci e l'avorio e pure tavole ricoperte di gesso o superfici ancora pi dure, quali la pietra o il marmo. Per le stesure di una certa corposit erano utilizzati la pergamena e soprattutto il papiro importato dall'Egitto che fra i pochi svantaggi rapportabili all'epoca in corso aveva quello di essere un materiale ruvido e utilizzabile da un solo lato.
Per ottenere il foglio di papiro i fabbricanti tiravano fuori il midollo dallo stelo della pianta, poi tagliavano la parte estratta in sottilissime strisce e le incollavano tra loro con acqua, in ultimo mettevano la parte finita ad asciugare. I Romani perfezionarono il metodo di lavorazione battendo il midollo col martello o pressandolo col torchio, rendendo cos idonee alla scrittura le superfici dei fogli da entrambi i lati; impiantarono poi a Fannio delle funzionali cartiere (horrea cartaria), capaci di produrre un tipo di carta qualitativamente superiore a quell'egiziana proveniente da Alessandria. I materiali adoperati per la scrittura contraddistinguevano le classi sociali che li adoperavano. I pi poveri usavano le tavolette di cera, i ricchi invece impiegavano fogli di papiro dal costo cos alto da essere inaccessibili al popolino.
Per redigere un atto o stilare un documento, gli scribi di solito scrivevano su un foglio di papiro con una penna d'uccello (penna) o con una cannuccia appuntita (calamus), intinte in un contenitore (atramentarium) ordinariamente di forma cilindrica e ripieno d'inchiostro (atramentum) prodotto con miscellanee di materiali vari: nero di seppia, cenere, bitume, residuato di vino, fuliggine e altro.
Quando per la troppa lunghezza l'argomento trattato richiedeva di essere contenuto in molto spazio, si utilizzava un libro (volumen) costruito in tal senso: le pagine di papiro anzich di essere incollate una dopo l'altra su un'unica costa come si suole fare adesso, si univano l'una con l'altra in senso verticale. La lunga striscia veniva avvolta dal lato pi corto attorno ad un bastoncino (umbilicus) di legno o di osso, dalle cui estremit fuoriuscivano due manici (cornua). La parte superiore (frons) del rotolo (scapus) che si formava, veniva lisciata con la pomice e su di essa si applicava un cartellino con il titolo del libro scritto a lettere rosse; sotto l'intestazione seguiva il contenuto del libro. Una fodera di pergamena usata per proteggere il rotolo, fungeva da copertina. Il lettore per evitare che la parte svolta del rotolo strisciasse per terra, man mano che leggeva il libro avvolgeva la parte letta su un secondo bastoncino. Per la conservazione dei volumi i proprietari usavano delle scatole di legno, dentro le quali riponevano i rotoli papiracei spalmati con sostanze oleose antiparassitarie, con olio di cedro in particolare, per renderli inattaccabili dagli insetti; perci su di essi si formava una patina dall'aspetto lucido e di colore giallastro, in grado di proteggerli pure dall'umidit. I contenitori di legno a loro volta erano riposti in apposite scaffalature o dentro delle nicchie circolari (nidi) ricavate in un muro con funzione di biblioteca.
Nelle scuole iniziali, a completamento del materiale didattico, gli insegnanti allo scopo di aiutare gli alunni nello studio dell'aritmetica, mettevano a disposizione nell'aula una lavagna, qualche pallottoliere e un abaco, una sorta di calcolatrice primordiale formata da una tavoletta rettangolare di legno dai bordi rialzati dentro la quale si muovevano dischetti forati di valore predefinito.
Gli scolari si svegliavano di buon'ora, si vestivano in fretta e ancora presi dai fumi del sonno, partivano da casa prima dell'alba per arrivare puntuali all'inizio della lezione: Con in spalla un astuccio (capsa) pieno di piccole pietre (calculi) utili per fare i conti e di tavolette cerate da impiegare come quaderni, intraprendevano il cammino verso la scuola. Ad accompagnare i ragazzi di famiglie agiate si preoccupavano alcuni schiavi armati di lanterne per illuminare la strada, i quali li precedevano e portavano con loro tutto l'occorrente. Le ore di lezione, sebbene non fossero continue, dal mattino si protraevano anche nel pomeriggio, per tale ragione durante il tragitto i bambini si fermavano presso i forni aperti di buona ora per la panificazione e compravano qualcosa da mettere sotto i denti nell'intervallo assegnato per il pranzo. I ragazzi di famiglie popolane si arrangiavano da soli, rischiarando con un lume la via da percorrere e portandosi direttamente da casa vivande da mangiare durante la pausa.
Le lezioni incominciavano alle prime luci dell'alba, verso le sei, e continuavano fino l'ora sesta (le dodici circa), parte del giorno in cui alunni e insegnanti interrompevano lo studio per riprenderlo nel pomeriggio. Dai locali in cui si riuniva la scolaresca, usciva un chiasso assordante che mischiato al vocio dei venditori e ai rumori provenienti dalle officine disturbava la quiete delle persone che intendevano riposare ancora per qualche ora. Marziale nei suoi componimenti impreca contro le urla del maestro e il vocio proveniente dalle frotte di alunni che ogni mattino si riunivano sotto casa sua per prendere lezioni, poich il chiasso gli impediva di godersi il sonno ristoratore delle ore antelucane.
Dell'intervallo i ragazzi approfittavano per mangiare qualcosa, per andare in giro a bighellonare, per assistere di soppiatto alla corsa dei carri nel Circo o ad altri spettacoli pubblici frequentati in massa dai romani.
Il tran-tran dell'anno scolastico incominciava dopo il Quinquatrus (Quinquatrie), ovverosia dopo i cinque giorni di feste che duravano dal 19 al 23 marzo ed erano dedicate a Minerva, la protettrice dei maestri. La sospensione cadenzata, cio il giorno festivo che per noi oggi corrisponde la domenica, allora cadeva ogni otto giorni, in coincidenza con le nundinae, il giorno di mercato. Dal 17 al 23 dicembre, durante la festa dei Saturnali (Saturnalia), assimilabile all'attuale carnevale, le scuole chiudevano per una sospensione settimanale, mentre in estate gli alunni andavano in vacanza fino alle idi di ottobre, quando le scuole riaprivano. In et repubblicana, oltre alle vacanze estive, le scuole rimanevano chiuse per un centinaio di giorni festivi coincidenti con le ricorrenze religiose o civili, periodo in cui gli scolari riposavano e con gli scolari riposava anche la sferza di cuoio dei maestri (Marziale).
Dall'et di sette anni fino ai dodici, ragazzi e ragazze frequentavano classi miste e insieme affrontavano gli studi dell'istruzione primaria affidati a un magister ludi (maestro di giochi), preposto agli insegnamenti dei primi rudimenti della lettura e della scrittura, dopodich per un maggiore perfezionamento passavano ai gradi di apprendimento maggiori, dove un librarius (maestro elementare) si preoccupava dell'approfondimento nella lettura e nella scrittura, un calculator (maestro d'aritmetica) dello studio dei numeri e dei calcoli, e un notarius (maestro della scrittura) della stenografia.
Gli alunni non erano divisi per classi, ma per gruppi secondo il grado d'istruzione raggiunto. Il livello pi basso comprendeva gli abecedarii che studiavano ancora l'alfabeto, il successivo stadio includeva i syllabarii che erano giunti alle sillabe e un altro susseguente includeva i nominarii, coloro i quali avevano la padronanza della parola completa.
Nelle famiglie del proletariato le ragazze di dieci anni spesso erano state gi promesse in spose dal proprio padre ai genitori di un altro giovane e all'et di dodici non frequentavano pi la scuola, perch erano considerate pronte per il matrimonio. Le pi ricche continuavano in privato gli studi letterali e l'apprendimento della musica.
All'et di dodici anni i ragazzi intenzionati ad alzare il livello d'istruzione acquisito, continuavano gli studi e frequentavano le scuole secondarie tenute da un grammatico (grammaticus) che insegnava un insieme di materie tecniche e letterarie: fisica, astronomia, storia, geografia, lingua e letteratura greca. Il livello scolastico pi alto era rappresentato dalle scuole superiori guidate da un professore d'eloquenza (rhetor), l'insegnante della materia pi importante, la retorica quale disciplina di studio fondamentale che ogni romano ambizioso d'intraprendere la carriera politica era obbligato apprendere per sapersi esprimere in un linguaggio colto e convincente con chi lo ascoltava. Affinch gli alunni diventassero buoni oratori dovevano imparare a parlare in pubblico in maniera abile ed elegante da destare piacevolezza nell'uditorio e al tempo stesso da evitare appariscenti artifici teatrali, tali da generare dubbi sull'attendibilit del discorso. I professori esercitavano gli alunni a declamare discorsi incentrati su cinque punti base, propri di una concezione oratoria creata in Grecia dal filosofo Aristotele e seguita a Roma dai grandi retori Cicerone e Quintiliano:
- L'inventio: ricerca di concetti utili a svolgere il tema prestabilito, rifacendosi a uno schema ben definito;
- la dispositio: organizzazione e abbellimento del discorso;
- l'elocutio: estrinsecazione stilistica delle idee, attraverso un linguaggio adeguato e ad accorgimenti formali;
- la memoria: memorizzazione, ricordo del discorso preparato e della tesi sostenuta dall'avversario per ribatterla;
- l'actio: esposizione enfatica del discorso, durante la quale era di fondamentale importanza variare il tono della voce in modo appropriato e ricorrere alla gestualit.
Per rendere proficuo ed elevare il livello di apprendimento dell'eloquenza, cio dell'arte del parlare in pubblico con compiutezza ed efficacia persuasiva di argomenti rilevanti, l'insegnante, giacch la pratica di quell'esercizio nella vita sarebbe servita a convincere gli ascoltatori nei comizi, esercitava gli allievi con recite di monologhi (suasoriae). Oppure faceva sostenere a due alunni tesi opposte (controversiae), per prepararli con un sostenuto allenamento dialettico a essere capaci di confutare e demolire le tesi sostenute dalle controparti nei dibattimenti. Completata la scuola di oratoria gli studenti desiderosi di perfezionare il bagaglio di conoscenze acquisite a Roma, si recavano fuori dall'Italia per partecipare alle lezioni tenute nelle rinomate scuole di Atene, Alessandria o a Rodi, l'isola delle rose dove esisteva un'eccellente sede scolastica stoica che fu frequentata da illustri personaggi romani, da Bruto, Cicerone, Pompeo, Cesare e da Tiberio prima che diventasse imperatore.
Durante la seconda guerra punica i Romani, nel sottomettere le colonie della Magna Grecia, vennero a contatto col mondo greco che estendeva le sue propaggini occidentali nel meridione d'Italia. Da Taranto Livio Salinatore trasse in schiavit l'erudito Andronco e lo port a Roma; dopo avergli affidato l'educazione dei figli, lo rese libero e gli attribu il nome di Livio, originario della sua stirpe, la gens Livia. Andronco tradusse dal greco al latino l'Odissea e il poema fu adottato come testo d'insegnamento nelle scuole. Lo studio dell'Odissea riscuoteva un alto indice di gradimento, giacch nell'animo dell'eroe Ulisse allignavano le doti fondamentali che ogni buon cittadino romano avrebbe dovuto possedere: coraggio, temerariet, spirito d'avventura, rettitudine morale e nostalgia del focolare domestico. L'Iliade era meno bene accettato poich i Troiani, che i Romani consideravano loro progenitori, erano stati sconfitti dagli Achei.
L'arte e la letteratura greca, molto pi ricche in qualit e spessore delle corrispondenti culture umanistiche romane, diventarono punti di riferimento dell'ambiente intellettuale romano e come seconda lingua il greco soppiant l'etrusco che cadde in disuso. Le differenziazioni non si limitarono alla cultura, ma si allargarono agli usi e ai costumi della societ e il modello greco e il romano divennero due stili di vita diversi.
Marco Porcio Catone, il Censore, nelle novit esterofile intravide un pericolo ai valori tradizionali, corrispondenti all'atavico costume del Mos Maiorum, e per richiamare le nuove leve agli antichi comportamenti scrisse i Paecepta ad filium (Insegnamenti al figlio), contenenti una raccolta di norme rivolte virtualmente al figlio Marco, ma che in effetti formavano un manuale di regole indirizzato a tutta la giovent romana, a sostegno delle doti morali lasciate in eredit dai progenitori. Al tradizionalismo di Catone si contrappose l'apertura verso le novit elleniche sostenute dal circolo degli Scipioni e da Tito Quinzio Flaminino. All'inizio i due sistemi si equilibrarono; verso la fine della Repubblica e con l'avvento dell'Impero, il modello greco prevalse.

6. Gli schiavi e i liberti.

Per conoscere a fondo il modello di schiavit che ai tempi dell'antica Roma assurse a fenomeno di massa,  necessario analizzare nei particolari la figura dello schiavo e sapere in quali condizioni di degrado egli vivesse. Un approfondimento circostanziato  di rilevante importanza, essendo esistite dalla notte dei tempi a tutt'oggi forme di lavoro forzato differenti l'una dall'altra.
Volendo tradurre schiavo dalla lingua italiana a quella latina, dovremmo scrivere servus, un vocabolo nella semantica lessicale molto simile al vocabolo italiano servo ma di sostanziale differenza nel significato. Per non creare equivoci che da ci potrebbero derivare e distinguere due interpreti di lavoro coatto diversi tra di loro, vale a dire il servus (servo della gleba) del feudalesimo, da chi fu il suo predecessore, ovverosia il servus (schiavo) dell'antichit romana, i sociologi, gli storici e altri studiosi del settore denominano servo il primo e schiavo l'altro. Solo alla fine del feudalesimo con servo s'indic un prestatore di servizio presso di altri, in condizione di libert seppure limitata; fino allora quel termine fu invece utilizzato per identificare un individuo sottoposto al lavoro coercitivo.
L'etnologo statunitense Moses Israel Finley, nell'analizzare il rapporto tra la libert individuale e la coartazione, individua in tre punti salienti la distinzione tra la schiavit propriamente detta e le altre forme di lavoro imposte con la forza:
- la propriet assoluta che il padrone ha sullo schiavo;
- il potere assoluto esercitato dal padrone sullo schiavo;
- lo stato solitario forzato dello schiavo, privo oltre che della libert, anche della famiglia.
La schiavit, condizione abietta dell'individuo considerato giuridicamente propriet di un altro individuo e pertanto spogliato di ogni diritto,  una piaga dell'umanit esistita fin dalla comparsa dell'uomo sulla faccia della terra e che purtroppo il genere umano non  riuscito a sanare. I Romani la trasformarono da fattore di piccola entit a sistema istituzionalizzato intorno al quale far ruotare l'economia intera, cio a un motore capace di generare nelle campagne, profitti col lavoro agricolo e pastorizio, e di produrre ricchezza con le attivit estrattive delle cave e delle miniere e con l'artigianato nelle citt.
Il fenomeno schiavile non esplose di colpo, ma aument per gradi ed ebbe nel corso repubblicano di Roma uno sviluppo smisurato e difforme. Fino al III secolo a. C. la schiavit era stata esercitata in forma blanda sia nel numero delle persone sottoposte al lavoro forzato sia nella moderazione della crudelt, insita nella natura stessa di tale lavoro vessatorio. Gli schiavi, in quella che era una realt patriarcale, lavoravano insieme al capo famiglia e ai suoi congiunti, nel rispetto della subordinazione dei ruoli che la societ di allora esigeva non solo tra padrone e schiavo, ma anche tra padre e figlio, tra cittadino e straniero e tra uomo e donna. Nella maggioranza dei casi si trattava di uomini catturati nelle guerre con i popoli vicini ai quali, per compassione nei confronti di chi - complice il destino avverso - era caduto in disgrazia, i proprietari concedevano la possibilit di riscattare la libert perduta, con i piccoli guadagni consentiti.
La Roma di quei tempi, sebbene dalla fondazione fossero trascorsi secoli, era ancora quella di Cincinnato, il contadino-soldato che non remunerato lasciava il piccolo appezzamento di terra di propriet per andare a combattere in difesa della patria e al ritorno si trovava ad affrontare notevoli problemi di sopravvivenza legati all'improduttivit del podere rimasto abbandonato. Il servizio militare era un impegno non ancora retribuito e la mancanza di rendite si traduceva il pi delle volte per i reduci di guerra in un'ipoteca del terreno e in un indebitamento che tramite l'istituto del nexum portava dritto alla schiavit.
Le guerre di estensione limitata poco cambiano nelle societ che le combattono, ma se i conflitti si allargano e coinvolgono molte nazioni o addirittura il mondo intero, alla fine niente rimane pi come prima, ma tutto  stravolto. La trasformazione  paragonabile alla devastazione provocata da incendio di grande estensione, quando al placarsi delle fiamme il panorama che riappare dissomiglia in tutto a quello originario.
Le guerre puniche - una sorta di conflitto mondiale combattuto fra Romani e Cartaginesi - divamp nei tre continenti conosciuti e coinvolse gran parte dei popoli del mondo antico. Nella guerra si scontrarono due razze, due modi diversi d'interpretare la vita. Allo schieramento di etnia indogermanica in cui militavano Indiani, Germanici, Greci e Romani, si contrapponeva un popolo di stirpe semitica comprensiva di Cartaginesi, Arabi, Ebrei e Fenici. Da un lato combattevano gli inventori del diritto, coloro che nella famiglia avevano creato lo scrigno dei valori tramandati dai padri e che dell'eroismo facevano il loro vessillo, non delegando ad alcun popolo straniero la difesa della patria, a costo di sacrificare la propria vita, dal lato opposto l'abile popolo marinaresco e i praticanti del libero commercio, che affidavano la difesa dei propri beni a un coacervo di mercenari, anzich a milizie cittadine. Dall'esito finale di quello scontro titanico sarebbe dipeso il futuro dell'ecumene.
Affermatasi definitivamente sulla rivale e sopraggiunta la pace, Roma divenne potenza egemone nell'intero bacino mediterraneo e un profondo cambiamento percorse la sua struttura sociale. I commerci bloccati dalla guerra tornarono a prosperare e il volume degli affari con l'apertura di nuovi mercati in Africa e in Oriente aument considerevolmente. Le piccole propriet agricole, costituite da limitati appezzamenti di terreno coltivati da una moltitudine di contadini, furono sostituite da latifondi in mano a poche famiglie aristocratiche che aggirando le leggi riuscirono ad accaparrarsi grandi estensioni dell'ager publicus e comprarono a bassissimo prezzo i piccoli appezzamenti di terreno dei tanti contadini-soldati, andati in malora per il lungo protrarsi delle guerre.
Gli schiavi a Roma affluirono a decine di migliaia e non fu la guerra, secondo Finley, la causa decisiva del loro ingresso. Lo storico statunitense a suffragio della sua tesi porta ad esempio quanto accadde nelle piantagioni americane durante il periodo del segregazionismo: la gran massa di schiavi che fu introdotta nel nuovo continente in precedenza alla guerra di secessione, non dipese dal conflitto armato ma da una mancanza di manodopera, altrimenti impossibile da trovare nel mercato del lavoro.
Trasferendo questo ragionamento dalla tratta degli schiavi americani alla situazione che si determin a Roma e nella penisola italica, si deduce che dal secondo secolo avanti Cristo in poi, l'ingresso di una moltitudine di schiavi fu provocato da una mancanza di offerta di manodopera alla quale si sopper con una forza lavoro coatta proveniente dall'esterno. A questa motivazione  d'obbligo associarne una seconda, vale dire la creazione del latifondo che per la sua estensione era impossibile coltivare con le sole forze delle persone appartenenti alla famiglia proprietaria. E infine una terza, cio una grande richiesta dei prodotti agricoli da parte dei mercati interni ed esterni che col solo impiego del proletariato indigeno sarebbe stata impossibile soddisfare.
In sintesi, per appagare le richieste dei mercati sempre pi esigenti, gli impresari del tempo per aumentare la produzione dei manufatti e gli agrari per sfruttare meglio i latifondi e far rendere le aziende agricole al massimo, a causa della scarsit di manodopera reperibile sulla piazza, non trovarono altra soluzione che procurarsi una moltitudine di schiavi in quanti pi modi possibili.
All'interno dell'impero creato da Roma, tenuto insieme da vincoli politici, ma variegato per etnie, costumi e religioni, esistevano realt economiche e produttive profondamente diverse, ognuna delle quali richiedeva un numero necessario di schiavi differente dalle altre. Nella Sicilia e nell'Italia centro-meridionale i lavori sia urbani sia rurali si basavano sul sistema schiavistico, ed  comprensibile che in quelle regioni il fenomeno della schiavit fosse di maggiore concentrazione e pi esasperato. Nel settentrione della penisola, invece, gli schiavi erano impiegati prevalentemente in citt, poich la manodopera utilizzata nelle campagne era in gran parte formata da persone che con i proprietari avevano un rapporto di lavoro subordinato e non forzato.
Ma chi era, in effetti, nella societ romana lo schiavo, quell'essere umano solo di nome ma non di fatto, tenuto in condizioni miserrime e trattato disumanamente?
- Un oggetto animato, considerato al pari di un animale o peggio. Terenzio Varrone nell'inventario dei beni lo cataloga tra gli oggetti. Catone il Censore nel trattato De agri cultura tratta nello stesso capitolo le cibarie da destinare all'alimentazione degli schiavi e gli alimenti con cui foraggiare gli animali, e sollecita il buon padre di famiglia di liberarsi dei vecchiumi: dei carri vecchi, delle ferramenta vecchie e dei vecchi schiavi.
- Un essere oberato di doveri, ma privo perfino del pi elementare diritto e responsabile diretto dei reati commessi da altri: se uno schiavo uccideva il padrone di casa, tutta la servit della casa veniva messa a morte, secondo una presunzione di colpevolezza collettiva contemplata dalla legge vigente che considerava correo, seppure in mancanza di prove, anche chi non aveva partecipato materialmente all'omicidio.
Solamente nell'81 a. C. la lex Cornelia Sullae de sicariis et veneficis (legge Cornelia di Silla sugli assassini e sugli avvelenamenti) regol lo ius vitae ac necis (diritto di vita e di morte) degli schiavi che non prendevano parte all'uccisione del proprio padrone.
Lo schiavo non possedeva nulla, n poteva testimoniare contro il padrone n sposarsi e se era stato acquistato insieme alla sua famiglia, la moglie e i figli potevano essere rivenduti separatamente. Non poteva professare alcun culto religioso, ma esercitare soltanto qualche rito animistico tradizionale dei suoi costumi originari; subiva le angherie e le prepotenze del suo proprietario che su di lui scaricava le sue ire e le sue frustrazioni percuotendolo.
Sulla schiava il padrone sfogava le bollenti passioni ogni qualvolta ne aveva voglia, ma a volte capitava che in qualche animo sensibile sorgessero sentimenti di amore. Ascoltiamo dal poeta Decimo Magno Ausonio un'affettuosa poesia dedicata alla schiava Bissula:
Bissula che nacque ed ebbe focolare oltre il gelido Reno,
Bissula che conobbe le sorgenti del Danubio,
resa schiava e libera dalla stessa mano, trionfa tra tutte
le gioie di chi in guerra su di lei trionf.
Priva di madre, bisognosa di nutrice,
non conobbe eppure come padrona la prepotenza,
non avvert l'umiliazione della sorte e della patria.
Fu subito libera, prima di aver provato il servaggio,
e cos mutata dagli agi del Lazio, da rimanere Germanica solo d'aspetto:
i suoi occhi cerulei, i suoi capelli biondi.
Ora la lingua, ora le forme, creano incertezza nei suoi confronti:
questa la dice nata nel Lazio, quelle sul Reno,.
Bissula, inimitabile con cera o con colore qualsiasi,
non offre la sua bellezza naturale a un'arte ricercata.
Minio e biacca, riproducete le altre ragazze!
La bellezza spontanea di questo volto sconosce alterazioni. Ors, pittore
mescola lo scarlatto delle rose, mescola il bianco dei gigli:
il colore dell'aria che ne nascer, quello sia del suo volto.
Il padrone aveva sullo schiavo il pieno diritto di vita e di morte, quindi se lo schiavo malauguratamente moriva sotto le percosse, il padrone non era citato in giudizio. Se a uccidere lo schiavo era invece una persona diversa dal padrone, costui per legge doveva essere risarcito con una cifra congrua. Anche una menomazione subita da terzi andava ripagata proporzionalmente al danno cagionato; in ogni caso l'offesa subita dallo schiavo non era considerata come una lesione alla dignit personale, ma un danno economico arrecato al proprietario. Cicerone peror in tribunale la causa di Quinto Roscio, un commediante che aveva istruito nell'arte teatrale uno schiavo di un conoscente di nome Fannio. Padrone e maestro si dividevano il guadagno che lo schiavo incamerava con le sue esibizioni in teatro, fino al giorno in cui lo sventurato fu ucciso. I due citarono in giudizio l'uccisore avvalendosi della lex Aquilia, che regolava il risarcimento dei danni arrecati alle propriet, e chiesero un'adeguata somma di denaro per i mancati introiti causati dalla morte dello schiavo. Lo schiavo assassinato fu considerato alla stregua di un oggetto e a essere risarciti del danno, furono solamente il suo proprietario, Fannio, e Roscio, ripagato con la cessione di un terreno.
Allo schiavo l'unica forma di contestazione ammessa nei confronti dei metodi brutali e delle vessazioni subte dal padrone, consisteva nel rifugiarsi in Campidoglio o in qualche tempio e da quei luoghi manifestare le ragioni che avevano provocato la protesta; comunque il massimo che poteva ottenere, era la vendita da un proprietario a un altro. Era impensabile che un padrone fosse in qualche modo sanzionato per maltrattamenti inflitti a uno schiavo o privato della sua propriet.
Nella vecchiaia, ammesso che dopo tanto intenso sfruttamento fossero riusciti a vivere fino a tardi, gli schiavi erano abbandonati a se stessi a morire per strada di fame e di stenti.
Da quanto traspare dalle sue opere o  palesemente manifesto, Plutarco aveva molta stima di Catone il Censore sia come politico sia come generale; lo apprezzava per il rigore morale e perch anteponeva l'interesse della Repubblica ai benefici personali, ma lo biasimava per il comportamento crudele che dimostrava verso gli schiavi, una condotta che riteneva cos riprovevole da non dover essere usata nemmeno nei confronti degli animali. Infatti, da giovani li spremeva nel lavoro come se fossero limoni e inoltre li sfruttava anche al di fuori delle loro attivit; per intascare denaro, permetteva rapporti sessuali mercenari e ricavava guadagno da ogni prestazione. Lesinava anche sulle spese della fornitura del vestiario e passava a ciascuno una tunica e un paio di scarpe ogni due anni. Da vecchi, quando non li poteva utilizzare in alcun modo, li vendeva per pochi soldi: un'azione deprecabile e disumana che non conveniva n al compratore, n al proprietario.
Catone, d'altronde, era un personaggio la cui parsimonia rasentava la tirchieria, ma lo stile di vita che conduceva era considerato dai rigorosi concittadini una virt. Lavorava nei campi insieme agli schiavi, mangiava con loro parchi pasti innaffiati da vinello o acqua diluita con aceto. Di ritorno dalla guerra di Spagna, al colmo del risparmio, per non fare gravare sull'erario il trasporto del cavallo, abbandon nella penisola iberica il fedele quadrupede compagno di tante battaglie.
La crescita economica e i consumi dopo la distruzione di Cartagine subirono a Roma un'impennata. A diventare necessit non furono solo i generi primari, ma soprattutto i beni voluttuari: gioielli, legno pregiato, tessuti di porpora, marmi rari, etc.; di conseguenza per accrescere la produzione dei manufatti, il sistema produttivo ebbe la necessit di aumentare il numero di schiavi occorrenti a muovere gli ingranaggi della macchina commerciale che generava e movimentava le merci. Il sistema comunque non and mai in crisi e la quantit di manodopera da impiegare in tutti i settori fu sempre soddisfatta da fiumi di schiavi dalle provenienze pi disparate.
I prigionieri di guerra costituivano il flusso principale che alimentava il bacino d'utenza formato dai latifondi da coltivare e dagli innumerevoli mestieri da mandare avanti. Difficili da trarre in schiavit erano gli Spagnoli, che da indomiti combattenti portavano in una tasca una boccettina di veleno da ingurgitare in caso di sconfitta, per non essere catturati da vivi dai nemici. Quando cadevano prigionieri, era sconsigliabile tenerli in schiavit, perch durante il trasporto via mare aprivano delle falle nella nave per farla affondare e annegare e se giungevano vivi a destinazione, spesso si rivoltavano all'improvviso contro il padrone per cercare di ucciderlo.
I trentamila abitanti di Taranto condotti in schiavit nel 209 a. C., aumentarono in maniera esponenziale con l'evolversi della politica di conquiste attuata da Roma e con le crescenti necessit della Citt eterna che si avviava da centro provinciale a trasformarsi in metropoli. Intere popolazioni spagnole furono deportate tra gli anni 150 e il 100 a. C., centocinquantamila Cimbri e Teutoni tra il 102 e il 100 a. C., centinaia di migliaia di Asiatici dalle guerre di Pompeo tra il 66 e il 62 a. C. e un milione di Galli dalle campagne di Cesare tra il 58 ed il 50 a. C. Queste tra le cifre pi significative dell'afflusso schiavile nella penisola italica, provocato da alcune guerre di rilievo.
Affluenze interne di notevole portata andavano a ingrossare la fiumana di schiavi provenienti dall'estero:
- persone condannate a pene che comportavano la perdita definitiva della libert personale;
- debitori che con l'istituto del nexum si erano impegnati a soddisfare gli oneri contratti e che non riuscendo a pagare i debiti diventavano schiavi dei creditori, come prevedevano le onerose leggi a carico dei debitori insolventi.
- individui poco conosciuti e incapaci di dimostrare la propria identit, che caduti in mano ai pirati non riuscivano a pagare il riscatto. La disavventura di essere catturato dai predoni cilici capit a Giulio Cesare che stette nelle loro mani per sette mesi, fin quando non fu pagato il riscatto. Liberato, riusc a catturarli e a ucciderli, non crocefissione come aveva promesso, ma impiccandoli per sottrarli a inutili patimenti.
- bambini non riconosciuti dal padre, esposti in luogo pubblico e raccolti da negozianti di schiavi che li allevavano per venderli;
- figli di schiavi nati in casa (verna), che automaticamente diventavano a loro volta schiavi del padrone di casa. Il matrimonio tra schiavi non era ammesso; l'unione avvenuta dopo la riduzione in schiavit era ritenuta un concubinato e i figli nati dalla relazione diventavano propriet del padrone.
- si poteva finire in schiavit anche per renitenza alla leva, per mancata dichiarazione del censo, per non aver pagato una multa di poca entit, per fame o per carestia come avvenne a intere trib nordiche che per sopravvivere si misero sotto padrone di loro spontanea volont. Persino esiliati politici provenienti da altri paesi, pur di ottenere una sistemazione nella societ romana si sottoponevano liberamente a coercizione.
Durante la prima guerra punica il costo medio di uno schiavo si aggirava sui 200 denarii, ma gi nella seconda guerra punica per l'aumento della domanda il prezzo era salito a 250 denarii e nel I secolo a. C. un giovane ventenne adatto ai lavori manuali ne costava almeno 500.
Per la continua immissione di manodopera servile Roma divent una citt che traboccava di uomini sottoposti al giogo della schiavit; fonti attendibili attestano che nella maturit del periodo repubblicano il venti per cento della popolazione era costituito da schiavi e che in periodo imperiale l'ottanta per cento degli abitanti aveva un'origine schiavile prossima o remota. Diodoro Siculo ci ricorda: In Sicilia il numero degli schiavi era cos elevato che a sentire i racconti di chi nell'isola vi era stato sembrava esagerato.
Per il diffondersi del latifondo coltivato da schiavi a bassissimo costo e per l'importazione di derrate che arrivavano dall'Africa e dall'Asia a prezzi stracciati, i piccoli agricoltori non furono in grado di sostenere la concorrenza dei grossisti che rifornivano i mercati con prodotti a prezzi pi bassi di quanto loro potessero proporre; per questa ragione andarono in crisi. Strozzati nell'unica fonte di guadagno e divenendo infruttuoso l'unico lavoro di cui erano capaci, cio quello di trarre sostentamento dallo sfruttamento della terra, tanti liberi cittadini romani, loro malgrado, per continuare a vivere si diedero in schiavit insieme alle famiglie.
La compravendita degli schiavi avveniva in mercati idonei, in botteghe specializzate e nel Foro sotto l'occhio vigile del funzionario incaricato a riscuotere la tassa dovuta allo Stato.
Uno dei pi grandi empori di contrattazioni aveva sede a Delo, mitico luogo di nascita di Apollo e di Artemide. Nell'isola greca delle Cicladi, nei periodi in cui la tratta degli infelici raggiunse il culmine, si movimentavano ogni giorno fino a diecimila schiavi. I trafficanti di carne umana, precursori dei moderni negrieri, esponevano gli schiavi nudi su di palco di legno (catasta), affinch i difetti fisici potessero essere notati dai potenziali compratori, e nei mercati pi raffinati su di una piattaforma girevole, per mettere meglio in vista la mercanzia. I prigionieri di guerra erano riconoscibili da una coroncina posta sulla testa; i provenienti d'oltremare da un piede tinto di bianco col gesso. Un cartello legato al collo delle persone in vendita reclamizzava il prodotto da acquistare, fungeva da bigliettino di presentazione che indicava la provenienza, le capacit, i pregi e i difetti di chi era esposto sul palco e consigliava come e dove utilizzarlo affinch rendesse al massimo.
L'acquirente da parte sua, dopo aver accertato che lo schiavo avesse i requisiti necessari al cmpito da svolgere, con un controllo sommario gli visionava la dentatura per rendersi conto dello stato generale di efficienza e in ultimo contrattava il prezzo che all'epoca oscillava tra i mille e i duemilacinquecento sesterzi. Raggiunto l'accordo e versato il denaro corrispondente lo portava via e se lo destinava a prestare servizio a diretto contatto con i membri familiari, prima di introdurlo in casa lo sottoponeva a un rituale purificatorio, versandogli sulla testa acqua lustrale.
Siccome nella pienezza della Repubblica il valore di un sesterzio corrispondeva a circa due euro odierni, per acquistare uno schiavo occorreva una cifra corrispondente dai quattro ai dieci milioni delle nostre vecchie lire; il costo non indifferente spiega perch il padrone sebbene avesse su di lui il potere assoluto raramente lo uccidesse.
L'alto prezzo non doveva interessare pi di tanto al ricchissimo cavaliere Publio Vedio Pollione se - come si vociferava - nutriva i pesci carnivori del suo acquario con i corpi di servi svogliati. Dovette intervenire direttamente l'imperatore Augusto in un invito a cena affinch quella condotta infame cessasse.
I servitori in possesso di elevate capacit professionali o di ricche conoscenze erano venduti con trattative riservate che si svolgevano locali privati alla presenza d'invitati di elevate possibilit finanziarie, in grado di sostenere il costo di un acquisto proibitivo a un cittadino di limitate condizioni economiche.
Le famiglie di appartenenza alla classe sociale media destinavano un numero esiguo di schiavi alle faccende domestiche, mentre le pi agiate ne impiegavano decine: addetti ai servizi di cucina, camerieri per servire a tavola, incaricati alla cura della persona con compito di manicure, pedicure, preparazione del bagno e accoglienza degli ospiti. I ricchissimi padroni di casa utilizzavano i pi giovani e garbati nelle sale di ricevimento per mescere il vino, affettare la carne, servire le portate sui vassoi, e nei convivi per tutta la durata del banchetto mettevano a disposizione di ogni invitato un servus ad pedes sistemato vicino ai piedi del triclinio.
In ogni caso, possedere almeno uno schiavo, per un cittadino romano anche se di mezzi modesti, era quasi d'obbligo; esserne completamente sprovvisti significava appartenere una classe sociale d'infima posizione. Un alto numero di schiavi che precedeva l'entrata di un personaggio pubblico nel Foro testimoniava l'importanza della persona scortata, rappresentava lo status simbol, il segno visibile di un'elevata condizione economico-sociale. Il cittadino qualunque girava per le vie della citt da solo o in compagnia di qualche parente o amico; per i ricchi nobili era d'obbligo farsi accompagnare da una pletora di servi.
Non sempre chi comprava schiavi li utilizzava in modo diretto, a volte ne acquisiva in grandissimo numero (centinaia o addirittura migliaia) per rivenderli o affittarli. Catone il Censore tra le varie attivit esercitava anche la compravendita di schiavi; comprava ragazzi, li faceva educare dai suoi schiavi anziani e poi li rivendeva e poich il commercio rendeva, incoraggiava il figlio a fare lo stesso. Gli ricordava che per un uomo era doveroso aumentare il patrimonio, solo alle vedove era consentito diminuirlo per mantenersi.
Privati cittadini che avevano un temporaneo bisogno della manodopera di molti lavoratori per accudire a un fondo molto esteso o per eseguire lavori di notevole mole, si rivolgevano ad agenzie specializzate e affittavano gli schiavi occorrenti. Anche lo Stato per la costruzione di rilevanti opere urbane (strade, templi, edifici) si avvaleva di schiavi pubblici di sua propriet, preferendoli alla manovalanza cittadina, per il basso costo che il loro utilizzo comportava; soltanto quando la manodopera servile scarseggiava, la integrava con plebei appartenenti alle ultime classi sociali.
Il luogo di provenienza, la capacit lavorativa e la cultura rappresentavano gli elementi di referenza per stabilire la tipologia di lavoro verso cui avviare gli sventurati. Gli schiavi importati dalla Grecia e dall'Oriente, notoriamente pi colti e pi civilizzati dei loro compagni di sventura provenienti dalla Spagna o dal nord dell'Europa, se avevano le conoscenze professionali erano destinati a svolgere attivit di medico, d'insegnante o di chirurgo, altrimenti prendevano la via dei servizi di casa.
Ai servitori domestici era affidato il compito di accompagnare i bambini a scuola, di aiutare la famiglia nei lavori giornalieri e in ogni altra necessit, che andava dalla pulitura delle stalle, all'aiuto da prestare al padrone nelle pulizie personali o nel fargli indossare al mattino la toga prima di uscire dall'abitazione. Gli altri schiavi di casa che vivevano a diretto contatto con i familiari, il padrone li incaricava di portare messaggi, di prendersi cura di biblioteche e quelli maggiormente fedeli, di curare attivit commerciali, tenere contabilit o persino di fungere da tesorieri. Sicuramente nel mondo servile gli schiavi domestici e quelli che operavano in citt potevano ritenersi privilegiati rispetto ai colleghi che lavoravano nei campi, in particolar modo gli schiavi nati in casa che, vivendo la vita quotidiana insieme al padrone di cui curavano interessi e bisogni, erano trattati meno duramente degli altri. Di un certo trattamento di riguardo godevano pure quelli provenienti dall'Asia o dalla Grecia, mediamente dotati di cultura superiore rispetto ai loro colleghi provenienti da paesi meno emancipati e perci erano utilizzati in lavori casalinghi o poco faticosi.
Gli schiavi importati dal nord dell'Europa, fisicamente pi vigorosi degli altri, oppure quanti arrivati da altri paesi, purch dotati di elevata prestanza, erano destinati alle fattorie, dove il lavoro pesante richiedeva l'impiego robusti individui. A incappare in una dura attivit che richiedeva un notevole dispendio di energie non era soltanto chi sfortunatamente era stato provvisto di vigoria fisica da madre natura, ma anche coloro che per punizione passavano dall'impiego domestico al pesante lavoro dei campi. Lo spostamento a una propriet rustica, ai lavori forzati, al circo o la crocifissione, erano punizioni estreme inflitte a elementi che si erano ribellati o avevano commesso mancanze gravi e pertanto raramente inflitte. Nelle fattorie adibite alla produzione e alla lavorazione dei prodotti dell'agricoltura e della pastorizia (villae rusticae), i proprietari costruivano celle (ergastula) dentro le quali rinchiudevano i soggetti che si macchiavano di gravi colpe, sebbene il pi delle volte per convincerli a rigare dritti e a non disobbedire, invece di punirli con la prigione li battevano con una frusta o una corda bagnata. Per le mancanze ritenute particolarmente gravi il castigo saliva di livello; al malcapitato venivano rotti gli stinchi con un bastone o mediante uno strumento di tortura gli si praticava la stiratura del corpo fino a rompere le giunture o gli si producevano ustioni con lamelle incandescenti.
Il padrone puniva le colpe gravissime con la pena capitale. L'accusato subiva un processo sommario al cospetto degli altri schiavi e se ritenuto colpevole era messo a morte di fronte ai suoi compagni di sventura, affinch l'uccisione servisse da monito agli altri. Per mancanza di entit non trascurabile, al reo veniva legata sulle spalle una forcella di legno (furca) simile al giogo dei carri che sostiene il timone. In quella pietosa condizione il mascalzone (furcifer) era obbligato a girare per strada, esposto al ludibrio degli abitanti, per mettere la comunit sull'avviso di guardarsi da lui in futuro.
Gli infelici per cercare di sfuggire a condizioni di vita a dir poco degradanti, avendo spesso oltrepassato ogni limite di sopportazione si davano alla fuga. I proprietari per dissuaderli escogitarono di imporre ai pi smaniosi di libert un collare di bronzo o di ferro dal quale pendeva una medaglia col nome del possessore. Il fuggitivo, se ripreso, era marchiato a fuoco sulla fronte con le lettere Fug (fugitivus = fuggitivo). La stessa sorte subiva lo schiavo incolpato di calunnia o di furto; cambiavano solo le lettere che rivelavano i motivi della trasgressione commessa: Cal (Calumniator = calunniatore) o Fur (fur = ladro).
Per fortuna non tutti i padroni vessavano gli schiavi; alcuni non li consideravano comuni oggetti animati, ma li rispettavano e del loro civile comportamento furono ripagati in circostanze drammatiche, come Plutarco in Vita di Mario racconta: Nel caos generale generato a Roma dalle guerre civili successero fatti incredibili. Rinnegando il sacro vincolo dell'amicizia, amici di lunga data consegnarono agli avversari le persone care che avevano chiesto asilo, al contrario di schiavi che mostrarono fedelt verso il loro padrone salvandolo. In quei frangenti di terrore gli schiavi di Cornuto mostrarono grande devozione verso il loro padrone; raccolsero uno dei tanti cadaveri gettati nella strada, gli misero al dito un anello d'oro effigiato e lo impiccarono, poi mostrarono ai partigiani di Mario la salma, la vestirono sontuosamente e resero le onoranze funebri, come se fosse il loro padrone, per consentire a quello effettivo di fuggire nelle Gallie.
Gli schiavi lavoravano ininterrottamente tutto l'anno tranne il 13 agosto (idi di Sestile), in rispetto al genetliaco del re Servio Tullio, nato dalla giovane serva prigioniera Ocresia, come dal nome Servio si pu desumere. Nel giorno della ricorrenza, le schiave per tradizione si lavavano la testa: un'usanza limitata in origine alle giovani serve ma poi estesa anche alle donne libere. Nei Saturnali, feste simili al nostro Carnevale, che incominciavano il diciassette dicembre e si protraevano per una settimana, agli schiavi erano concesse molte libert. In quei giorni, definiti da Catullo i pi allegri dell'anno, tutta Roma era in fermento; i cittadini eleggevano il re dei Saturnali e vestiti a festa si riversavano nelle vie portando dolciumi, anfore colme di vino e canestri pieni di pane da offrire a chiunque incontravano per la strada. Artisti e musicisti regalavano spettacoli gratuiti al pubblico e donne di facile approccio giravano in cerca di uomini che le avvicinassero. Nella citt invasa dalla gioia, all'interno dell'ambiente familiare succedeva qualcosa fuori dal consueto; i rapporti personali subivano uno stravolgimento: i proprietari servivano gli schiavi distesi sui triclini.
Nei campi il sole scandiva le ore di lavoro e dall'alba al tramonto accompagnava gli schiavi mentre faticavano sorvegliati da un fattore (vilicus) incaricato dal proprietario a gestire il fondo. La competenza dell'amministratore dell'azienda agricola andava dall'organizzazione, alla direzione del lavoro, dall'attivit amministrativa, alla recita delle preghiere. Con lui collaborava una fattoressa (vilica), non necessariamente sua moglie, la quale svolgeva opera di governante e sorvegliante del campo e guidava le schiave nelle faccende domestiche, dalla preparazione dei cibi, alla cucitura dei vestiti. Entrambi per raggiungere la posizione di privilegio occupata dovevano riscuotere la piena fiducia del padrone, infatti, sovraintendevano in sua vece a larghe aree agricole, che arrivavano a estendersi in veri e propri latifondi, e per suo conto amministravano consistenti beni e cospicui capitali.
Porre uno schiavo a un livello superiore di altri che gli dovevano obbedienza, avveniva in piena sintonia col motivo non voleva gli schiavi tutti equiparati, bens posti su piani disuguali, secondo la strategia del divide et impera tendente a seminare discordia e impedire alleanze contro il padrone e i suoi interessi.
Il latifondo non era l'ultimo girone dell'inferno in cui persone - magari fino a pochi giorni prima di stato libero -, precipitavano contro la loro volont; quanto a luogo e a modo di finire l'esistenza c'era di peggio: la destinazione alle cave e alle miniere, oppure alle famiglie gladiatorie, in qualunque caso, occupazioni con una prospettiva di vita molto breve. Tra gli schiavi con funzioni domestiche non scoppiarono mai rivolte di massa e se qualche sommossa accadde, mostr carattere d'individualit o tutto al pi fu limitata a un ristretto numero di rivoltosi. Affinch le ribellioni isolate assumessero le dimensioni e i connotati di una rivoluzione contro il sistema, avevano bisogno di due requisiti essenziali: la concentrazione di una grande moltitudine di schiavi in un territorio di limitata estensione e l'estrema crudelt di trattamento. Questi due potenziali motivi, capaci di scatenare rivolte di ampia portata che sconfinassero in vere e proprie guerre, esistevano nelle campagne, nelle scuole gladiatorie, nelle cave e nelle miniere. In quei luoghi delimitati, le attivit da svolgere richiedevano un numero molto elevato di schiavi i quali erano consapevoli, per le dure condizioni sopportate o per la pericolosit del lavoro svolto, di avere un margine di vita molto ristretto. A questi motivi d'infelicit si aggiungevano le condizioni di degrado e i continui atti di violazione della dignit umana cui gli oppressi erano sottoposti. L'elevata concentrazione e le insopportabili condizioni di vita, protraendosi nel tempo, si combinarono fino a formare una miscela esplosiva capace di scatenare nell'arco di mezzo secolo tre rivolte che per l'estensione del territorio interessato e per il notevole numero di uomini partecipanti presero i connotati veri e propri di guerre.
A memoria storica nel mondo intero le rivolte degli schiavi, che per la partecipazione di migliaia di armati hanno assunto i lineamenti di una guerra, sono state quattro, tre delle quali avvenute in Italia nel periodo repubblicano romano e una molti secoli dopo, ad Haiti, stimolata dalla rivoluzione francese. Di tutte e quattro unicamente la rivolta nell'isola caraibica, guidata da mulatti e da neri di condizione libera, ebbero successo; le altre fallirono miseramente e furono soffocate nel sangue.
Gli schiavi con la perdita della libert, il pi delle volte imboccavano un cammino irreversibile. La loro condizione sociale di solito rimaneva tale fino all'ultimo giorno di vita, nemmeno la morte del padrone li affrancava; essendo considerati parti della sua propriet andavano in eredit agli aventi diritto. Nel corso della Repubblica, per motivi fortuiti che qualche volta si presentarono, la loro sorte che sembrava immutabile cambi inavvertitamente aspetto e apr le porte alla libert.
I Romani durante la seconda guerra punica contro Annibale avevano subito due pesanti sconfitte consecutive nelle battaglie del Trebbia e del Trasimeno e un successivo disastro a Canne, dove avevano lasciato sul campo decine di migliaia di uomini: cinquantamila (secondo Livio), settantamila (per Polibio). Per rinfoltire le depauperate file dell'esercito fu aperto l'arruolamento agli schiavi ai quali fu concessa la libert. Lo Stato ne compr ottomila dai padroni, e per mancanza di denaro stabil che fossero pagati a fine guerra. Servos ad pilleum vocare = chiamare gli schiavi alla libert (indurli alle armi con la promessa della libert), era una delle frasi ricorrenti nel Senato romano. Pur di evitare il tracollo della vacillante Repubblica, in deroga alla legge che prevedeva il reclutamento solo ai liberi cittadini, lo Stato permise l'arruolamento a molti schiavi, ma per evitare diserzioni in massa ne impieg larga parte nella marina militare.
Gaio Mario nell'87 nella guerra civile combattuta contro Silla non si fece scrupolo di promettere la libert a degli schiavi illirici, chiamati Bardaci, disposti a combattere per la sua fazione. Costoro, investiti di un ruolo che garantiva l'impunit, commisero ogni sorta di misfatti, sgozzarono i padroni, abusarono dei loro figli e violentarono le loro donne. Sertorio, uno dei comandanti del partito democratico, per mettere fine a quelle intollerabili scelleratezze ne fece uccidere pi di quattromila con le frecce, mentre erano riuniti nell'accampamento.
Nella guerra sociale contro gli alleati (socii), per necessit pare che ne furono affrancati ventunomila. Tanti altri acquistarono la libert nelle guerre civili per aver denunciato gli iscritti nelle liste di proscrizione; i delatori di cittadinanza romana furono ricompensati in denaro con la somma di due talenti, invece gli schiavi con l'affrancamento e l'iscrizione nella trib di appartenenza degli uccisi.
Un conventus (raggruppamento) di trecento ricchi romani residenti a Utica, durante la guerra civile tra Pompeo e Cesare si un a Catone Uticense, che dopo la disfatta di Farsalo aveva riparato in Africa, e per permettergli di continuare la guerra gli promise di aiutarlo con degli schiavi da rendere liberi. Ma le fortune armatoriali e bancarie dei membri del raggruppamento dipendevano soprattutto dal possesso di schiavi e quando Cesare si avvicin a Utica la comunit romana si pent di essersi schierata dalla parte di Catone e non mantenne l'impegno.
Lo stesso Cesare dovendo sostituire dei soldati perduti accett e si serv del valido aiuto di schiavi offerti dai suoi amici. E anche il dittatore Silla non fu da meno degli illustri contemporanei; a diecimila giovani e robusti schiavi di cittadini coscritti, che lo elessero loro patrono, impose il nome di Cornelii, in omaggio alla sua gens di provenienza, e li emancip per averli sempre e in qualsiasi circostanza a disposizione.
I fatti descritti derivarono comunque da eventi eccezionali, grazie ai quali una moltitudine di uomini che aveva perduto la libert inaspettatamente la riacquist per ragioni dovute a circostanze favorevoli. L'affrancamento, di norma, si otteneva con una normale procedura di manumissione (manumissio) prevista dalla legge, un atto con cui il padrone rendeva libero lo schiavo ritirando la manus, la potestas dominica (il potere di vita e di morte) fino allora esercitata.
Gli schiavi liberati erano riconoscibili dalla testa rasata e da un berretto di feltro o di cuoio di forma semiovale o conico, indossato a simbolo della riacquistata libert (pilleum). In segno di devozione al Senato il re di Bitinia, Prusia, si present a Roma col pilleum in testa e a completamento della forma servile dimostrata si prostr e baci la soglia della Curia.
Nell'antica giurisdizione romana esistevano tre forme d'affrancamento, chiamate manumissioni civili, che consentivano allo schiavo liberato di acquisire la libert e nello stesso tempo anche la cittadinanza romana, seppure in maniera incompleta:
- Manumissio Vindicta: Tale forma d'affrancamento di solito era riservata a chi era stato cittadino romano e aveva perduto la libert per non aver estinto il debito contratto o per delitti commessi contro il patrimonio privato. D'accordo tra loro, il padrone, lo schiavo e il difensore della libert (adsertor libertatis), di solito un amico del padrone o un littore, si recavano dal pretore urbano. L'adsertor libertatis rivendicava presso il funzionario della pubblica amministrazione il diritto di propriet sullo schiavo, imponendogli sulla testa una piccola verga (vindicta) e pronunciando la formula di rito: hunc hominem liberum esse aio ex iure Quiritium (affermo che quest'uomo  libero secondo il diritto dei Quiriti). Il padrone rinunciava alla propriet rispondendo: libere esto et abito quo voles (sii libero e vai dove vuoi), prendeva quindi lo schiavo per mano e lo faceva girare intorno a s, poi lo lasciava. Il magistrato rendeva ufficiale la liberazione confermando la formula pronunciata dall'adsertor libertatis.
La manumissio vindicta, definita manumissione perfetta, prese il nome da Vindicio, il primo schiavo ad aver riacquistato nella storia di Roma la libert. Il tempo in cui si svolsero i fatti risaliva alla fase embrionale della Respublica. Tarquinio il Superbo era stato cacciato da Roma dalla rivolta popolare provocata dalla violenza perpetrata dal figlio Sesto ai danni della nobildonna Lucrezia, moglie di Collatino. Il re per non si era rassegnato all'esilio e nutriva il proposito di ritornare in patria; in conseguenza di ci per mezzo di un ambasciatore aveva preso contatto con uomini di elevato grado sociale che si erano dichiarati disponibili a sostenerlo nel progetto di restaurazione. Della congiura facevano parte Tito e Tiberio, figli di Lucio Giunio Bruto, un artefice del rovesciamento del regime monarchico, e i Vitelli, nipoti di Collatino per parte di madre. La riunione dei cospiratori avvenne in una casa degli Aquilii, membri di un illustre casato che aveva dato tre senatori allo Stato. I cospiratori prestarono giuramento, bevendo il sangue di un uomo scannato e toccando le sue viscere: una cerimonia truculenta simile a quella tenuta in futuro da Catilina e dai suoi seguaci per stringere il patto di rovesciare la Repubblica. Alla scena aveva assistito un servo di nome Vindicio che si trovava l per caso e per non farsi scorgere si era nascosto dietro una grande cassa di legno. Lo schiavo giudic orribile il proponimento dei cospiratori che prevedeva l'assassinio dei consoli, ma era titubante a chi svelare quanto aveva ascoltato, poich della congiura facevano parte parenti dei personaggi pi in vista in Roma; alla fine decise di rivelare tutto a Publio Valerio. Costui era un uomo d'indiscussa elevata dirittura morale e pi di tutti odiava i Tarquini, inoltre apparteneva a una delle pi nobili famiglie romane, infatti, discendeva da Volusio, un capostipite della gens Valeria di lontana origine sabina, venuto a Roma con Tito Tazio per stipulare l'accordo con i romani dopo il famoso rapimento delle sabine, quando i due popoli si fusero in uno solo. Per la sua modestia Publio Valerio era molto amato dal popolo, tanto da meritare l'appellativo di Publicola (qui populum colit = colui il quale tratta il popolo con riguardo). Forse fu la probit di Valerio a convincere Vindicio di rivelare quanto sapeva sul complotto. La macchinazione fu svelata e Bruto fece mettere a morte tutti i congiurati, compresi i propri figli implicati nel tradimento dello Stato. La Repubblica continu il suo cammino e Vindicio fu ricompensato con la libert e con il diritto di voto in una curia assegnatagli a suo piacimento.
Verso la fine della Repubblica, essendo divenuta superflua la presenza dell'adsertor libertatis, la procedura di manumissio vindicta fu snellita con la riduzione degli attori da tre a due. Per rendere la libert bastava solo che il padrone toccasse la testa dello schiavo con la vindicta e pronunciasse la consueta formula di rito.
- Manumissio Testamento: Con un atto dichiarante le sue ultime volont, il padrone rendeva libero lo schiavo soltanto in seguito alla sua morte. Nel periodo di vacanza, cio fin quando il proprietario era in vita, lo schiavo conservava uno stato sociale di libert temporanea (status liber), in attesa che si attuassero le condizioni testamentarie decisive per la sua libert definitiva, ragione per la quale questa tipologia d'affrancamento poteva essere vincolata a una data d'inizio o a delle circostanze che ne sospendevano l'efficacia.
- Manumissio Censu: Rispettando la volont del padrone, il pretore ordinava che lo schiavo fosse iscritto nelle liste censorie dei cittadini romani. Per gli studiosi del diritto romano questa forma di manomissione  oggetto di controversia essendo, di fatto, secondo il diritto arcaico, insita nelle altre due forme precedenti, poich uno schiavo una volta emancipato, per forza di cose doveva essere iscritto nelle liste dei censori come cittadino romano. Ad ogni modo, seguendo i canoni del diritto romano classico, quest'ultima forma di manumissione pu essere considerata del medesimo livello delle due precedenti.
Col tempo il diritto pretorio introdusse nella giurisprudenza romana altre forme di manomissioni meno solenni e pi semplici, al fine di snellire le procedure delle numerose richieste di affrancamento:
- Manumissio inter amicos: Il padrone riuniva i suoi amici e alla loro presenza dichiarava di voler rendere libero lo schiavo.
- Manumissio per epistulam: Il padrone comunicava con una lettera allo schiavo la volont di volerlo liberare.
- Manumissio per mensam: Il padrone organizzava un banchetto ed estendeva l'invito a parteciparvi anche allo schiavo al quale dichiarava la volont di volerlo affrancare. Durante il convivio pronunciava una formula di rito e lo rendeva libero.
Lo Stato era resto che si largheggiasse con l'affrancamento, sebbene incamerasse una tassa del cinque per cento (vigesima libertatis) versata dallo schiavo all'erario in seguito alla manumissione: tributo che era stato imposto nel 357 a. C. durante il consolato di Gaio Marcio Rutilo e Gneo Manlio Capitolino Imperioso, per impinguare le casse svuotate dalla guerra contro i Privernati. Il governo romano temeva che le liberazioni indiscriminate infoltissero oltremisura le file degli indigenti mantenuti dall'annona con periodiche distribuzioni pubbliche e gratuite di derrate, quindi per limitare il numero delle manumissioni stabil che ciascun proprietario nelle liberazioni non superasse la percentuale del cinque per cento degli schiavi in possesso.
Lo schiavo con l'affrancamento cambiava lo stato civile da servus in libertus (liberato) e l'ex padrone da dominus diventava il suo patronus (patrono). Bench il nuovo status di persona libera e i diritti fossero tutelati dallo Stato, il liberto era comunque soggetto a obblighi e limitazioni che lo distinguevano dai cittadini nati liberi (ingenui); tuttavia dei suoi discendenti solo i nati della terza generazione erano considerati cittadini romani a tutti gli effetti e avevano la possibilit di usufruire di tutti i diritti concessi dallo Stato, in quanto liberi da obblighi verso altri.
Il liberto sposato non poteva difendere il suo onore n contro la moglie n tanto meno contro il patrono, nemmeno se li avesse sorpresi sul fatto; all'opposto il patrono poteva uccidere il liberto colto in adulterio con la consorte. Per quel che riguardava il diritto ereditario, il liberto aveva facolt di trasmettere i suoi beni alla moglie e ai discendenti ed escludere completamente dal lascito il patrono, salvo che fosse morto senza avere figli; in quel caso al patrono sarebbe toccata la met dei beni. La liberta, da affrancata, rimaneva sempre sotto la tutela del patrono del quale il pi delle volte durante il periodo di schiavit era stata la concubina. Raramente i liberti lasciavano prole, giacch il padrone affrancava lo schiavo dietro giuramento che non si sposasse per ereditarne di diritto gli averi. Nell'impero Augusto viet l'imposizione del sopraccitato patto costrittivo.
Cos come gli schiavi affrancati dai cittadini romani entravano a fare parte della comunit romana e a godere (parzialmente) dei diritti civili, gli schiavi affrancati dagli stranieri (peregrini) erano assorbiti dalla comunit dei loro ex padroni. Pure i liberti a loro volta possedevano schiavi che se liberati assumevano lo status giuridico dei loro ex padroni.
Di solito il liberto, anche se aveva la possibilit di mettersi in proprio, continuava a vivere sotto il tetto del patrono nei confronti del quale aveva l'obbligo di mantenere il dovere d'ossequio come manifestazione di riconoscimento di superiorit morale che implicava l'impossibilit di citarlo in giudizio penale o civile; rimaneva comunque il vincolo dell'obbligo di assistenza reciproca. Sebbene usufruisse del diritto di connubio e di commercio (ius connubi et commerci), di rado un liberto sposava un'ingenua (nata libera) o viceversa un uomo nato libero (ingenuus) si congiungeva in matrimonio con una liberta; anche se nessun ostacolo si frapponeva, per motivi d'opportunit ognuno preferiva accasarsi con una persona del suo stesso stato sociale. Con la manumissione l'ex schiavo non otteneva un'emancipazione nell'interezza del termine, giacch l'antico padrone poteva pretendere di tanto in tanto dei lavori nel suo fondo o delle regalie periodiche vincolate a ricorrenze in determinati giorni dell'anno. Per essere sicuro di non perdere il vantaggio di sfruttare le prestazioni del liberto, il patrono a volte vincolava la manomissione a delle rigide condizioni che spaziavano da un determinato numero di giornate lavorative gratuite a suo favore, all'obbligo dello schiavo liberato di non esercitare una professione concorrenziale o a una somma versata in unica soluzione a conguaglio del servizio di cui l'ex proprietario si sarebbe privato in futuro. I gravami da sopportare rendevano la condizione del liberto pi vicina a uno stato servile anzich a quello di libero cittadino, come si pu arguire da alcune lettere di Cicerone in episodi riferiti a uomini di umile condizione sociale, chiamati indistintamente servi, tanto da mettere in difficolt il lettore nel capire se fossero liberti oppure schiavi.
Le limitazioni cui erano sottoposti non impedirono agli schiavi affrancati di accumulare rilevanti fortune e di far progredire i loro eredi verso posizioni sociali ragguardevoli. Sappiamo del liberto Gaio Cecilio Isidoro che da schiavo divenne schiavista col bernoccolo degli affari e riusc a diventare padrone di latifondi, dove lavoravano oltre quattromila di schiavi di sua propriet, e del teatrante Roscio che ricevette da Silla l'onorificenza dell'anello d'oro. Una nuova e ricca posizione sociale per non era sufficiente a distogliere il disprezzo nutrito nei loro confronti dalle persone nate libere, che continuavano a guardarli dall'alto in basso, come grossolanamente si suole dire: Con la puzza sotto il naso. Di fatto, i cittadini romani di antica generazione consideravano il liberto, oltre che giuridicamente, anche moralmente pi vicino allo status di schiavo anzich a quello di un libero cittadino e quando se ne presentavano le occasioni - anche drammatiche - non mancavano di farlo notare.
Nel 69 d. C., il cosiddetto anno dei quattro imperatori durante il quale Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano si succedettero al trono, dopo la sconfitta patita da Vitellio per opera di Vespasiano, il liberto Asiatico invece di essere giustiziato senza preamboli cos come era stato fatto con tanti altri prigionieri di guerra, affinch fosse rimarcato il suo stato di provenienza servile fu messo a morte mediante la condanna esemplare riservata agli schiavi fuggiaschi ribelli: la crocefissione.
Nelle rivolte che si accesero tra schiavi e padroni, ricchi liberti immemori della loro precedente posizione e noncuranti delle umiliazioni e dei maltrattamenti subiti durante il periodo di schiavit, forse sospinti da un inconscio senso di rivalsa, parteggiarono quasi la totalit delle volte per i padroni. Con il sovvertimento dell'ordine costituito temevano di perdere le fortune conquistate con caparbiet in tanti anni di alacre lavoro; si consideravano ormai parte integrante e beneficiari di un sistema conservativo che non conveniva fosse rovesciato. Da oppressi erano passati dalla parte degli oppressori.
Le origini familiari e la posizione occupata nella societ marchiavano a vita nel bene o nel male i membri della societ romana, indipendentemente dal valore personale o della ricchezza posseduta.
Quinto Orazio Flacco, abitante di Venosa, era un liberto che aveva incominciato l'attivit commerciale vendendo pesce salato. In futuro cambi mestiere in banditore e da banditore a esattore nelle aste pubbliche, arricchendosi ancora di pi e divent cos facoltoso da mantenere il figlio omonimo (il celebre poeta Quinto Orazio Flacco) nelle rinomate scuole di Roma e nella prestigiosa universit di Atene. Cicerone lo conosceva bene, giacch i loro due figli erano compagni di studi nella capitale greca, ma lo disistimava nonostante avesse fatto un salto notevole nella scala societaria passando da schiavo a facoltoso possidente; per denigrarlo diceva che era pur sempre un liberto, un uomo di umili origini che si era arricchito esercitando mestieri che per farli fruttare richiedevano una buona dose di menzogne.
Giuridicamente con l'acquisizione dello status di liberto, l'ex schiavo acquistava una delle tre tipologie di cittadinanza con i relativi diritti insiti: Civis Romanus, Latinus Junianus, Dediticius; ai fini della condizione da essere assegnata erano decisivi i titoli da lui posseduti e il genere di manomissione con cui aveva ottenuto l'affrancamento.
Per ottenere lo status di civis romanus, quello di livello pi elevato perch consentiva il godimento di un numero pi ampio di diritti, il liberto doveva aver superato i trenta anni di et ed essere stato uno schiavo di propriet quiritaria, un tipo di possesso di bene mobile o immobile sul suolo italico appannaggio unicamente dei cittadini romani. Terza e ultima condicio sine qua non, il rito di liberazione doveva essere giusto e legittimo. Venendo a mancare uno dei tre requisiti, il liberto acquisiva la cittadinanza di Latinus Junianus, uno status di livello inferiore che non gli consentiva di essere inserito in alcun modo in un testamento, o in ultimo fine conseguiva la cittadinanza di Dediticius dai diritti ancor pi limitati.
Una legge del 220 a. C. colloc i liberti, anche se proprietari di terreni agricoli, nelle quattro trib urbane; in seguito, nel 189 a. C. il tribuno della plebe Terenzio Culleone per le prestazioni rese dagli schiavi affrancati durante la seconda guerra punica, fece registrare i loro figli dai censori Tito Quinzio Flaminio e Marco Claudio Marcello, tra i cittadini liberi. Dieci anni dopo, nel 179 a. C., i censori, Marco Fulvio Nobiliore e Marco Emilio Lepido, estesero ai liberti la possibilit di farsi registrare nelle trib rustiche dove avevano possedimenti. Poi Tiberio Sempronio Gracco, il padre dei famosi tribuni della plebe, nell'anno 169 a. C. in cui fu censore, fece inserire tra gli abitanti di una delle quattro trib urbane i liberti che erano stati lasciati all'esterno delle trentuno trib rustiche. Nel 115 a. C. per con un successivo provvedimento il console Marco Emilio Scauro li distribu nuovamente tra le quattro trib urbane.
I liberti per legge non potevano essere arruolati nell'esercito; solo nei periodi di crisi la leva fu estesa anche a loro. Dal 296 a. C., nelle guerre che frequentemente si susseguivano, furono impiegati regolarmente per formare gli equipaggi di marina. Verso la fine della Repubblica i liberti dei cittadini romani furono incorporati dai comizi curiati nella classe corrispondente al patrimonio posseduto ed ebbero la possibilit di accumulare ingenti ricchezze. Quanto ai diritti acquisiti e alle limitazioni derivanti dalla nuova posizione societaria, avevano possibilit di voto ma erano esclusi dalle magistrature e dal Senato, finch il dittatore Giulio Cesare consent che acquisissero la facolt di raggiungere alte cariche politiche e facessero parte della classe senatoria nei governi delle amministrazioni municipali italiche. Il provvedimento fu reso operativo da Marco Antonio perch prima che fosse emanato, Cesare trov la morte per mano dei congiurati.
Il potere politico dei liberti aument a dismisura nel periodo imperiale. Gli imperatori nella gestione degli affari dello Stato emarginarono il Senato che sorpassato dai tempi e svuotato di potere decisionale era incapace di indirizzare il corso economico e politico di uno sterminato territorio popolato da varie etnie. Pertanto talentuosi liberti, ricevettero dai sovrani importantissimi incarichi e furono inseriti nei meccanismi amministrativi per rendere maggiormente funzionale la farraginosa macchina dello Stato.
Il massimo impiego degli ex schiavi nell'apparato burocratico fu raggiunto sotto l'imperatore Claudio che affid a loro quasi per intero la gestione dello Stato. Pallante e Callisto cambiarono posizione sociale; da poveri divennero ricchi, soprattutto Pallante che accumul una fortuna stimata in trecento milioni di sesterzi, gestendo le finanze dell'Impero. L'imperatore riponeva in quei fedeli servitori illimitata fiducia e li impiegava per inviare disposizioni e comandi alle legioni impegnate in spedizioni militari fuori dall'Italia. Narcisso, un altro liberto, fu mandato in Britannia per tentare di sedare una rivolta scoppiata tra i legionari e quando incominci a impartire ordini ai generali, i barbari alleati, che di tutto si aspettavano vedere fuorch un ex schiavo comandare alti ufficiali, divertiti, si sbellicarono dalle risate.

7. I tria nomina e la cittadinanza romana.

Per l'identificazione del cittadino romano (civis romanus) di qualunque estrazione sociale, i Romani usavano i tria nomina (tre nomi), un sistema gi invalso presso i loro limitrofi settentrionali Etruschi.
- La prima parte, il nome personale chiamato praenomen che oggi corrisponderebbe al nome di battesimo, era imposto dal padre nel corso di una cerimonia, nel momento in cui aspergeva il figlio con acqua lustrale. I nomi propri di persona nella Roma repubblicana erano relativamente pochi; non si sentiva il bisogno di una grande variet, per il fatto che il figlio primogenito portava lo stesso nome del padre e i successivi potevano essere chiamati col nome dei numeri ordinali corrispondenti al loro arrivo: Primus, Secundus, .... Septimus, Octavius, .... La ristrettezza della variet di scelta dipendeva anche da una mentalit popolare conservatrice restia ai cambiamenti. Mancando la condizione di una duplice interpretazione, in qualunque genere di scritto era possibile abbreviare i nomi con una o due o tre lettere: Manius (M'), Marcus (M), Gaius (C), Gnaeus (Cn), Quintus (Q), Spurius (Sp), Tiberius (Ti), Servius (Ser), Sextus (Sex); un altro motivo, a causa del quale i nomi non erano scritti per intero,  attribuito alla superstizione. I Quiriti credevano nel malocchio e non ritenevano prudente esporre il praenomen a influssi iettatori di malintenzionati.
I nomi di Caio e Cneo, che noi oggi di solito ritroviamo in alcuni libri, sono le corruzioni di Gaius (Gaio) e Gneo (Gneus), derivati dalla latinit che influenzata dalla lingua etrusca, secondo la quale la C e la G erano una sola lettera, abbreviava in C il praenomen Gaius e in Cn quello di Gnaeus.
Ai figli nati dopo la morte del padre, i Quiriti aggiungevano il nome di Postumus (Postumo), come pure ai bambini nati dopo che il padre aveva redatto il testamento, quindi ancora vivente ma di et molto avanzata. Dopo la morte di Silla, Valeria, sua quarta moglie diede alla luce una bambina che fu chiamata Postuma (Postuma Cornelia Silla).
Vopiscus (Vopisco) era il nome dato a uno dei due gemelli, sopravvivente all'altro nato morto e Coclite a chi nasceva cieco da un occhio.
- La seconda parte, il nomen gentilicium, indicava la gens di appartenenza, cio uno di quei gruppi familiari che a detta di Tito Livio costituirono il primo nucleo abitativo di Roma. Tanti dei nomen derivavano dalle attivit primordiali esercitate dagli abitanti quando la Citt fu fondata, cio dall'agricoltura e dalla pastorizia. I Fabii coltivavano fave, i Lentuli lenticchie, mentre i Porcii allevavano maiali. Sicuramente le gens originarie erano molto poche e la loro individuazione o quella del singolo individuo al loro interno era di facile determinazione; tra quelle che diedero lustro a Roma, ricordiamo le famiglie Julia, Cornelia, Claudia, Valeria, e Sempronia, per i natali dati a parecchi personaggi di altissimo livello politico. Con l'allargamento della cittadinanza, le persone provenienti da realt diverse (provinciali, liberti e stranieri) e che non potevano fare riferimento alle loro gens di origine, per rendere facile il loro riconoscimento latinizzarono il proprio nome o se lo crearono ex novo. I liberti di solito prendevano il nome del loro ex padrone. Lo storico Giuseppe Flavio beneficato da Vespasiano prese il nome Flavio, dalla famiglia di discendenza dell'imperatore. Andronco, reso libero dalla condizione di schiavo da Livio Salinatore, si chiam Livio Andronco, in onore alla famiglia Livia.
- La terza parte, il cognomen, serviva a distinguere la famiglia all'interno della propria gens e si trasmetteva da padre in figlio; in origine era un soprannome che faceva riferimento a un tratto morale o fisico della persona, oppure a un fatto accaduto. Gaio Giulio Cesare, il pi importante personaggio della storia repubblicana di Roma, era figlio di Gaio Giulio Cesare (il Vecchio per distinguerlo dal figlio). Il cognomen di Cesare, scrive Elio Sparziano nell'Historia Augusta, dava motivo a pi di un'ipotesi: I sapienti raccontavano che il primo dei Cesari fu chiamato cos per aver ucciso in combattimento durante la prima guerra punica un elefante, chiamato kaesa nella lingua dei Berberi mauritani; altri asserivano che per darlo alla luce, la madre, morta prima di partorire, era stata sottoposta a un intervento cesareo. Un'altra opinione, sempre riferita al capostipite voleva che il primo dei Cesari fosse nato con una folta capigliatura (dal latino caesaries) e con gli occhi vispi di colore celesti (dal latino oculis caesiis).
Fonti storiche riportano che sul naso di un avo del famoso oratore arpinate Marco Tullio Cicerone si svilupp un'appariscente escrescenza, una probabile verruca molto simile a un grosso cece (cicer), da cui deriv il cognomen trasmesso ai suoi discendenti.
Anche Silla prese il cognomen Sulla dalle caratteristiche del viso, dal colore pallido ma chiazzato di macchie rossastre. Soprannomi molto comuni, derivavano dal colore della pelle o dei capelli, dai tratti somatici o da tare fisiche, Rufus (rosso), Niger (negro), Scaurus (che ha i talloni sporgenti), Caecus (cieco), Claudus (zoppo), Varus (che ha le gambe storte all'indietro), Strabo (strabico, guercio), Flacco (che ha le orecchie flosce), Ocellus (che ha entrambi gli occhi piccoli), Luscinius (che ha perso un occhio in un incidente). Nel tempo, buona parte dei difetti fisici diventarono cognomina molto diffusi e chi aveva per nome il sinonimo di una menomazione fisica se prima si vergognava, poi non se ne cur pi di tanto.
Verso la met del periodo repubblicano negli atti ufficiali il cittadino romano doveva indicare, oltre al suo nome completo, quello della trib di appartenenza. Sempre in quel periodo bastava citare solo il primo e terzo termine dei tre nomi es: Marco Catone, Publio Scipione; in seguito divenne usanza scandire tutti e tre gli appellativi, es. Gaio Giulio Cesare, Marco Tullio Cicerone. In epoca imperiale si us solamente il terzo termine, es: Vespasiano e non Tito Flavio Vespasiano, Nerva e non Marco Cocceio Nerva, Traiano e non Marco Ulpio Traiano.
- Riferisce Plinio il Vecchio che a incominciare da Publio Cornelio Scipione, i Romani di chiara fama al cognomen originario ne aggiunsero un secondo chiamato agnomen, derivante da particolari meriti acquisiti per aver portato a termine un'importante impresa vittoriosa. Alla stessa stregua del cognomen, l'agnomen veniva trasmesso ai figli e serviva a distinguere i discendenti di uomo di valore molto conosciuto. Scipione dopo la campagna d'Africa conclusa felicemente nel 202 a. C. con la vittoriosa battaglia di Nagarraga (Zama) su Annibale, fu soprannominato Africano, agnomen che da allora associ al cognomen. Il suo nome completo quindi divent Publius (praenomen) Cornelius (nomen) Scipio (cognomen) Africanus (agnomen). Per portare un altro esempio, il pretore Quinto Cecilio Metello in seguito alla vittoria riportata nel 143 a. C. sull'usurpatore della Macedonia, Andrisco, fu soprannominato Macedonicus e da allora fu chiamato Quinto Cecilio Metello Macedonico.
Un cittadino romano quando era adottato da un'altra famiglia, aggiungeva al nome del padre adottivo, il proprio nomen gentilicium col suffisso-anus. Il pi famoso figlio adottivo della storia romana fu Gaio Ottavio Turino (Gaius Octavius Turinus), adottato dal prozio Gaio Giulio Cesare. Divenuto imperatore e insignito del titolo di Augusto, prese il nome di Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (Gaius Julius Caesar Octavi-anus Augustus).
Per evitare equivoci, ai tre nomi all'occorrenza si aggiungeva il patronimico (la paternit), ponendo dopo il cognomen, una lettera effe minuscola con un punto (f.), significante filius (figlio), seguita dal nome del padre declinato al genitivo. Per maggiore completezza, al patronimico si accompagnava la lettera n minuscola con un punto (n.), che significava nepos (nipote), e il nome del nonno al genitivo. Ad esempio: Gaius Aemilus Rufus f. Sexti n. Titi (Gaio Emilio Rufo figlio di Sesto nipote di Tito).
Gli schiavi prendevano il nome del padrone declinato al genitivo e seguito dal suffisso por, corruzione del vocabolo puer (ragazzo). Lo schiavo di un uomo chiamato Lucio (Lucius) si sarebbe chiamato Lucipor, mentre un altro schiavo di Publio (Publius), Publipor. In epoca imperiale agli schiavi furono imposti nomi che non fossero latini, seguiti a loro volta dal nomen del padrone al genitivo e dal termine servus.
Da iscrizioni lapidarie ritrovate  stato ipotizzato che alla donna romana in tempi molto remoti fossero attribuiti un praenomen al femminile e un nomen seguito da un patronimico. Riguardo al praenomen i pareri degli studiosi sono divergenti; una loro parte pensa che non sia esistito, l'altra invece asserisce che anche esistendo non era utilizzato, perch i Romani quando vennero a contatto con i Sabini fecero proprie alcune convinzioni del popolo con cui si fusero, tra le quali quella di non pronunciare i nomi delle donne, ritenendo che facessero parte della sfera intima femminile.
In tempi pi avanzati, nella centralit del periodo repubblicano, a costituire il nome romano della donna furono il nomen gentilicium al femminile seguito, quando occorreva, dal nome del padre o del marito al genitivo. Nei casi di omonimia all'interno della stessa famiglia, al nome della donna di maggiore et si aggiungeva l'aggettivo Maior e all'altra quello di Minor; se le donne omonime erano pi di due, un numero ordinale indicava la primogenita con Prima, la secondogenita con Secunda, la terza con Tertia e cos via, nella successione secondo cui erano nate. La figlia di Marco Tullio Cicerone si chiamava Tullia, la figlia di Gaio Giulio Cesare, Giulia. Marco Antonio, il luogotenente di Cesare, sconfitto da Ottaviano ad Azio, ebbe dalla moglie Ottavia due figlie entrambe di nome Antonia. Antonia Maior fu data in moglie a Domizio Enobarbo e dal matrimonio nacque Gneo Domizio, padre di Nerone. Antonia Minor spos Druso, figlio di Livia e figliastro di Augusto e dalla loro unione nacque l'imperatore Claudio. Le sorelle Giulia Maggiore e Giulia Minore, zie di Giulio Cesare, furono le rispettive mogli di Gaio Mario e di Lucio Cornelio Silla.
Dal finire della Repubblica, al nomen delle donne fu fatto seguire il cognomen del padre, anch'esso al femminile, spesso in forma diminutiva, es. Livia Drusilla, Maecia Faustina, Domitia Paulina; chiudeva all'occorrenza il patronimico o, se sposate, il nome del marito, comunque entrambi declinati al genitivo.
Perch agli uomini si attribuivano tre nomi, mentre alla donna soltanto due?
Plutarco per darne spiegazione ricorre a una complessa e originale formula matematica e associa il motivo con la ragione stessa che vuole che ai bambini fosse imposto il nome al nono giorno, mentre alle donne all'ottavo; in Questioni Romane scrive: ... perch tra tutti i numeri, il nove  il primo quadrato di un numero dispari e perfetto, cio il tre. Mentre l'otto  il primo cubo di un numero pari, vale a dire il due. Bisogna quindi che l'uomo sia quadrato, dispari e perfetto e la donna, come il cubo, sia sedentaria, casalinga e difficile da smuovere. A tutto questo si aggiunga, che l'otto  il cubo di due, e il nove  il quadrato di tre, per questo le femmine hanno due nomi e i maschi tre.
Il propretore Verre,  passato alla storia per essere stato accusato di concussione da Cicerone. Approfittando del potere assoluto conferitogli dalla carica di governatore della Sicilia, sottoponeva le persone benestanti a estorsioni e per renderle remissive le minacciava, e accusava di reati mai commessi coloro che si opponevano alle sue angherie, facendoli condannare da giurie compiacenti. Un cittadino romano di nome Gavio era riuscito a evadere dalle latomie, dove era stato arbitrariamente rinchiuso, e a giungere a Messina, intenzionato a proseguire su Roma per denunciare l'ingiustizia patita e altri crimini commessi dal governatore. Tradito da alcuni cittadini ai quali aveva confidato le sue intenzioni, era caduto nelle grinfie di Verre che proprio in quei giorni si trovava nella citt dello Stretto. Il governatore romano per vendetta ordin di crocifiggerlo con la faccia rivolta verso la Calabria, sulla via Pompea, la strada costiera del fretum siculum (Stretto di Messina) che dalla periferia della citt porta all'estremit nord-orientale della Sicilia (Capo Peloro). Prima di essere issato sulla croce, mentre i littori lo battevano a sangue con le verghe, Gavio vanamente continuava a invocare: civis romanus sum (sono un cittadino romano). Era l'espressione tipica del cittadino romano, rivolta nei momenti critici a chi limitava la sua libert o metteva in pericolo la sua vita, per chiedere il diritto concessogli dalla legge romana, in altri termini, di essere giudicato da un tribunale romano e se condannato di avere la possibilit di appellarsi al popolo.
La condizione di cittadino romano nella penisola italica era ambitissima a ragione dei vantaggi che garantiva. Soltanto i cittadini romani avevano diritto alla distribuzione di grano gratuita o a prezzo politico, a detrazioni sulle tasse e alla spartizione dei terreni conquistati ai nemici. Gli uomini di cittadinanza romana, attraverso le assemblee popolari erano ammessi a partecipare alla vita politica di Roma, cio potevano eleggere e nello stesso tempo essere eletti alle cariche pubbliche, alle varie magistrature e ottenere vantaggi fiscali. Avevano diritto di essere giudicati da un tribunale romano secondo il rito civile e penale e in malaugurato caso di condanna a morte la norma della provocatio ad populum consentiva di rivolgersi direttamente al popolo per chiedere che la pena capitale fosse commutata nell'esilio.
Il fatto stesso di prendere parte all'organizzazione militare era un privilegio concesso ai cittadini romani, perch consentiva di partecipare alla spartizione del bottino di guerra, anche se i detentori di un reddito inferiore agli undicimila assi (proletarii = cittadini collocati in fondo alla scala sociale, senza altri beni che la loro prole, e capite censi = quanti non avendo alcuna propriet venivano contati soltanto come numero) fino alla riforma apportata da Gaio Mario rimasero esclusi dall'esercito, per un'antica concezione aristocratica secondo la quale la propriet privata era pegno di fedelt allo Stato e perci unicamente i possessori di cospicui beni da difendere avrebbero combattuto fino allo stremo in difesa della propria ricchezza, mentre chi non aveva nulla da perdere, dopo una sconfitta sarebbero stati tentati di passare al nemico.
Ma se lo Stato romano da un lato ai suoi cittadini dispensava diritti, dall'altro pretendeva di essere contraccambiato con ferrei doveri, primi tra tutti il pagamento di tasse proporzionato alla ricchezza posseduta e il servizio militare di leva: obblighi imposti, tra gli altri, anche dai sovrani ai sudditi.
Nell'antichit i governi si preoccupavano di conoscere il numero e il grado di ricchezza delle persone sottoposte alla loro autorit, cio censirli (in latino censere = stimare, giudicare), per conoscere il numero degli uomini abili alle armi sui quali contare in caso di guerra e stabilire in base alla ricchezza individuale le tasse da imporre, affinch nelle casse erariali affluissero le corrispondenti entrate necessarie al mantenimento dello Stato.
A memoria umana il primo censimento conosciuto ci  stato tramandato dalla Bibbia nel libro dell'Esodo (30,12); lo comp Mos nel deserto del Sinai dopo l'uscita degli Ebrei dall'Egitto, su incarico diretto di Dio che gli ordin di contare gli Israeliti per famiglie, casato di origine e uno per uno tutte le persone di sesso maschile.
Nella storia di Roma la prima rilevazione  attribuita. a Servio Tullio. Il re di natura riformista nel 555 a. C ripart i cittadini in centurie, secondo il grado di ricchezza e complessivamente il numero dei romani censiti, riportato nelle appropriate tabelle, raggiunse le 84.700 unit. Da quell'anno in poi il censimento degli abitanti di Roma fu ripetuto con cadenza quinquennale, in concomitanza con la cerimonia di purificazione (lustrum) della citt.
Caduta la monarchia e subentrata la repubblica, i cmpiti di ordine amministrativo fino allora assegnati al re divennero prerogativa dei consoli e i due massimi magistrati si dovettero occupare del censimento. In una successiva rilevazione avvenuta nei primissimi anni della repubblica, in concomitanza dell'elezione di Tito Larcio a dittatore, il numero dei Romani di et adulta fu calcolato in circa 150.7000; in mezzo secolo era quasi raddoppiato. Nel 443 a. C. per alleggerire i consoli dai compiti cui erano gravati, lo Stato romano istitu una nuova carica pubblica, la censura, e la affid a due magistrati chiamati censores (censori) che fra i loro incarichi avevano il censimento della popolazione e la vigilanza sui comportamenti pubblici e privati di tutti i cittadini.
Il censimento avveniva nel Campo Marzio, al di fuori delle mura cittadine, nella pianura compresa tra il Tevere e le pendici del Pincio e del Campidoglio e nei giorni stabiliti dai censori con un'opportuna ordinanza comunicata a tutta la popolazione. La presenza di tutti i cittadini era obbligatoria e a nessuno conveniva di certo essere assente; apprendiamo da Cicerone che per mancata dichiarazione del censo si correva il rischio di essere venduti come schiavi, come previsto dalla lex de incensis (legge sui non censiti).
La dichiarazione del proprio reddito fin dalle origini della Citt costituiva uno dei doveri basilari della cittadinanza. L'imponibile su cui pagare le tasse era calcolato prendendo come base il numero dei capi di bestiame e l'estensione delle propriet agricole dei dichiaranti. La Roma di allora era ancora una societ che si sosteneva prevalentemente con la pratica della pastorizia e dell'agricoltura. Il denaro in circolazione scarseggiava e la ricchezza proveniva soprattutto dal possesso di greggi e armenti. Per questa ragione i Quiriti chiamavano il patrimonio peculio (da pecus = bestiame) e nelle monete antiche imprimevano l'effige di un bue, una pecora o di un maiale e i nomi di alcuni casati erano propri della specie di animali allevati dai membri familiari: Caprarius (da capra), Porcius (da porco), Suillus (da maiale, scrofa), Bubulcus (bue). Nei pagamenti, elevate somme di denaro potevano essere sostituite da corrispondenti contropartite di animali. Per il reato d'insubordinazione ai consoli, Valerio Publicola ai primordi repubblicani fiss un'ammenda di cinquecentoventi oboli da corrispondere allo Stato o in alternativa cinque buoi e due pecore, essendo cento oboli a quei tempi il prezzo di mercato di un bue e dieci quello di una pecora.
Col progredire della citt i commerci aumentarono d'importanza e in quantit di ricchezza prodotta sorpassarono i guadagni provenienti dalla lavorazione della terra e dall'allevamento degli animali. La circolazione della moneta negli scambi commerciali divenne pertanto essenziale.
Nel 312 a. C. il censore Claudio Appio Cieco modific il metodo di tassazione dei cittadini, prendendo a riferimento per l'imposizione fiscale, oltre ai beni immobili, la ricchezza in denaro dei dichiaranti. Le liste censorie furono stilate con cadenza quinquennale e custodite nell'archivio dei censori, nella parte orientale del Foro, allo scopo di fornire ai magistrati preposti alla direzione e al funzionamento dello Stato un'ampia panoramica sul censo della cittadinanza romana. Infatti, avevano per finalit il rilevamento numerico della popolazione e la stima della ricchezza statale derivante dalla somma dei possedimenti dei singoli cittadini, inoltre tenevano conto del numero di donne e bambini. Dalla stessa documentazione lo stato romano traeva contezza di quante bocche ci fossero da sfamare con l'annona e ogni qualvolta si riunivano le assemblee popolari per le elezioni, da essa rilevava il nome dei cittadini aventi diritto al voto e a quale centuria e a quale classe essi appartenessero. Ai medesimi documenti ricorreva lo Stato in tempo di guerra per indire la leva militare.
Il censimento fu esteso dalla citt di Roma a tutta la penisola Italica e in seguito a tutti le nazioni dell'Impero al fine di valutare la ricchezza economica e il numero degli abitanti. Dai dati provenienti dalle rilevazioni lo Stato romano stabiliva le tasse da imporre e richiedeva gli auxilia (milizie ausiliarie) da affiancare alle legioni romane. Dal vangelo di Luca apprendiamo che sotto Augusto, il governatore della Siria, Quirinio, ordin a tutti i cittadini di recarsi nelle loro citt per essere censiti; Giuseppe con Maria sua sposa che era incinta, dalla citt di Nzaret in Galilea dovette tornare nella Giudea, perch il marito Giuseppe apparteneva al casato di Davide e quindi doveva dichiarare il suo nome nella citt d'origine Betlemme.
I Romani acquistavano la cittadinanza fin dalla nascita, a condizione che il concepimento fosse avvenuto tra due cittadini che avevano contratto un legittimo matrimonio (conubium).
Lo Stato romano consentiva ai cittadini di sesso opposto, oltre che contrarre matrimonio tra loro, di sposarsi con cittadini stranieri di citt e popoli amici ai quali era stato esteso il beneficio di matrimonio e commercio (ius conubi et commerci). In quelle circostanze il figlio nato dall'unione assumeva la condizione di diritto del padre al momento del concepimento. Se il figlio invece nasceva al di fuori dell'unione legittima, qual era considerato il conubium, prendeva lo stato civile della madre al giorno del parto. In futuro la lex Minicia cambi le regole e stabil che la persona nata al di fuori di un'unione legittima fosse considerata in ogni caso straniera e che il nascituro seguisse la sorte del genitore che viveva nella condizione pi sfavorevole.
La cittadinanza poteva essere concessa altres dall'assemblea popolare o da un magistrato designato dalla legge, a persone straniere che avevano acquisito meriti particolari verso Roma; ma cos come gli stranieri avevano la possibilit di acquisirla, ai cittadini romani capitava di perderla. Bastava essere condannati per un reato di particolare efferatezza per avere revocato il diritto di cittadinanza o, peggio, essere debitore insolvente, condizione che preludeva alla perdita della libert.
La commutazione della pena di morte in condanna all'esilio e la cattura da parte del nemico, intervenivano anch'esse a far perdere lo status di civis romanus, tant' vero che i soldati preferivano essere uccisi in battaglia e morire da uomini liberi, piuttosto che perdere con la prigionia lo status di civis romanus e il diritto alla libert.
Un cittadino era libero di rinunciare al diritto di cittadinanza trasferendosi volontariamente, in virt dello ius migrationis (diritto di migrazione), in un'altra citt della quale aveva acquistato la cittadinanza. Per il diritto quiritario nessun Romano - contrariamente a quanto era in uso nell'Ellade - poteva essere contemporaneamente cittadino di Roma e di un'altra citt. Quando gli Ateniesi, tributarono pubblicamente a Pomponio Attico tutti gli onori possibili, tentando di conferirgli anche la cittadinanza ellenica, egli rifiut quel beneficio; ci significa che la cittadinanza romana si perdeva acquistandone un'altra. Questo dice Cornelio Nepote in Pomponio Attico.
Forse in nessun altro popolo risalta con chiarezza il contrasto esistente nell'mbito sociale tra cittadini romani e stranieri: tanto rigorosa era l'uguaglianza dei cittadini romani davanti alla legge, quanto dure e disuguali erano le relazioni tra i cittadini romani e i forestieri.
Riguardo al godimento completo o meno dei diritti civili garantiti dalla legislazione romana, immaginiamo gli abitanti del mondo conosciuto come se fossero compresi in tante virtuali corone circolari concentriche. Pi la corona si allontanava dal centro, maggiormente i diritti di coloro che vi erano idealmente racchiusi diminuivano. Attorno al centro stavano i cittadini romani beneficiari di tutti i diritti menzionati; nella corona confinante, racchiusa tra i cives romani e la terza corona occupata dai socii (alleati), stavano gli abitanti delle citt latine vicine a Roma, sul territorio dell'odierno Lazio, quindi un popolo affine ai Romani sia per etnia, sia per consuetudini. Ed erano i Latini coloro che, dopo gli abitanti dell'Urbs, pi di tutti godevano gran parte dei diritti che lo Stato romano offriva, infatti, liberamente si avvalevano dello ius commercii et conubii ed esercitavano, se presenti a Roma al momento delle votazioni, il diritto di voto (ius suffragii) nei comizi. Sebbene per potessero eleggere, non avevano la possibilit di essere eletti, essendo il loro diritto di suffragio attivo, ma non passivo e quindi privi di capacit giuridica a ricoprire cariche elettive.
Secondo la tradizione trenta citt formavano la Lega Latina, le pi importanti delle quali erano Lanuviun, Ardea, Cora, Pomezia e la capitale Aricia, abitate tutte da cittadini aventi in comune il culto di Juppiter Latiaris (Giove Laziale) venerato sul monte Cavo.
La terza immaginaria corona circolare era occupata dai socii, popoli legati a Roma da un patto di mutua alleanza, i quali con i Romani non condividevano alcun diritto, anzi dai magistrati capitolini erano spesso oppressi e sfruttati. Nello stesso anello potremmo collocare i foederati (federati), cio le popolazioni che combattevano a fianco dei Romani in considerazione di un foedus (patto di alleanza).
Procedendo verso l'esterno, nel quarto immateriale anello concentrico troveremmo i peregrini. Il termine peregrinus nel periodo repubblicano era adoperato nei confronti di qualsiasi cittadino straniero; con l'espandersi del dominio romano esso divenne indicativo dello stato giuridico di chi si era sottomesso spontaneamente e che pertanto conservava il diritto originario di mantenere le proprie leggi, usi e costumi.
Lo straniero non era tutelato dal diritto romano e affinch gli fosse riconosciuta la necessaria capacit giuridica doveva mettersi sotto la protezione di un autorevole patrono, ma in ogni caso aveva la facolt di svolgere attivit commerciali secondo lo ius gentium (il diritto delle genti), una forma giurisprudenziale orale comune a tutti i popoli, che affondava le radici in aspirazioni e in abitudini insite nella natura umana, rendendole pertanto legittime. La necessit di applicare il diritto delle genti nacque nel periodo successivo alle guerre puniche quando a Roma si stabilirono persone straniere provenienti da tutte le nazioni per esercitare attivit di ogni genere. Fu impossibile quindi nei rapporti che intercorrevano tra i cittadini romani (cives) e gli stranieri (peregrini) utilizzare lo ius civile (diritto civile), una forma di privilegio riconosciuta solo ai cives. Per trattare le inevitabili controversie che scaturivano tra persone soggette a codici differenti, fu istituito il praetor peregrinus, una nuova figura magistratuale che nell'applicazione della legge ricorreva appunto allo ius gentium.
L'eminente giurista dell'epoca Quinto Mucio Scevola, sulla garanzia del diritto comune a tutti i popoli si esprimeva affermando che su di esso vigilavano gli di; era quindi opinione popolare corrente, supportata peraltro dalla giurisprudenza, che chi avesse violato le norme che lo regolavano, era destinato ad attrarre l'ira delle divinit su di s, sui concittadini e perfino su Roma e pertanto chiunque lo avesse trasgredito, doveva essere consegnato alla controparte, addirittura al nemico.
Giulio Cesare nell'anno 55 a. C., infrangendo lo ius gentium, nella guerra di Gallia attacc di sorpresa le popolazioni germaniche degli Usipeti e dei Tencteri e ad armistizio concluso ne uccise quattrocentomila. Catone e altri senatori chiesero al Senato che Cesare nel rispetto del diritto comune fosse consegnato nelle mani del popolo che aveva subito la violenza, per evitare il ritorcimento della vendetta degli di sui soldati romani e su Roma; la storia ricorda che rimasero inascoltati.
Durante il principato Caracalla estese il diritto di cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell'impero, di conseguenza il termine peregrinus decadde da s e i cittadini di paesi estranei alla civilt romana furono chiamati barbari.
Andando a ultimare la dissertazione sul diritto di cittadinanza delle popolazioni nel mondo romano, nell'ultimo anello immaginario trovavano posto i peregrini dediticii (stranieri assoggettati, sudditi), cittadini di quegli stati che avevano combattuto contro Roma ed erano stati vinti. A costoro, come l'istituto giuridico della deditio (resa) imponeva, era garantito il diritto alla vita e alla libert personale in cambio di limitazioni di ogni genere tutte a svantaggio del popolo sottomesso per impedire che rifiorisse.
Quest'ultimo cerchio virtuale popolato dalla cittadinanza di livello pi precario, cio dai peregrini dediticii, era circondato dal firmamento degli schiavi. A questo punto non possiamo per pi parlare di persone bens, secondo il diritto romano, di oggetti.
Agli abitanti delle citt latine alleate che vivevano fuori dell'Urbs, il diritto di migrazione dava la possibilit di trasferirsi a Roma e ottenere col censimento la partecipazione e il diritto di voto nei comizi tributi. Nel giro di poche decine di anni per le campagne e le citt si spopolarono e divent difficile reclutare truppe ausiliarie. Non avendola potuta abbattere con le armi, i popoli dell'Italia sembrarono soffocare Roma con un'immigrazione irregolare. Pertanto dopo un periodo di apertura, dal 187 a C. in poi, per porre freno a un ingresso indiscriminato di persone Roma adott una politica conservatrice e da quell'anno le persone censite nelle citt latine, compresi i minorenni, furono obbligati a tornare nei luoghi d'origine. In seguito l'immigrazione fu nuovamente permessa, purch i figli minorenni di chi voleva stabilirsi nella capitale fossero lasciati nelle citt di provenienza. La legge fu aggirata dai Latini con il sotterfugio di farsi censire a Roma e dare i figli in schiavit a cittadini romani che s'impegnavano a liberarli in un non lontano futuro, garantendo con la manumissione la cittadinanza nella classe dei liberti.
In quella situazione di travaglio continuo i popoli alleati italici, smaniosi di accedere con l'acquisizione della cittadinanza romana ai privilegi da cui ingiustamente si sentivano esclusi, si ribellarono. In realt pur avendo dato un notevolissimo contribuito a far diventare Roma la pi grande potenza del mondo, non solo non si sentivano adeguatamente contraccambiati in quanto a diritti, ma piuttosto gravati di doveri, primo fra tutti la fornitura di truppe ausiliarie, e per di pi erano costretti spesso a subire le prepotenze dai magistrati capitolini.
A Teano Sidicino un console di passaggio ordin che fossero sgombrati i bagni degli uomini per permettere alla moglie di lavarsi e poich la donna si era lamentata di non averli trovati puliti, Marco Mario, l'uomo pi importante della citt fu spogliato, legato a un palo al centro della piazza e fustigato come un comune malfattore. A Fermentino, in un caso simile avvenuto sempre nei bagni pubblici da cui erano stati cacciati i cittadini, un pretore aveva ordinato di arrestare i questori della citt, uno dei quali per non essere catturato si era gettato da una rupe, mentre l'altro era stato preso e flagellato. A Venosa un giovinastro trasportato in lettiga, di ritorno dall'Asia dove aveva esercitato funzioni di legato, si era imbattuto in uno sprovveduto contadino del luogo che aveva chiesto scherzosamente se stessero portando a spasso un morto. Sentite quelle parole il giovane ordin di posare a terra la lettiga e battere il contadino a morte con le corregge che la legavano. E nella cittadina di Quinto Termo, un magistrato romano aveva fatto spogliare e fustigare i decemviri, rei a suo avviso di non avergli preparato le vivande con cura.
Le soverchierie cui gli alleati erano sottoposti, aggiunte al malessere covato per non essere tenuti nella giusta considerazione, portarono nel 125 a. C. alla sollevazione di Fraegellae. A domare la ribellione della citt alleata fu inviato il pretore Lucio Opimio, lo stesso magistrato che sull'Aventino quattro anni addietro aveva represso nel sangue una rivolta della plebe e ucciso i tribuni Gaio Sempronio Gracco e Marco Fulvio Flacco ai quali fra le altre accuse era stata mossa anche quella di essere favorevoli all'estensione del diritto di cittadinanza agli Italici. Fregellae fu rasa al suolo e gli abitanti deportati e sottoposti a processi e a persecuzioni, sebbene un secolo addietro la citt fosse stata alleata di Roma contro Annibale e gli abitanti avessero combattuto a fianco dei Romani per contrastare l'invasione cartaginese. La distruzione della ribelle Fraegellae serv da monito alle altre citt alleate per tenerle calme, ma la difficile soluzione della spinosa questione giuridica lasciata in sospeso era di fatto rimandata, giacch la cittadinanza romana continuava a essere molto ambita e il problema rimaneva irrisolto.
Nonostante la rigidit delle leggi sull'immigrazione i Latini riuscivano sempre a trovare espedienti per eluderle, pertanto lo Stato romano nel 95 a. C. con l'emanazione della lex Licinia Mucia de civibus redigandis (legge Licinia Mucia sui respingimenti) diede un taglio netto alle possibilit di prendere la cittadinanza romana, vietando in ogni modo agli stranieri di trasferirsi a Roma. La stessa legge istitu un tribunale dedicato a giudicare chi si fosse illegalmente immesso nella cittadinanza romana.
Quattro anni pi tardi il tribuno della plebe Marco Livio Druso in un tentativo di riassetto della societ romana cerc di accontentare sia le classi aristocratiche, restituendo ai Senatori il ruolo di giudici nelle corti dei tribunali, che nel periodo del tribunato dei Gracchi era stato affidato all'Ordine Equestre, sia di assecondare la plebe, promovendo una legge che imponeva l'abbassamento del prezzo del pane. E pens pure che fosse giunto pure il momento di venire incontro alle giuste aspirazioni degli Italici. La proposta di allargare la cittadinanza agli alleati per gli provoc l'inimicizia di tutte le classi sociali e segn la sua condanna a morte che puntualmente avvenne. Perch a quel progetto i ricchi aristocratici erano stati da sempre ostili, mentre il popolo minuto temeva che se i diritti fossero stati estesi su una pi vasta platea di beneficiari, avrebbero provocato la diminuzione dei piccoli privilegi acquisiti in tanti anni di dure lotte.
Nello stesso anno Druso fu assassinato con un trincetto da un sicario rimasto anonimo, probabilmente assoldato dal console in carica Lucio Marcio Filippo o dall'Ordine dei Cavalieri, che delle decisioni del tribuno si ritenevano danneggiati; le sue leggi furono abrogate e nello stesso anno gli italici, avendo perso ogni speranza di soluzione pacifica al problema dell'ambita cittadinanza romana, impugnarono le armi.
Furono tre anni di guerra intensa combattuta senza esclusione di colpi ed equilibrata per la parit delle forze messe in campo da entrambi gli schieramenti e per la perizia militare dei generali che conducevano gli eserciti. Quando le energie di ambedue contendenti erano giunte all'esaurimento, Roma per soddisfare l'originaria richiesta dei popoli italici e cancellare il motivo scatenate di una lotta armata tra popoli dello stesso ceppo etnico, var la lex Iulia de civitate latinis danda (legge Giulia sulla cittadinanza da dare ai Latini).
La legge, promossa da Lucio Giulio Cesare nel 90 a. C., concesse la cittadinanza romana ai Latini e agli alleati italici che non si erano ribellati o che seppure combattenti avevano deposto le armi, ma per non alterare gli equilibri elettorali, con una delle tante clausole contenute in essa non li iscrisse nelle liste censorie delle trentacinque trib originarie, bens li incorpor in altre intenzionalmente create.
Il successivo anno 89 a. C. la legge Giulia fu integrata dalla lex Plautia Papiria de civitate sociis danda (legge Plauzia Papiria sulla cittadinanza da dare agli alleati), proposta dai tribuni della plebe Marco Plauzio Silvano e Gaio Papirio Carbone Arvina, che accordava il diritto di cittadinanza romana ai cittadini delle citt federate, immettendoli nelle trib romane a condizione che all'atto della presentazione della legge avessero il domicilio in Italia e si fossero fatti registrare dal pretore entro sessanta giorni dall'emanazione della stessa. La lex Pompeia de Traspadanis (legge Pompea ai Transpadani) presentata dal console Gneo Pompeo Strabone, che concedeva gli stessi diritti trasmessi agli italici anche alle popolazioni d'oltre Po alleate di Roma nella guerra sociale, complet definitivamente il pacchetto di norme adeguate a far cessare una guerra chiamata in origine bellum marsicum, poi bellum italicum e infine bellum sociale, per l'odiosit di non doverla chiamare guerra civile, in quanto combattuta da uomini dello stesso sangue e della stessa razza.
Finalmente gli alleati di Roma con grande soddisfazione avevano raggiunto lo scopo inseguito per lungo tempo, cio far parte del corpo della cittadinanza romana. Ma, come spesso accade, a trarne beneficio furono le classi pi elevate che s'inserirono a pieno titolo nella vita politica romana. La partecipazione alle attivit elettorali (eleggere ed essere eletti) comportava la presenza fisica a Roma, quindi soltanto gli uomini facoltosi che potevano permettersi le spese di viaggio e tralasciare per un certo periodo di tempo gli affari avevano la possibilit di recarsi nella capitale; gli altri, di mezzi economici pi modesti, andavano a votare solo quando qualche ricco candidato bisognoso di voti si offriva di pagare le spese per il viaggio e il soggiorno.
L'allargamento della cittadinanza agli alleati italici port nuova linfa vitale all'apparato dello Stato romano e agevol la strada di accesso alle magistrature ai ricchi borghesi di provincia che ebbero la possibilit di affiancare negli incarichi statali i membri delle famiglie tradizionali falcidiate dalle continue guerre.
Nonostante qualche negativit la situazione politica nella penisola si era evoluta con l'assemblaggio definitivo tra i cittadini romani e gli alleati italici. Dalla cittadinanza romana rimasero comunque esclusi gli abitanti della Gallia cisalpina per ancora quattro decenni, cio fino al 49 a. C., quando il dittatore Giulio Cesare concesse per decreto la cittadinanza romana anche ai popoli del settentrione d'Italia. I siciliani invece per acquisire l'agognata cittadinanza, essendo morto Cesare, dovettero versare una tangente da capogiro al luogotenente Marco Antonio che aveva dato l'illusione di succedergli.
I popoli del suolo italico si erano amalgamati e per la prima volta si poteva affermare che facevano parte della stessa nazione. Gli usi e costumi rimanevano differenti ma per l'appartenenza alla stessa cittadinanza tutti riconoscevano in Roma l'elemento catalizzatore che li rendeva partecipi con pari dignit a un progetto comune. Nel paese che nell'Europa futura sarebbe stato ultimo a trovare l'identit nazionale, i suoi abitanti per primi prendevano consapevolezza di essere parte integrante della stessa realt territoriale e di un unico stato.

8. Le abitazioni.

I cittadini romani temevano di farsi cogliere dalla notte nelle vie della citt; sapevano benissimo a quali pericoli sarebbero andati incontro qualora fossero stati sorpresi dal buio mentre erano ancora in giro. Le vie strette (vici) senza illuminazione pubblica si prestavano bene agli assalti dei malavitosi che si aggiravano nell'oscurit per derubare i viandanti di passaggio o agli agguati di delinquenti appostati in attesa dell'occasione propizia per rapinare i malcapitati che si attardavano nel rientrare a casa. Gli aggressori per essere sicuri che le azioni criminose passassero impunite preferivano non lasciare testimoni dei loro misfatti e di solito gli assaliti ci rimettevano la pelle. Prudentemente la popolazione o quantomeno la stragrande maggioranza passava la notte chiusa tra le mura domestiche, salvo qualcuno che aveva l'opportunit di uscire in compagnia. Rimanevano per strada a dormire sotto qualche portico i senza tetto o gruppi di ubriachi che usciti da qualche taverna disturbavano la quiete notturna con schiamazzi e qualche individuo che non potendone fare a meno preferiva accompagnarsi con degli amici o con degli schiavi che armati di torce illuminavano la via da percorrere. Circolavano anche gruppi di balordi con il solo scopo di provocare risse con i passanti e fare a pugni. Durante le ore notturne la mancanza di garanzia d'incolumit nelle strade di Roma continu anche dopo la Repubblica. Nerone era uno dei protagonisti delle bravate che accadevano nelle vie poco frequentate, rese oscure dal buio della notte; per non essere riconosciuto si camuffava mettendosi in testa un berretto che gli mascherava il viso, e insieme con amici della sua stessa risma malmenava innocui passanti e li buttava in pozze di escrementi che per le strade non mancavano mai. Non sempre per le ciambelle gli riuscivano col buco; qualche volta gli capitava di prenderle di santa ragione e di rincasare pieno di lividi per le percosse ricevute.
All'albeggiare Roma si presentava come un'enorme arnia dalla quale alle prime luci i residenti, similmente a tante api che vi avevano passato dentro la notte, uscivano all'aria aperta per imboccare ciascuno la via che l'avrebbe condotto nel luogo voluto.
Il paragone tra i laboriosi insetti e gli abitanti di Roma  proponibile, per la distinzione tra le loro case  fondamentale; le celle dove risiedono le api sono tutte uguali, invece le abitazioni delle persone di bassa condizione differivano in modo sostanziale da quelle delle alte classi sociali. La gente comune, che spesso non possedeva nemmeno una zolla di terra, viveva in miseri tuguri fatiscenti o in insicuri e affollati casermoni, mentre la ricca nobilt cittadina e di campagna trascorreva la propria esistenza in tre tipi confortevoli di abitazioni.
- La domus (casa), residenza tipica edificata dentro le mura della citt e abitata dai cittadini pi facoltosi, che ovviamente erano i soli a potersela permettere.
- la villa urbana, costruita dai ricchi romani nei pressi della citt per trascorrervi il tempo libero (otium) e che in sostanza manteneva le caratteristiche della domus. I membri dell'alta societ romana carichi di denaro non si contentavano di possederne soltanto una alla periferia di Roma, ma facevano a gara a chi ne avesse di pi e in luoghi ancora pi distanti dalla citt o in altre regioni ne costruirono altre chiamate villae suburbanae, mantenendo per intero le caratteristiche delle villae urbane. Pare che Cicerone ne possedesse sette e tra esse quella di Formia, dove fu raggiunto e assassinato dai sicari di Marco Antonio.
- la villa rustica, situata in campagna al centro di un luogo opportuno in cui esercitare attivit agricole e che per i lavori necessari da compiersi aveva i requisiti di una fattoria, ma allo stesso tempo possedeva tutti i conforts necessari a una distensiva villeggiatura.
La domus
La domus occupava uno spazio planimetrico rettangolare circondato da muri cos grezzi da sembrare l'esterno di un'opera difensiva e da non lasciar supporre quanto di raffinato e di buon gusto vi fosse all'interno. A rendere pi austero l'aspetto erano la mancanza totale di balconi e la presenza di poche aperture verso l'esterno; solo qualche finestra ricavata in una posizione elevata si affacciava sulla strada per impedire che i rumori provenienti da fuori e soprattutto i ladri penetrassero in casa. Per dormire senza essere disturbati dal vocio degli alunni di qualche scuola vicina, dagli schiamazzi provocati dagli acquirenti in botteghe attigue o dai passanti in strada, agli abitatori era necessario isolarsi acusticamente. Un sonno tranquillo, come tanti altri vantaggi, a Roma se lo potevano permettere solo i ricchi.
L'abitazione estesa su una superficie di circa 900 metri quadri, racchiusa su se stessa e incentrata su due aree contigue, prendeva la quasi totalit di luce e aria dalla parte interna.
Nella casa si entrava da un ingresso principale, ricavato in una delle due parti perimetrali pi corte e protetto da un grande portone di legno a due ante su cui al centro di ognuna di esse la testa di un lupo stringeva tra i denti una borchia di ferro da usare come battaglio. L'accesso di sera veniva sbarrato con un lunga spranga che entrava in due buchi realizzati nelle pareti laterali e in staffe allocate sui due battenti.
Il portone (ianua) principale girava sopra una soglia di marmo rialzata rispetto il piano terra e a differenza delle abitazioni di oggi non era imperniato a filo col muro che fronteggiava la strada, bens a met di un corridoio che dall'esterno conduceva dentro casa. Oltre l'entrata pi importante, la domus era dotata di un'uscita secondaria posteriore (posticum) ricavata su uno dei due lati perimetrali pi lunghi per permettere il passaggio della servit senza che fosse intralciato l'altro ingresso o per consentire l'uscita al padrone di casa quando non voleva essere notato dai conoscenti che passavano in strada. La parte esterna al portone principale, compresa tra la strada e la porta di casa e preceduta da una soglia d'ingresso (ostium), era chiamata vestibulum (vestibolo). Nelle grandi domus di propriet di uomini facoltosi, un vestibolo di ampia larghezza, sopraelevato rispetto al piano della strada e decorato con statue e colonne, accoglieva di prima mattina i clientes che si recavano a ossequiare il padrone di casa e per accedervi dovevano salire alcuni gradini.
La parte spaziosa interna al portone, che dava accesso alla prima grande area della casa, si chiamava fauces (fauci); la grande larghezza del corridoio permetteva ai suoi lati la costruzione di due grandi ambienti che il padrone di casa per introitare denaro poteva affittare o adibire a negozi, poich essi non facevano parte in senso vero e proprio dell'abitazione. Le fauces immettevano nel corpo anteriore della casa, costituito dall'atrium (atrio), un cortile interno a forma di quadrato con un'apertura nel soffitto spiovente verso l'interno (compluvium = dove confluisce la pioggia) per consentire alle acque piovane di sgrondare dal tetto in una vasca di forma rettangolare sottostante (impluvium = dove si raccoglie la pioggia) che fungeva da serbatoio di acqua.
In un angolo dell'atrium i Quiriti edificavano il lararium, una piccola costruzione in cui erano allocate le statue dei Lari e dei Penati, le deit protettrici della casa e della famiglia, e dei Mani, le anime venerate dei morti; l vicino ardeva un sacro fuoco perenne alimentato in devozione agli estinti prediletti. Nelle prossimit del focolare di solito veniva elevato un altare per i sacrifici offerti dai familiari agli di.
Guardando dall'ingresso in profondit, ai due lati dell'atrio si aprivano piccole stanze da letto (cubicula), illuminate scarsamente da lucerne e arredate con alti letti di legno. Andando verso il centro della domus, due alae (stanze laterali) prive di porte, la cui destinazione d'uso  incerta, costeggiavano i cubicula. A lato di una delle due stanze poteva trovarsi un triclinium (triclinio) o oecus tricliniaris (sala tricliniare), cio una sfarzosa stanza da pranzo adibita ai banchetti, e in posizione adiacente a essa una camera dove mettere la cassaforte (arca), un enorme cassettone di legno massiccio chiuso da robuste serrature difficili da scardinare. Il primordiale forziere custodiva i tesori di famiglia e all'occorrenza importanti documenti riservati.
Il triclinio prendeva il nome dai tre letti tricliniari collocati in posizione semicircolare dentro la stanza; in ciascun letto occupavano posto tre commensali distesi sul fianco sinistro, giacch nei banchetti i convitati mangiavano sdraiati. L'ospite pi importante occupava la posizione di maggior prestigio, nel letto centrale, mentre i triclini laterali erano riservati agli ospiti meno in vista tra i quali per non metterli a disagio si sistemava il padrone di casa come se fosse uno di loro.
In citt alcuni proprietari col bernoccolo degli affari ricavavano nella domus stanze da affittare a bottegai, affinch svolgessero piccole attivit commerciali. I vani in locazione, ubicati subito dopo l'ingresso che dava sulla strada, erano forniti di banconi in muratura su cui esporre le merci in vendita; di giorno fungevano da botteghe (tabernae) e di notte erano adibite a stanza da letto. Dietro il negozio, separato da una tenda, nella parte interna veniva realizzato un soppalco su cui gli esercenti collocavano qualche letto raggiungibile con una scala. Quando annottava, i negozianti serravano l'entrata con grandi ante di legno munite di guide di ferro dentro le quali passava una sbarra di metallo che penetrando nel muro bloccava gli sportelli. Un robusto lucchetto azionato con chiavi di ferro o di bronzo, dall'interno della bottega fermava lo scorrimento della sbarra, rendendo la chiusura ancora pi sicura. Di quanto poco conforto offrisse l'angusto monolocale agli occupanti, non  necessaria molta immaginazione e si arguisce dal nome di miserabile hospitium.
Solamente la domus costruita con l'intento di affittare dei locali aveva stanze che davano sull'esterno, da dove esse prendevano appieno luce e aria; se invece il proprietario voleva adibire la casa esclusivamente ad abitazione familiare, non esistevano sulla strada altri ingressi fuorch il portone.
Per quel che riguardava la prima area, tutte le stanze erano prevalentemente illuminate dall'interno da quel grande pozzo luce costituito dall'apertura sul tetto dell'atrio. Quanto alla struttura portante dello stesso atrio, essa era costruita secondo concezioni varie: in alcuni corpi (i pi) il peso del tetto era sostenuto soltanto da poderose travature, in altri il peso della copertura era distribuito su quattro colonne poste agli angoli dell'impluvium, in altri ancora era un maggior numero di pilastri a sopportare il carico. Fra tante domus era possibile trovarne qualcuna con l'atrio coperto interamente dal tetto, ma si trattava di casi rari e di abitazioni pi piccole che avevano conservato il vecchio stile italico. In costruzioni del genere il tetto era inclinato verso l'esterno per gettare le acque fuori della casa e prendeva il nome di displuvium.
L'impluvium era per la casa un accessorio complementare di notevole utilit; per mezzo di un condotto allacciato all'altezza di un livello di guardia che impediva alle acque piovane di traboccare, alimentava una cisterna con funzioni di serbatoio comunicante con un pozzo costruito in marmo da cui per mezzo di un secchio calato con una corda veniva tirata su l'acqua per i servizi domestici. I colori e l'immagine del cielo soprastante, riflessi sulla superficie dell'acqua raccolta nella vasca, e una statuetta collocata al centro servivano a dare alla domus un tocco in pi di raffinatezza.
La cucina (culina) era il vano meno tenuto in considerazione, infatti, per quanto grande fosse una domus e per quanto lauti e fastosi fossero i banchetti tenuti dal padrone di casa era sempre di piccole dimensioni, inoltre non aveva un'ubicazione ben definita. Ricavata in un locale angusto, per la strettezza dell'ambiente in cui era collocata, si riempiva di fumo ogni qualvolta si accendeva il fuoco, non essendo fornita di cappa n di alcun altro sistema di aspirazione. Vapore e odori sfogavano nell'aria attraverso un buco praticato sopra il soffitto. Appesi ai muri penzolavano utensili necessari alla cottura dei cibi: pentole, padelle, casseruole di rame o di bronzo, colini per il brodo; completavano la batteria, mortai, spiedi, e altri recipienti in metallo o in terracotta dalle forme pi svariate di animali o di pesci. Un lavello con sgrondo d'acqua posto in angolo serviva a pulire i cibi e quanto occorreva alla loro preparazione; per cuocere il pane era utilizzato un forno di piccole dimensioni.
Il piano per la preparazione dei cibi cotti consisteva in un bancone in muratura su cui il cuoco allargava la brace e arrostiva la carne o sistemava i treppiedi per l'appoggio delle pentole adoperate per preparare pietanze lesse. La parte inferiore del piano era utilizzata come legnaia e riempita da rami e tronchetti tagliati nelle giuste dimensioni per essere gi pronti all'uso. Ad accendere il fuoco provvedeva lo stesso cuoco, sfregando su un pezzo di quarzo la punta di un acciarino di forma semiellittica, per provocare le scintille d'innesco su un materiale di facile combustione come la paglia o la corteccia spugnosa che cresceva su taluni alberi.
Accanto alla cucina si trovava un balneum (stanzino da bagno) usato dal padrone di casa e dalla sua famiglia. Gli alloggi degli schiavi (alae servorum) nella casa non avevano una posizione ben definita e spesso confinavano con la cucina. Un ostiarum (guardiano del portone) con mansioni simili a quelle di una sentinella in un corpo di guardia alloggiava per utilit vicino al posto di servizio.
In fondo all'atrio, sistemato centralmente di fronte all'ingresso si apriva il tablinum (tablino), lo studio del padrone di casa, lo spazio che nella costruzione dei tempi pi antichi era stato la sede del capofamiglia. E' proprio il caso di dire si apriva, perch la grande stanza dove il dominus riceveva ospiti, soci, compagni di partito, etc. non aveva la porta d'ingresso, bens l'entrata era chiusa da una tenda che andava da una parte all'altra dell'uscio i cui angoli nella parete erano costruiti a forma di pilastro. L'ampio vano era arredato al centro da una grande scrivania sulla quale oggetti di valore esposti bene in vista ostentavano opulenza. Dietro la scrivania stava un'imponente sedia con spalliera, riservata al padrone di casa; sgabelli con gambe decorate, intarsiati in osso o in avorio e sistemati di lato e frontalmente a essa, erano destinati agli ospiti. Un braciere acceso serviva a rendere confortevole l'ambiente nella stagione invernale, mentre lunghi candelabri e altri oggetti di evidente valore per suscitare meraviglia in chi li guardava erano sparsi intenzionalmente in punti dove cadeva lo sguardo.
Alle spalle della scrivania si apriva un'ampia finestra che dava sul peristylium (peristilio) - ne parleremo dopo - da cui il tablinum prendeva luce e che nei rigidi mesi invernali poteva essere chiusa con una parete di legno provvisoria.
Se nella domus il proprietario voleva rendere il tablinum indipendente dagli altri ambienti, faceva costruire uno stretto passaggio adiacente (andron), comunicante con l'atrium e il peristylium.
Il primo corpo della domus fin qui illustrato imitava la primitiva casa italica; quest'ultima, in sostanza, si differenziava dal nuovo modello sopra descritto, per essere completamente chiusa nella parte superiore e perch sul retro aveva un giardino adiacente. Nel secondo secolo avanti Cristo, quando i Romani vennero a contatto con i Greci, furono conquistati dalla loro civilt; dal popolo ellenico pian piano assorbirono vizi e virt, emularono quanto di artistico c'era da apprendere, dalla letteratura allo stile di vita e perfino quel che riguardava le costruzioni edili. Alla casa di stile italico i costruttori apportarono modifiche evolutive consentite da un pi elevato tenore di vita e la resero pi elegante e confortevole: aprirono il tetto sopra l'atrium per creare lo sgrondo delle acque nell'impluvium e sostituirono il giardino con un secondo corpo chiamato peristylium (peristilio).
A testimonianza dell'unificazione della seconda parte al primo corpo del fabbricato, i nomi degli ambienti che costituivano l'antica casa italica conservarono l'etimologia lessicale latina (ala, atrium, cubiculum, etc.), mentre le parti annesse presero una dizione di origine greca (peristylium, exedra). Nel nuovo genere di costruzione la famiglia vari la sistemazione logistica con lo spostamento della vita privata nell'area di seconda creazione, mentre la parte anteriore di antica concezione fu adibita dal padrone di casa per il mantenimento dei rapporti pubblici.
Il peristilio, parte posteriore della casa che si raggiungeva attraverso un corridoio costeggiante il tablino, era incentrato su di un giardino ben curato, circondato da un portico a colonne di solito a due piani. Nel giardino vi erano piante di molteplice variet e aiuole a forma di uccelli o di animali, sagomate da giardinieri molto abili nel lavoro di potatura, e vicino a esse fontane di marmo situate qua e l creavano con zampilli giochi di acque. Il portico era arricchito con opere d'arte, statue e oggetti di marmo, affreschi e tutto ci che il padrone aveva la possibilit economica di porvi per conferire alla domus quanto pi sfarzo possibile. Nel peristilio di costruzioni grandiose era facile trovarvi la piscina e in quelle delle persone molto ricche un bagno termale con i quattro ambienti classici: l'apodyterium (spogliatoio) il calidarium (stanza con acqua calda), il tepidarium (stanza con acqua tiepida) e il frigidarium (stanza con acqua fredda).
Sul lato interno del peristilio si affacciavano le stanze da letto dei padroni di casa, poste di solito al piano superiore e caratterizzate da un mosaico bianco sul pavimento e dalla forma a volta che una parte del soffitto prendeva in corrispondenza del letto. Qualche proprietario per paura di essere sorpreso nel sonno da malintenzionati, metteva di guardia davanti alla porta della sua stanza uno schiavo del quale si fidava ciecamente o lo faceva dormire ai piedi del letto.
Da un lato del peristilio prendeva luce esterna il triclinio; nelle domus di elevato livello ve n'era pi di uno e ciascuno di essi, differente dagli altri per grandezza ed eleganza, veniva utilizzato secondo il numero degli ospiti e la loro importanza. Nel periodo imperiale nelle case degli straricchi, per i ricevimenti sempre pi opulenti che si succedevano ravvicinati nel tempo e con un numero crescente di commensali importanti, il triclinio principale fu allargato e l'ambiente, arricchito con marmi, mosaici e affreschi di maggior pregio, prese il nome di exedra (esedra).
Le pareti di tutte le stanze della domus erano colorate con tonalit sgargianti, rosso, giallo, azzurro, e decorate con affreschi che riproducevano i pi svariati motivi: scene di caccia, figure mitologiche, paesaggi campestri, amorini; i muri erano tappezzati con arazzi di pregiata fattura e le porte e finestre ricoperte da lussuosi tendaggi confezionati con fini stoffe provenienti dall'oriente. Per pavimentare le stanze, i muratori utilizzavano tecniche e materiali di diverso pregio, dalla terracotta, al cocciopesto, ai marmi pi pregiati; nelle decorazioni del piano di calpestio gli stuccatori creavano mosaici con figure o scene che andavano dalla piccolissima alla grande dimensione, utilizzando materiali pregiati quali l'onice o marmi rari colorati, fino ad arrivare a tassellature in oro. Le riproduzioni s'intonavano all'ambiente. Nel triclinio raffigurazioni di frutta e cacciagione stimolavano l'appetito dei convitati; nel vestibolo l'immagine di un cane minaccioso con la scritta cave canem (attenzione al cane) scoraggiava l'entrata dei mendicanti e postulanti, che circolavano numerosi per le vie di Roma. I soffitti intarsiati con materiale pregiatissimo, quale oro e avorio, e ornati con stucchi, richiamavano scene reali giornaliere o partorite dalla fantasia dei decoratori. Altri lavori artistici, fregi, affreschi, rosoni, adattati nei posti ritenuti opportuni da valenti artigiani chiamati ad abbellire la casa, donavano una maggiore gradevolezza agli ambienti.
Alla ricchezza di decorazioni, mosaici, marmi, dipinti, statue, e altro, nella domus romana si contrapponeva una povert di arredi. Costituivano il mobilio solo pochi armadi (armaria) di piccole dimensioni usati per custodire l'argenteria e altri oggetti di valore, bauli ove erano riposti i vestiti e la biancheria (arcae vestiariae), letti tricliniari utilizzati in occasione di banchetti, letti comuni per dormire e sedie di tre tipi sulle quali poggiavano cuscini colorati: sedie senza schienale (sellae), con schienale e braccioli (cathedrae), con sedile lungo (longae) e inoltre un notevole numero di sgabelli.
Il clima mite di Roma e la struttura della domus invitavano a godere la vita all'aperto, pertanto i proprietari delle case pi grandi e fastose trascorrevano preferibilmente il giorno nel giardino, anche per consumare il pranzo e la cena. Nei mesi invernali pi rigidi, quando il freddo impediva di star fuori, se non solo per qualche ora, i familiari si ritiravano in casa e per innalzare la temperatura mettevano in funzione un impianto di riscaldamento centralizzato, munito di dispositivi chiamati ipocausti, che insufflava aria calda in vespai ricavati sotto il pavimento.
Doveva essere veramente confortevole la domus se sociologi, architetti, urbanisti moderni e addetti ai lavori concordano nel dire che per vivibilit essa rimase ineguagliata fino al ventesimo secolo. Come quel tipo di abitazione fosse concepita e realizzata,  stato scoperto esaminando i reperti archeologici disseppelliti a Pompei e studiando le opere dell'architetto Marco Vitruvio Pollione che scrisse in dieci libri il De architectura - una fonte importantissima per la conoscenza dell'architettura greca e romana e opera di riferimento fino al secolo 16esimo -, in cui  affrontata l'intera problematica architettonica, dalla forma della citt ai problemi tecnici, distributivi, tipologici, d'estetica e di decoro dell'edificio.
Le insulae
Per quanto riguarda invece le insulae (isole), veri e propri casermoni dove viveva stipata fino all'inverosimile la stragrande maggioranza della popolazione romana, molte informazioni ci sono pervenute dai reperti portati alla luce dagli scavi operati nei pressi della citt di Ostia e da scritti risalenti all'antichit romana. Siffatto genere di costruzione, reso necessario dall'aumento demografico, si diffuse principalmente in et imperiale per offrire un'opportunit di sistemazione alle nuove famiglie che si formavano e per assicurare ai proprietari un aggiuntivo guadagno con gli incassi degli affitti.
Costruite con materiale non certo di prim'ordine, i malsicuri fabbricati dentro i quali vivevano i meno agiati stridevano al confronto delle solide domus fabbricate con calce e mattoni e contribuivano ad acuire il dislivello sociale tra i Paperoni dell'epoca e gli strati poveri della plebe mortificati da tanta disuguaglianza. D'altra parte il popolo minuto di Roma, non potendo permettersi gli agi fruiti dai ricchi, doveva arrangiarsi a vivere in abitazioni di basso livello che facevano scendere l'indice di qualit della vita a livelli infimi.
Tiberio Gracco nei discorsi pronunciati dal palco degli oratori, per scaldare gli animi dell'auditorio contava sulla rabbia covata dai poveri che si arrabattavano per raggranellare i soldi per l'affitto di un'abitazione, seppure umile, ma che li togliesse dall'angoscia generata dall'incertezza di avere un tetto sopra la testa. Nelle assemblee tenute in occasione degli annosi scontri tra le parti sociali, arringava il popolo sostenendo che gli animali e gli uccelli avevano le tane e i nidi dove trovare ricetto, mentre gli uomini romani che combattevano e morivano per la patria, di loro non possedevano nemmeno una zolla.
A complicare la difficile risoluzione del problema della casa agli abitanti di esigue possibilit economiche, contribu la brusca accelerazione dello sviluppo demografico cittadino.
Nel salto da citt stato a metropoli spiccato da Roma dopo la conclusione delle guerre puniche, e pi marcatamente nella pienezza del periodo repubblicano antecedente alle guerre civili, la popolazione aument notevolmente di numero sia per un fatto fisiologico, cos come accade in tutte le nazioni negli anni che seguono la fine di un conflitto di grandi proporzioni, sia perch una moltitudine di forestieri (stranieri, latini, alleati italici) si rivers su Roma, attratta dal fascino emanato dalla Citt. La popolazione da centoventitrmila anime esistenti prima dell'inizio della seconda guerra punica, nel periodo del tribunato dei Gracchi sal a trecentomila unit e prima che incominciassero le guerre civili, si apprestava a raggiungere il mezzo milione.
Fin da allora le metropoli esercitavano sulle persone che non le avevano mai viste un forte richiamo. Coloro che non vi erano stati, immaginavano che la grande citt fosse un luogo di facile arricchimento, ma quando venivano a contatto la cruda realt i sogni svanivano e, posti davanti alle enormi difficolt di come sbarcare il lunario, rimpiangevano quanto di buono, anche se poco, avevano lasciato nel paese d'origine.
Per far fronte all'incremento demografico i governanti e gli urbanisti romani adottarono una politica edilizia avanzata simile a quella iniziata il secolo scorso nelle metropoli degli Stati Uniti d'America e diffusasi poi nel mondo: crearono gli incentivi e i presupposti affinch la Citt si sviluppasse in altezza anzich in larghezza.
Alle abitazioni alte due o tre piani, gli impresari edili aggiunsero le prime insulae condominiali, palazzoni di tre o quattro piani (tabulata cenacula) realizzati con l'uso di mattoni, calce, sabbia e tantissimo legno; la legge li autorizzava a costruire, purch i muri esterni fossero larghi tre piedi (45 centimetri) e loro per recuperare quanto pi spazio possibile riducevano le strutture interne a una dimensione minima. Pertanto la misura delle opere portanti, rapportata a una superficie di base corrispondente a circa trecento metri quadri, era insufficiente e causava instabilit. Ad aggravare la precaria condizione di sicurezza concorreva la speculazione dei costruttori che tendevano a innalzare sempre di pi l'altezza dei fabbricati per incamerare lauti profitti. Gli appaltatori edili quanto pi in alto arrivavano a costruire, tanti pi alloggi realizzavano, con soddisfazione propria e dell'amministratore (insularius) incaricato a riscuotere gli affitti; incominciata la costruzione, la elevavano al massimo, poich la cifra spesa per realizzare un piano in pi del previsto sarebbe tornata indietro moltiplicata parecchie volte al momento della vendita del manufatto. Per altro, al gestore del condominio o a chi riscuoteva la pigione, quel che premeva era l'incasso di quanti pi canoni d'affitto possibili, sfruttando al massimo la capienza dello stabile. La speculazione sconsiderata, tendente a costruire palazzi sempre pi alti e privi dei requisiti tecnici minimi necessari a garantire la sicurezza, alimentava i crolli che si succedevano a catena.
Cicerone, proprietario d'insulae che gli rendevano fior di denari, confidava per lettera all'amico fraterno Pomponio Attico che erano crollati due locali di sua propriet e che in altri le crepe nei muri erano cos profonde da fare scappare per la paura non solo gli inquilini, ma anche i topi.
Dall'altezza iniziale di tre o quattro piani, le insulae raggiunsero altezze vertiginose da far definire al famoso oratore arpinate, Roma non una citt piantata per terra ma sospesa nel cielo.
Alla corsa verso l'alto cerc di porre fine l'imperatore Augusto col divieto di costruire abitazioni superiori ai settanta piedi, vale a dire circa venti metri (29,6 cm x 70 piedi). La proibizione si dimostr un provvedimento tampone effimero; con l'inoltrarsi dell'epoca imperiale la popolazione di Roma seguit a crescere e di riflesso ripartirono violentemente gli abusi edilizi. Sappiamo della costruzione dell'insula Felicles, sorta fra il primo e il secondo secolo d. C., che sovrastava Roma e destava stupore e meraviglia in tutti i paesi dell'impero.
Il poeta satirico Giovenale scriveva che costruendo un piano sopra l'altro si era arrivati al decimo e il contemporaneo retore greco Elio Aristide ripeteva che se le case di Roma anzich in altezza fossero state disposte tutte al piano terra, la citt sarebbe arrivata a lambire la riva dell'Adriatico.
Il maggior pericolo che incombeva sulle insulae, pi che dai frequenti crolli, era rappresentato dagli incendi, facili a innescarsi e a svilupparsi rapidamente. I roghi nella maggioranza dei casi erano provocati dai fuochi accesi nelle case e negligentemente controllati, e dall'alta infiammabilit del materiale usato nella costruzione dei palazzi; si largheggiava col legno che era indubbiamente meno costoso degli altri materiali edilizi e richiedeva un tempo di lavorazione inferiore a quello delle opere in muratura.
La legge non stabiliva una distanza precauzionale minima tra una costruzione e l'altra e i costruttori edili per non sprecare spazio edificabile fabbricavano insulae vicinissime tra di loro se non addossate. Marziale abitava cos vicino al dirimpettaio Novio, che per stringergli la mano bastava soltanto che si affacciasse alla finestra.
Se per malaugurato caso un incendio divampava in una giornata di vento, il volume delle fiamme aumentava considerevolmente e il fuoco si propagava con facilit agli edifici attigui. S'innescava, una catena pirica di dimensioni enormi, una contigua gigantesca fiaccolata che era difficile se non impossibile domare. I vigili del fuoco durante la Repubblica erano inesistenti (il corpo fu creato dall'imperatore Augusto) e a tentare di spegnere il fuoco dovevano pensarci gli abitanti degli stabili in fiamme e i volontari che accorrevano in aiuto. Nel 64 d. C. l'incendio che devast Roma, dal posto d'innesco si propag di casa in casa con una modalit di trasmissione a catena, fino a distruggere gran parte della citt.
Una corrente di pensiero storica malevola, tendente a far passare Nerone per quel mostro che forse non  stato, sostiene che fu lo stesso imperatore ad appiccare il fuoco. Molti per dissentono dall'infamante versione e suffragano la tesi che l'incendio si svilupp per cause sconosciute in un giorno in cui Nerone si trovava ad Anzio e che appena l'imperatore fu informato, ritorn prontamente a Roma per dirigere di persona le operazioni di soccorso e aiutare la popolazione duramente colpita.
Qualsiasi siano state le cause a provocare l'incendio, Nerone rimase scosso dalle distruzioni arrecate dal fuoco e intervenne sulle norme urbanistiche per regimentarle entro rigidi parametri, affinch un simile disastro non si ripetesse; ordin che la distanza tra i palazzi di futura costruzione fosse aumentata, stabilendo i distacchi minimi, allarg le vie, cre dei grandi porticati per facilitare l'intervento dei vigiles (pompieri) e decise che ogni fabbricato si dotasse di una riserva di acqua sufficiente da utilizzare prontamente per spegnere gli incendi sul nascere.
L'ipotesi dell'estraneit di Nerone al rovinoso avvenimento  tutt'altro che peregrina. Gli incendi nelle insulae, oltre a scoppiare per l'incuria degli inquilini, erano appiccati deliberatamente dai costruttori al fine di lucrare sugli isolati da loro stessi ricostruiti dopo averli incendiati.
Il triumviro Marco Licinio Crasso tra le molteplici attivit imprenditoriali svolgeva anche quella di costruttore edile, o meglio di ricostruttore, considerato che quando era informato di un incendio si precipitava ad acquistare le case che andavano a fuoco e comprava dai proprietari a prezzi stracciati i ruderi rimasti dopo il rogo e poi ricostruiva sulle macerie abitazioni da affittare o da vendere.
Da quando Roma incominci a soffrire i problemi dell'inurbamento che le metropoli comportano, il fuoco divent un incubo. Giovenale, nostalgico della Roma dei passati secoli, quella del contadino-soldato, nella terza satira verseggia:
Noi a Roma viviamo in una citt attaccata con lo sputo.
Quando una casa si sgretola, l'agrimensore mette i puntelli.
Turata alla meglio, la vecchia crepa invita gli inquilini a dormire sonni tranquilli tra i denti del disastro.
Io voglio vivere senza incendi, senza il vicino che invoca pompe, portando i suoi stracci in salvo, e senza il
pianerottolo fumante mentre io ancora dormo.
Le insulae oltre che in concezione strutturale e sicurezza si differenziavano dalle domus in estetica e funzionalit. Da un cortile centrale partivano lunghe scale di legno che portavano agli appartamenti (cenacula) dei piani superiori; dentro lo spazio dello stesso cortile sorgeva una fontana, dove i condomini attingevano l'acqua. Le tubature arrivavano fino a poca altezza, di conseguenza la rete idrica e le condotte fognarie non raggiungevano tutte le costruzioni e solo chi abitava ai piani bassi aveva il privilegio di usufruire del servizio. Le pareti esterne erano intonacate o abbellite con mattoni a vista e costeggiate da strisce di pittura tendenti ad aggiungere un certo gusto; in esse si aprivano le finestre, attraverso le quali i vani dall'esterno prendevano luce e aria. Le stanze avevano cos il vantaggio di essere abbastanza illuminate nelle giornate di caldo o quando un clima mite permetteva che si spalancassero le aperture. A dissomiglianza delle case dei ricchi, i quali avevano la possibilit economica di utilizzare negli infissi il costoso vetro, le aperture che davano all'esterno dell'insula erano chiuse da imposte di legno o da pelli translucide che lasciavano passare la luce a malapena. Nelle giornate d'inverno per impedire al vento, al freddo o alla pioggia di entrare, gli abitanti dovevano chiudere le finestre a discapito dell'illuminazione. Le stanze degli appartamenti erano divise senza il rispetto di alcuna regola planimetrica; ognuna di esse era utilizzata nel modo ritenuto pi opportuno dall'inquilino che vi abitava. La scelta era facilitata negli appartamenti senza latrina e con una cucina surrogata da un focolare mobile che permetteva di essere trasportato da qualsiasi parte. Pochissime suppellettili arredavano l'appartamento:
- Un posto ove dormire simile pi a un pagliericcio anzich a un letto, costituito da un materasso ripieno di foglie secche o crine, disteso su una base di legno, la quale per ragioni di spazio a volte fuoriusciva da un muro in cui era incassata o era sostenuta da cinghie di cuoio legate a un telaio. Le lenzuola per coprirsi non esistevano e nelle nottate d'inverno per ripararsi dal freddo il residente ricorreva a una coperta imbottita.
- Un cassettone dentro di cui gli inquilini riponevano pochi capi di vestiario e qualche armadio adeguato alle possibilit economiche, appoggiato a una delle pareti pitturate a tinte accese e utilizzato per chiudere dentro gli oggetti di maggior valore (calici, brocche, lucerne, etc.).
- Un tavolo e qualche sedia o sgabello, impiegati dai familiari per sedersi durante il pasto.
Completavano l'arredamento chiodi infissi nel muro, utili per appendere oggetti di uso quotidiano (cappelli, bastoni, lucerne).
Mattoni collocati a forma di schiena di pesce, mattonelle di terracotta o di cocciopesto formavano il nudo pavimento privo di mosaici degli appartamenti abitati da chi certamente ricco non era.
Al primo piano degli isolati, di solito, verso l'esterno si protendeva uno stretto balcone di legno a girare tutt'attorno allo stabile. La popolazione romana amava i fiori e il verde e nei balconi gli abitanti ponevano per terra piante in vasi di terracotta per abbellire l'ambiente. Da grandi fioriere partivano rampicanti che ricoprivano di verde la facciata e salivano verso l'alto fino ad arrivare all'ultimo piano, attorcigliandosi ovunque trovavano appiglio. Guardando dal basso verso l'alto, nelle case dei meno disagiati si notava un tipo di finestra particolare (pergula = ballatoio) da cui sporgeva una loggia di legno molto simile a quelle esistenti nelle case indiane o in oriente. Quel piccolo terrazzino chiuso a gabbia offriva all'abitazione una porzione di luce supplementare e consentiva ai residenti di guardare di soppiatto i passanti in strada.
In un'insula abitavano almeno duecento persone secondo il criterio di una piramide rovesciata: pi alto era il piano, pi persone alloggiavano negli appartamenti. Gli alloggi con maggiore funzionalit erano quelli dei piani bassi, perch com' stato scritto in precedenza le tubature dell'acqua e della fogna raggiungevano soltanto i primi piani e pertanto l'acqua dove mancava doveva essere trasportata da schiavi chiamati aquarii che insieme all'ostiarius (portinaio) e agli scoparii (addetti alle pulizie) formavano il personale addetto alle esigenze dell'insula della quale erano parte integrante. Infatti, quando l'edificio veniva posto in vendita, il compratore di solito acquistava in blocco l'immobile e il personale di servizio.
Ai piani superiori i vasi da notte sostituivano le latrine ed erano vuotati in grosse giare o botti (dolia) poste gi a fianco del palazzo. Di buon mattino gli schiavi addetti alle lavanderie (fullonicae) ritiravano i grandi contenitori pieni di urina e li portavano nelle lavanderie, dove il liquido biologico era utilizzato per lavare i vestiti; altri servi prelevavano i recipienti pieni di escrementi destinati a concimare i campi. Non tutti per erano disposti a salire e scendere tante rampe di scale per depositare i rifiuti nei contenitori e individui incivili di notte vuotavano il vaso dalla finestra, colpendo a volte con le maleodoranti evacuazioni qualche malcapitato che aveva la sfortuna di passarvi sotto. Nonostante la legge lo vietasse e colpisse con elevate multe i protagonisti di quelle azioni deprecabili, i lanci notturni erano continui e le vie odoravano di un fetore che ammorbava l'aria.
Le famiglie pi abbienti per evitare i disagi cui andavano incontro gli inquilini dei piani superiori preferivano risiedere quanto pi in basso possibile, non soltanto per comodit, ma anche per avere maggiori possibilit di non finire arrostiti in caso d'incendio. Nei piani inferiori risiedevano persone dal reddito pi alto che si potevano permettere di pagare un affitto sostanzioso (funzionari dello stato, piccoli commercianti, e altri, che nella vita odierna sarebbero classificati come appartenenti al ceto medio). Procedendo verso l'alto, pi si saliva e meno facoltoso era chi vi abitava. Negli ultimi piani alloggiavano persone dal tenore di vita molto basso che facevano fatica a pagare l'affitto e per raggranellare i soldi della pigione subaffittavano ad altri ancora pi poveri di loro qualche stanza dell'appartamento abitato. Paradossalmente sotto il tetto, in quell'eccellente locale che oggi noi definiamo mansarda, vi abitavano i miserrimi, quelle persone che in caso d'incendio non avevano possibilit di scampo, perch si accorgevano del fuoco quando ormai divampava e purtroppo diventavano preda delle fiamme.
Bench quei palazzoni popolari fossero soggetti a disagi e pericoli, il costo di un appartamento sul finire della Repubblica era abbastanza elevato; per l'acquisto di un umile alloggio bisognava sborsare parecchie decine di migliaia sesterzi e anche i pagamenti dei canoni d'affitto erano abbastanza esosi; ai tempi di Cesare un certo Celio in un anno pagava trentamila sesterzi. Ogni sei mesi, quando giungeva il tempo di pagare la pigione, si vedevano girare per le vie di Roma persone sfrattate per morosit o perch non erano state in grado di pagare l'aumento richiesto dal padrone di casa. La legge non era clemente con i debitori n caritatevole con i poveri e permetteva al proprietario di murare l'ingresso all'affittuario o di segare gli scalini che portavano in casa per impedire di entrarvi. L'inquilino moroso o che non aveva la capacit economica di corrispondere l'aumento dell'affitto al padrone di casa o all'amministratore, da un giorno all'altro si ritrovava gettato in mezzo alla strada e doveva arrangiarsi per trovare un posto dove dormire. Non c'erano proroghe o blocchi degli affitti che tenessero e tanto meno comitati inquilini o istituti di beneficenza cui rivolgersi. Peraltro i proprietari compravano le insule in blocco allo scopo di accrescere con il gettito proveniente dai canoni d'affitto, il denaro guadagnato in altri redditizi settori e non s'impietosivano davanti alle suppliche degli sfrattati. Per trarre il massimo profitto cercavano di ricavare in un immobile quanti pi vani possibili e a tal fine durante la costruzione dell'edificio predisponevano che le stanze al pianterreno fossero costruite secondo un criterio che consentiva di affittarle a piccoli bottegai i quali avviavano attivit commerciali nei locali dirimpetto alla strada: thermopolia (bettole per bevande calde), tabernae (botteghe), popinae (osterie), etc. Della riscossione degli affitti se ne incaricavano di persona i padroni di casa, incassando direttamente le pigioni dagli inquilini, oppure cedevano per una certa cifra la gestione a un amministratore che si occupava della manutenzione e della risistemazione degli alloggi, anche innalzando tramezzi per aumentare al massimo la capacit ricettiva, e poi li riaffittava incassando i canoni per proprio conto.
Il mondo romano era una societ di carattere classista spinto al massimo, nella quale vivevano persone economicamente agli antipodi: da chi non poteva permettersi un letto ove dormire o un tetto sotto di cui ripararsi, a chi disponeva d'immense risorse finanziarie e di un gran numero d'immobili. Tuttavia non tutti i padroni delle insulae erano multiproprietari; tanti di essi possedevano un solo plesso e per il motivo che non avevano la possibilit finanziaria di costruirsi una casa indipendente di grande sfarzo o per ragioni del tutto personali stabilivano di risiedere nel fabbricato di propriet. In quel caso riservavano a se stessi tutto il pianterreno e lo sistemavano in modo tale da far capire a chiunque entrasse, che chi vi abitava era un ricco proprietario e non un inquilino. Curavano di far seguire alle stanze, quanto pi possibile, il criterio classico di ubicazione nella domus e intervenivano nelle rifiniture e negli arredi per attribuire alla casa il massimo sfarzo, realizzando il pavimento di marmo, ponendo mosaici sul piano di calpestio, decorando i muri con arazzi, collocando lussuosi tendaggi innanzi a porte e a finestre; insomma facevano di tutto per distinguersi dagli affittuari e ostentare l'appartenenza a uno strato sociale pi alto.
Nel II secolo prima della nascita di Cristo, quando Roma dopo la vittoria definitiva sulla potenza punica rivale svolt con decisione verso la strada del cosmopolitismo, l'elevate classi sociali, politiche e commerciali a contatto con il mondo greco presero le raffinate abitudini dello stile di vita orientale. In quella societ che incominciava a diventare opulenta, i ricchi romani imitarono i facoltosi greci, anche per quel che riguardava le abitazioni. La propriet di una sola casa in citt non bastava pi a rispecchiare nella societ la posizione occupata da ricchi e potenti. Uomini di vertice e benestanti incominciarono quindi a costruire nelle immediate vicinanze della citt o altrove, attraenti costruzioni che fungevano da residenze per un determinato periodo di riposo (otium) da godere lontano dalla vita stressante imposta dal centro di Roma o che grazie alla manodopera gratuita fornita dagli schiavi avevano funzione di un nucleo attorno al quale sviluppare una redditizia attivit agricola, senza escludere la possibilit di trascorrervi piacevoli giorni di riposo. Quel genere di dimora signorile costruita lontano dal centro, prese il nome di villa.
Le villae
Siccome il significato di villa era generico, per operare una distinzione derivata dalla destinazione d'uso e subordinatamente dalla disposizione dei locali o dal luogo di edificazione, la costruzione fu chiamata villa urbana (per alcuni pi esattamente pseudourbana) se destinata unicamente ad abitazione di villeggiatura, villa rustica se utilizzata principalmente come fattoria, e invece villa fructuaria se adibita alla conservazione di grandi quantit di scorte destinate all'alimentazione umana o degli animali, quali cereali, fieno, etc.
La distinzione fra villa rustica e villa fructuaria  comunque soltanto di carattere enunciativo, in quanto entrambi i fabbricati erano formati da diversi edifici raccolti attorno a un cortile ai cui lati erano disposti l'abitazione principale e quella degli schiavi e altre costruzioni funzionali al tipo di lavoro da compiere.
- La villa urbana sorgeva in posizione panoramica vicino al mare o in aperta campagna, per dare modo ai proprietari e agli ospiti di stendere lo sguardo sul paesaggio che le circondava. Elemento di distinzione dalla domus, ricorrente ma non obbligatorio, era l'entrata che avveniva dal peristilio dopo aver percorso il vestibolo e non dall'atrio. Inoltre le stanze sorgevano a gruppi, in corpi di costruzioni separate da corridoi aperti; le pi importanti di esse e che pertanto non dovevano mancare mai erano:
- stanze da letto per il sonno notturno e altre ove riposare durante la giornata,
- triclini estivi e invernali da cui i commensali distesi sui letti, mentre banchettavano ammiravano le stanze da studio, la biblioteca o la zotheca; quest'ultima, ricavata in un ambiente disposto a forma di salottino, prendeva il nome da una nicchia entro la quale il dominus collocava delle statue.
L'arredamento interno e lo sfarzo delle villae urbane dipendevano unicamente dal gusto del padrone di casa e non dalla sua disponibilit economica, giacch chi realizzava una costruzione del genere possedeva ricchezze smisurate. Nelle ville di grande pregio erano sempre presenti il bagno termale con i suoi quattro ambienti: l'apodyterium, il calidarium, il tepidarium e il frigidarium e all'aperto vicino all'impianto termale, una piscina a disposizione di volenterosi nuotatori. Nelle fredde giornate invernali i locali interni della casa ricevevano calore da sotto il pavimento, per mezzo di un sistema di riscaldamento adoperato anche nelle domus. All'esterno, un terreno utilizzato a orto o adibito a verde con aiuole, con alberi piantati per formare boschetti e con qualche fontana, circondava la villa per tutta la lunghezza perimetrale. Portici sostenuti da robuste colonne e cos lunghi da dover essere percorsi a cavallo prendevano il nome di gestationes (passeggiate in lettiga), dalle persone che li percorrevano portate in lettiga, e riparavano dal cocente sole estivo e dalle battenti piogge invernali i proprietari e gli ospiti desiderosi di una passeggiata al coperto.
Le villae urbanae erano tutte costruite secondo la stessa concezione, con l'unica variante consistente nell'estensione del terreno annesso. Ne esistevano alcune immerse in una tenuta, altre in un campo di pochi iugeri; altre ancra, circondate da limitate aree di terreno, presero il nome di praetoriae e nell'et imperiale divennero numerosissime. Nel bagaglio di civilt esportato da Roma nella fase espansiva di dominio sull'Italia e poi fuori dai confini italici, oltre che le terme e i circhi trovarono posto anche le praetoriae. In numerosi paesi d'Europa (Germania, Svizzera, Inghilterra, Germania) e nell'Africa di area mediterranea rimangono i resti di lussuose villae d'epoca, mute testimonianze delle vestigia di Roma.
A permettere di ricostruire le fattezze della villa urbana in modo quanto pi prossimo possibile alla realt sono stati gli scavi operati nelle vicinanze di Pompei che hanno portato alla luce la Villa dei Misteri, una costruzione datata dagli archeologi al II secolo d. C. Furono probabilmente i dipinti sui muri della stanza tricliniare a fargli attribuire il nome. Il significato delle figure tinteggiate sull'intonaco, infatti, non  univoco ma si presta a molteplici dubbiose interpretazioni. L'opinione pi comune  che la donna raffigurata su un affresco rappresenti un'adepta al culto dionisiaco, teoria dalla quale si dissocia Paul Veyne. Il famoso archeologo francese asserisce invece che si tratti di una sposa, forse convinto da un altro affresco della stessa stanza che mostra una giovane ragazza durante lo svolgimento del rito di purificatorio nuziale. In ogni caso, dall'accurato esame della Villa dei Misteri e dalla descrizione fornita da Plinio il Giovane delle sue ville in Etruria e di quelle nella zona del Laurento, si  potuto risalire alle caratteristiche delle villae abitate dai romani durante le vacanze.
- La villa rustica, costruzione a volte ibrida per il fatto di dover contemperare due esigenze diverse, cio produrre reddito e servire da casa di villeggiatura dei proprietari, si ergeva al centro di un'area di campagna ed era una vera e propria fattoria amministrata da uno schiavo di fiducia del padrone (vilicus) e adatta a produrre e a trasformare i prodotti agricoli (grano, olio, uva, etc.) con lo sfruttamento del lavoro servile. Per aumentare il rendimento dell'azienda, la lavorazione dei prodotti della terra veniva integrata con un allevamento di animali da cortile (oche, conigli, pollame, etc.) e da stalla (cavalli, buoi, mucche, maiali, etc.) allo scopo di concimare i campi con lo stallatico e produrre i derivati (latte, carni, uova, salumi, pelli etc.) destinati alla vendita.
Gli edifici che formavano complessivamente la villa rustica erano incentrati su due corti (cortes), un'interna e un'esterna, entrambe fornite di vasca (piscina), ognuna delle quali aveva una funzione propria: quella della corte interna, l'abbeveraggio degli animali, l'altra della corte esterna, l'impiego per fini industriali e la macerazione dei prodotti da sottoporre a una successiva lavorazione (cuoio, pelli, etc.).
Al centro degli appartamenti che attorniavano la prima corte, sorgeva una cucina molto spaziosa non riservata unicamente alla preparazione dei cibi, ma con funzione di luogo di riunione e di locale adibito a svolgere l'attivit lavorativa al coperto. Nelle prossimit della cucina si trovavano le stanze da bagno degli schiavi, le stalle dei cavalli (equilia), dei buoi (bulina), degli animali di allevamento e ancora pi vicino il pollaio, per far giungere alle galline il calore proveniente dall'interno del locale. Era un'antica convinzione romana che il fumo mantenesse gli animali da cortile in buona salute. Altre stanze componevano il corpo di fabbrica della villa rustica; le migliori erano riservate ai proprietari per quelle volte che venivano a riposarsi o a controllare che nella fattoria tutto procedesse per il meglio. Non mancava il consueto bagno termale completo di tutti gli ambienti gi in precedenza elencati. E' risaputo quanto il popolo romano tenesse alla pulizia personale.
Granai (granaria), magazzini di frutta (oporothecae) e seccatoi (horrea), vale a dire gli ambienti riservati solamente al lavoro, erano edificati distanti dalla cucina, in luoghi asciutti non soggetti all'umidit e protetti dalla pioggia, possibilmente esposti a nord. Vicino a essi sorgevano un (nubilarium), luogo riparato ove proteggere in caso di pioggia improvvisa il grano raccolto, e alcuni capannoni dentro di cui erano tenuti i carri agricoli, mentre l'aia per la razzolatura del pollame rimaneva attigua alle mura del fabbricato. I magazzini che contenevano materiali particolarmente soggetti al pericolo d'incendio erano spesso costruzioni a s stanti (villae fructariae) distanziate dalla villa. La stanza per torchio, il frantoio, un locale con mulino a mano, la cella vinaria, la stanza per la pressa e qualche altro ambiente adibito a deposito di attrezzi davano forma a una seconda corte e completavano la struttura.
Non si conosce con precisione l'ubicazione delle stanze da letto degli schiavi (cellae familiares), sappiamo per dell'esistenza di una prigione (ergastulum) dentro la quale gli schiavi scontavano le dure pene inflitte dal padrone per mancanze particolarmente gravi e di un'infermeria (valetudinarium) riservata agli ammalati.
E' stata la villa di Boscoreale presso Pompei a fornire le maggiori informazioni sulla planimetria della villa rustica romana.

9. L'abbigliamento e l'imbellettatura.

Tanti di noi conoscono persone benestanti che abitano in case lussuose ma che si vestono in modo trasandato con abiti di scadente fattura, o viceversa, cio che dotati di mezzi finanziari appena sufficienti, risiedono in modeste abitazioni ed esibiscono eleganza. Sarebbe il caso di scomodare il proverbio che recita: l'abito non fa il monaco.
Se dall'abbigliamento dovessimo giudicare lo stato sociale di una persona, oggi cadremmo spesso in errore; nella Roma di allora invece non sarebbe successo, dal momento che era proprio l'abito a operare la distinzione. L'eguaglianza legale di tutti i cittadini era osservata nell'aspetto esteriore; il modo di vestire distingueva il senatore dal comune cittadino, l'adulto dall'adolescente non ancora emancipato, ma sia il ricco sia il povero si mostravano in pubblico avvolti dall'identica semplice toga di lana bianca filata. Il vestito era paragonabile a un'uniforme che indicava lo status e la posizione societaria; da esso si capiva a quale rango appartenesse la persona che lo indossava. Un cavaliere, un magistrato, o qualunque persona di elevato livello non avrebbe nemmeno pensato di uscire da casa e recarsi in un luogo pubblico senza vestire la divisa appropriata al suo rango sociale, per timore di essere scambiato in strada per una persona di bassissimo livello o, ancora peggio, per uno schiavo.
Ma qual era l'abbigliamento dei Romani nel periodo repubblicano?
Originariamente un perizoma di lino (subligar o subligaculum) annodato intorno alla vita copriva le parti intime, fungendo da mutande; fu sostituito poi da una tunica indossata direttamente sulla pelle, chiamata subucula, e in et imperiale da cortissime mutande, che i militari usavano portare in pelle. Nei periodi di freddo c'era chi indossava pi di una tunica; l'imperatore Augusto temeva i raffreddori e ne indossava tre, infilandone una sull'altra. Sulla subucula i Quiriti indossavano un'altra tunica (tunica exterior) che era un abito vero e proprio. La tunica esteriore era costituita da due parti cucite tra loro e confezionata con maniche corte che arrivavano fino all'avambraccio; la parte anteriore scendeva oltre il basso ventre, gi fin sotto le ginocchia, mentre la parte posteriore arrivava sotto i polpacci. Di questo capo di vestiario, un esemplare pregiato era la tunica recta (tunica dritta e tessuta in un unico pezzo), la cui prima confezione, stando alla tradizione,  da attribuire alla moglie di Tarquinio Prisco, Gaia Cecilia. La tunica intima, cio la subucula o tunica interior in lino, fungeva da sottoveste; l'altra, la tunica exterior di lana o di stoffa, veniva tenuta ferma alla vita da una cintura ed era indossata dagli schiavi e dalle classi pi umili in modo esclusivo, non a caso il popolo minuto era indicato col nomignolo di tunicatus popellus (popolino tunicato). Portare la tunica senza cintura o pi lunga del dovuto o con le maniche lunghe, era considerata una cattiva abitudine da effeminati.
Soltanto nel III secolo d. C. and di moda allungare le maniche fino ai polsi e indossare invece della toga la tunica dalmatica realizzata in lana o in lino o in seta; nello stesso secolo furono introdotti i pantaloni, fino allora in uso tra le popolazioni barbare di Parti, Celti e Germani. Giulio Cesare, precorritore dei tempi anche in fatto di moda, nel vestire nglig portava trecento anni prima che fosse in voga, una tunica con maniche lunghe frangiate ai polsi e con uno sbuffo sopra la cintura allentata, fingendo d'ignorare i risolini suscitati dal suo abbigliamento considerato poco virile.
La tunica dei senatori a distinzione di quella degli altri cittadini era orlata da una larga striscia di porpora (latus clavus o laticlavium), mentre una striscia di porpora pi stretta (angustus clavus) bordava la tunica dei cavalieri. Il generale vincitore durante la celebrazione del trionfo indossava la tunica palmata (tunica decorata con lavori in oro a forma di palma).
Se di giorno la tunica serviva da vestito, di notte gli uomini la usavano come pigiama, lasciandosela addosso e su di essa, che poteva essere indossata da chiunque, dal pi ricco allo schiavo, portavano la toga, il classico abito il cui uso era consentito soltanto ai cittadini romani e vietato a stranieri, schiavi e liberti. Anche i condannati all'esilio, con la perdita della cittadinanza, perdevano pure il diritto di portare la toga. Svetonio nella vita dei Cesari, sul diritto d'indossare la toga o meno, narra un curioso aneddoto con protagonista l'imperatore Claudio nel ruolo di giudice: Essendo nata tra avvocati una frivola contestazione in una causa di cittadinanza, se cio l'accusato dovesse stare in tribunale vestito con la toga o con il mantello greco, per dimostrare assoluta imparzialit l'imperatore ordin che l'imputato cambiasse a pi riprese l'abito, a seconda che parlasse l'accusa o la difesa.
La toga il cui nome  da correlare al verbo tego (ricoprire) era un capo di vestiario intessuto in lana di color naturale, quindi bianco beige, dalla forma ellittica e della lunghezza di oltre tre metri, che gli uomini di alto rango sociale indossavano correntemente in pubblico ma che in privato, per l'ingombro che procurava, non vedevano l'ora di togliersi di dosso per starsene comodamente in tunica. Nessuna fonte letteraria ci ha tramandato quanto fossero le esatte dimensioni dell'abito e tantomeno la lunghezza, per quanto lo storico Dionigi di Alicarnasso la descriva di forma ellittica e il retore Marco Fabio Quintiliano di foggia tondeggiante. Testimonianze visive invece ci vengono da una colonna sepolcrale risalente al I secolo a. C., rinvenuta in via Statilia e custodita presso il Museo Nuovo dei Conservatori di Roma, e da un denario emesso nel 58 a. C. da Marco Giunio Bruto, su cui sono coniate figure coperte da toghe lunghe fino alle caviglie e delle quali una parte del vestito  raccolta su una spalla per consentire libert di movimento al braccio. Ad ogni modo, si  propensi a credere che la lunghezza della toga si aggirasse sui sei metri e la larghezza raggiungesse i due metri. Per quanto riguarda invece la provenienza  certo che essa fosse una derivazione dell'abito etrusco chiamato tebenna, come testimonia una statua di Aulo Metilio, chiamata: Monumento dell'arringatore, trovata nel lago Trasimeno e depositata nel Museo Archeologico di Firenze. Il reperto rappresenta un magistrato con un braccio alzato, mentre sta arringando il popolo vestito con la tebenna (un abito che gli lascia scoperti il braccio e la spalla destra) e con la stoffa che avrebbe dovuto ricoprire l'arto superiore, arrotolata sulla spalla sinistra.
I comuni cittadini tiravano fuori la toga in occasioni di particolare importanza: feste religiose, funerali, cerimonie, etc. Indossarla da soli era un'operazione abbastanza difficile e complessa, perch doveva essere sistemata in modo adeguato tale da conferire alla persona un aspetto dignitoso e austero, favorito dalla pesantezza del tessuto che rendeva impossibili gesti ampi e scomposti. Il poeta Orazio, nonostante impiegasse molto tempo per aggiustarsela addosso, non riusciva mai a sistemarla in modo appropriato.
Ad appianare le difficolt presentate al mattino dalla vestizione, badava il vestiplicus (guardarobiere), lo schiavo che aiutava il padrone a indossare la toga preparata fin dalla sera precedente, disponendo le pieghe in modo tale da rendere pi semplice il lavoro del giorno successivo. Al momento della vestizione il servitore prendeva la toga che era stata piegata in due parti disuguali nel senso della lunghezza, e ponendo l'estremit pi corta sulla spalla sinistra del padrone la regolava fino a farla arrivare ai piedi. L'altra parte, la pi lunga, la faceva scendere di dietro, per poi girarla sotto l'ascella destra e ributtarla ancora sulla spalla sinistra a mo' di tracolla; la avvolgeva quindi attorno al tronco per farla finire appoggiata sul braccio destro, che la sollevava di quel tanto da non farla strisciare per terra. In quella complicata operazione si doveva curare che la stoffa sistemata fra la spalla sinistra e il piede, cio la parte decorativa chiamata umbo, fosse intramezzata fra un piede e l'altro e la parte centrale, il sinus (sinuosit, seno), presentasse pieghe e rigonfiamenti. Essendo la toga costituita da due parti piegate l'una sull'altra, nel sinus la parte superiore veniva sistemata sotto l'ascella, mentre la parte inferiore necessitava che raggiungesse il centro della gamba. L'ultima operazione della vestizione consisteva nel tirar fuori dal sinus un lembo che doveva essere rivoltato e fatto sporgere verso l'esterno.
L'abito descritto era la comune toga virilis indossata dagli uomini all'et di diciassette anni circa, quando dall'adolescenza passavano alla maturit, periodo in cui abbandonavano la toga praetexta bordata di porpora e da adulti erano registrati nelle liste civiche.
La toga, l'abito formale per eccellenza, in vita serviva da distintivo ed era necessario indossarla nei momenti improntati alla solennit; nella morte accompagnava il proprietario nel viaggio verso la tomba. Il senatore Papirio, quando Brenno invase Roma, si fece trovare in toga, seduto immobile sullo scranno senatoriale, tanto da indurre un guerriero gallo a tirargli la barba per accertarsi che si trattasse di un essere vivente e non di una statua.
Com' riportato da Plutarco, Dionigi da Alicarnasso ed Eutropio nelle loro maggiori opere, i senatori che si recarono da Cincinnato lo invitarono a vestire la toga prima di dargli l'annuncio ufficiale della nomina a dittatore: Il nobile romano Lucio Quinzio Cincinnato apparteneva alla gens Quinctia, ed era dedito a una vita agreste che trascorreva nel suo podere di quattro iugeri, situato oltre il Tevere, i Prata Quinctia, l'unico appezzamento di terreno di famiglia che gli era rimasto, dato che aveva dovuto vendere quasi tutta la propriet per sostenere il figlio Cesone, accusato falsamente di omicidio. Dopo il processo di natura politica intentato dall'ex tribuno della plebe Marco Volscio Fittore a Cesone, Cincinnato aveva dovuto cedere quasi tutti i suoi beni per risarcire la parte lesa, mentre il figlio per sottrarsi alla condanna era fuggito in Etruria. Dalla coltivazione di quel poco terreno rimastogli, Cincinnato traeva i sostentamenti per vivere insieme alla moglie Racilia. La Repubblica era sbocciata da pochi anni e a Roma, impegnata a combattere contro i limitrofi, la guerra non era favorevole: Lucio Minucio Esquilino Augurino, uno dei due consoli, era assediato dagli Equi, e il suo collega Gaio Nauzio Rutilo battagliava con alterna fortuna contro i Sabini. Per superare la condizione di stallo che non giovava alla Citt, i Romani elessero dittatore Cincinnato e gli mandarono un'ambasceria per convincerlo ad accettare la suprema magistratura. I senatori inviati lo trovarono - fatto strano per un patrizio - dedito a coltivare la terra e gli dissero di cambiarsi d'abito, perch avevano qualcosa di molto importante da comunicargli. Cincinnato si pul dalla polvere, deterse il sudore che lo ricopriva e indoss la toga. Ascolt poi quanto i senatori gli riferirono e accett la carica di dittatore per salvare la patria.
Il genere di toga era correlato al rango della persona che la indossava e in egual modo a circostanze ufficiali. Rappresentava, appunto, una buona regola armonizzare l'aspetto esteriore con la situazione del momento e il luogo frequentato, dovendo l'apparenza riflettere all'esterno, come uno specchio, lo stato d'animo. Appunto per questo, oltre alle ordinarie toghe virili e preteste ne esistevano altre variet da tirar fuori in particolari momenti della vita:
- La toga pulla o atra dal colore scuro (grigio o marrone), intonata alla tristezza dell'animo, per rispettare il lutto di chi aveva subto una grave perdita familiare;
- La toga candida dei candidati alle cariche pubbliche, imbiancata con un bagno di gesso per dimostrare l'onest d'intenti di chi si presentava alle votazioni per essere eletto.
- La rigida e pesante toga picta di color purpureo, ricamata con strisce d'oro e vestita dai generali vittoriosi in occasione della celebrazione del trionfo. Il suo splendore durante il corteo conferiva al magistrato trionfante l'aspetto di un dio in terra. Era indossata sopra la tunica palmata.
- La variopinta toga trbea degli Auguri, di colori vari, perch molteplici le interpretazioni della volont degli di tratte dal volo degli uccelli.
- La sporca e lacera toga sordida, abito con cui si coprivano gli accusati durante i processi, ostentando povert per suscitare piet nei giudici.
Con l'inoltrarsi dell'Impero, i Romani nei giorni lavorativi sostituirono la toga con altri vestiti di derivazione straniera pi funzionali e meno ingombranti e riservarono l'abito tradizionale per le occasioni di rappresentanza, cerimonie, feste, avvenimenti pubblici, etc. Superata dalla moda, la toga spingeva Giovenale a scrivere che in gran parte dell'Italia nessuno la indossava tranne i morti. Col trascorrere del tempo l'abito romano per eccellenza, aveva assunto la caratteristica di un vestito esclusivamente cerimoniale, fino a essere messo in et severiana per sempre da parte. Nel principato dei Severi gli alti magistrati incominciarono a vestire durante il giorno e anche nelle cerimonie ufficiali la dalmatica, una tunica provvista di maniche, circondata alla vita da una cintura di tipo militare (cingulum militiae) simboleggiante l'equiparazione di onorabilit fra i maggiorenti della vita militari e le persone di prestigio della vita civile. Nel frattempo provenienti dalla Grecia si erano diffusi:
- Il pallium, molto simile alla toga, che per rispetto all'abito tradizionale aveva la convenienza di essere pi corto e di un tessuto unico non raddoppiato, pertanto dall'uso pi pratico.
- La lacerna, chiamata clamide dai greci, un mantello di lana di origine militare, fermato sul petto e sulla spalla da una fibbia. I comuni cittadini la portavano nel colore originale della lana, mentre i pi ricchi la facevano tingere con colori molto accesi.
- La paenula, un mantello provvisto di un'apertura centrale che consentiva d'indossarlo dalla testa; era in dotazione ai bassi gradi dell'esercito, come pure il similare sagum, confezionato per in lana pesante e in uso pure tra la cittadinanza. La versione invernale della paenula, lavorata in tessuto pesante o impermeabile e dotata di cappuccio, proteggeva il soldato dal freddo e dalla pioggia.
Faceva parte del corredo del generale e degli ufficiali di grado elevato il paludamentum, un mantello di colore bianco o porpora simile alla clamide greca, lungo fin sotto il ginocchio, aperto al centro e fissato all'altezza del cuore o su una delle due spalle da una fibula (fibbia, fermaglio). Per tradizione l'alto magistrato dotato d'imperium, in partenza per la guerra, dopo avere pronunciato i voti in Campidoglio usciva da Roma avvolto dal paludamentum e con lui i littori e gli ufficiali superiori coperti anch'essi dallo stesso tipo di mantello. Al ritorno, viceversa, il magistrato prima di accedere all'interno della sacra cintura cittadina (pomerium), nel corso di una cerimonia deponeva simbolicamente l'imperium ricevuto dai comizi curiati prima della partenza, spogliandosi del paludamentum.
Durante il principato, i militari di stanza nel settentrione d'Europa introdussero la palla gallica o caracalla, un pesante mantello lungo fino ai piedi, dotato di un cappuccio a protezione del capo. Per averlo indossato con molta frequenza, l'imperatore Marco Aurelio Antonino Bassiano prese il soprannome di Caracalla.
Gi al tempo di Augusto il guardaroba romano era fornito molto pi del necessario da suggerire a Marziale di scrivere una satira sugli eccessi:
Come l'Ibla si dipinge di colori,
quando di primavera vanno le api dalla Sicilia pascendosi di fiori,
cos di vesti colorate e bianche
vediamo riempirsi e d'infiniti vestiti traboccar le tue cassapanche,
e le bianche lane, prodotte dai greggi apli, possono vestire una trib piena di gente.
Ma tu guardi l'amico rabbrividire al freddo e al gelo, coperto appena appena
e, sciagurato, non ti prendi pena?
Sai dirmi, o Nevolo, quale sforzo ti ci vuole,
per privare di due vesti, di due vesti sole,
non te ma le tignole?
Completavano l'abbigliamento, le scarpe, che in casa venivano sostituite da un altro paio di calzature da indossare unicamente per l'interno: regola da osservare soprattutto quando ci si recava nelle abitazioni altrui. Un servo ritirava all'ospite le calzature che avevano calpestato il fondo stradale e gli metteva ai piedi un paio di sandali per consentirgli una maggiore comodit e allo stesso tempo per impedirgli di introdurre sporcizia maleodorante raccattata sotto le suole durante il tragitto per le vie pubbliche di Roma, che quanto a pulizia non erano un modello da imitare.
Fra i tipi di calzature pi usate elenchiamo:
- I calcei, scarpe a forma di stivaletto senza tacco, con suola dallo spessore di circa cinque millimetri e tomaia che copriva il piede per intero. Erano assicurati da quattro corregge e da altre strisce di cuoio che partivano dal tacco e avvolgevano la parte della gamba sopra la caviglia. Per l'uomo ogni qual volta indossava la toga era un dovere comportamentale calzarli. I senatori e gli aristocratici che si volevano distinguere per nobilt dai comuni cittadini portavano calcei tinti di rosso, tenuti al polpaccio da corregge in cuoio morbido e abbellite da una fibbia d'avorio a forma di mezzaluna; il burocrate bizantino Giovanni Lido nell'opera De mensibus scrive che il fermaglio posto in evidenza sul piede era il segno della lettera C maiuscola per indicare cento, il numero dei senatori stabilito da Romolo quando fond la Citt.
- Le soleae, sandali molto leggeri, formati da una semplice suola fissata al piede con lacci di cuoio; sconvenienti a essere usati in pubblico, erano calzati dentro le abitazioni.
- Le crepidae, calzature alte di tipo greco, di migliore fattura rispetto alle precedenti, trattenute ai piedi da strisce di cuoio intrecciate tra loro.
- Gli sculponea - cos chiamati da Plinio e da Catone -, scarpe di legno simili a zoccoli, calzati dai contadini, che per la tipologia di lavoro svolto stavano a continuo contatto con la terra umida o inzuppata di acqua. Le famiglie con prole numerosa e dalle modeste possibilit economiche li compravano ai figli piccoli, che avevano bisogno di un continuo ricambio di calzature.
- Le caligae, calzature basse di forma simile a sandali e munite di numerose piccole cinghie che fasciavano il piede, assicurando una salda tenuta. Siccome facevano parte del corredo militare, per consentire ai soldati una migliore stabilit durante il combattimento, nella suola a contatto col terreno vi si applicavano borchie di cuoio o di metallo. Per averle indossate spesso durante l'infanzia vissuta col padre negli accampamenti, Gaio Giulio Cesare Germanico fu soprannominato dai legionari Caligola.
Riguardo alla biancheria accessoria i Romani non usavano le calze, pertanto indossavano qualsiasi tipo di scarpa direttamente a contatto di pelle; non impiegavano nemmeno i fazzoletti per il naso e si coprivano la testa con leggeri cappelli di paglia per ripararla dal sole e con il cappuccio del mantello per proteggerla dal freddo e dalla pioggia. Soltanto ammalati o uomini frivoli portavano sciarpe al collo. Pesanti copricapo, pellicce e guanti erano usati solo nelle zone fredde dell'Europa e furono introdotti a Roma - come pure le calze - secoli dopo la fine della Repubblica. Quanto agli oggetti personali di valore, gli uomini indossavano soltanto nell'anulare della mano sinistra un anello che per le persone di rango elevato fungeva da sigillo e rappresentava quella che per noi oggi  la carta d'identit. Metterne pi di uno al dito era giudicato un indizio di effeminatezza, all'opposto, l'assoluta mancanza veniva considerata un segno di bassa condizione sociale. L'impronta del sigillo dell'anello, impressa su un contratto o su qualsiasi forma di scrittura pubblica o privata, equivaleva a una firma, per questo motivo solo con la morte si poteva privare un nobile dal suo inseparabile gioiello. Per dimostrare che Pompeo Magno era stato ucciso, il faraone Tolomeo 13esimo mostr a Giulio Cesare il capo mozzato e l'anello col sigillo raffigurante un leone che teneva tra le zampe una spada. E Annibale, per informare il Senato cartaginese sul numero degli uomini di elevato rango morti nella battaglia di Canne, invi a Cartagine un sacco pieno di anelli tolti ai cavalieri romani uccisi.
Le donne usavano come biancheria intima, un perizoma (subligar) e una fascia (mamillare o fascia pectoralis o strophium) per reggere il seno. In Sicilia, a Piazza Armerina, in provincia di Enna, in seguito a degli scavi incominciati nel 1950, fu portata alla luce la Villa del Casale; a ricostruzione avvenuta, su un muro comparve un mosaico raffigurante due donne in bikini che giocano con una palla. Dalla decorazione si deduce che le donne romane si mettevano in costume per fare un bagno o per compiere esercizi ginnici. Siccome la costruzione della Villa secondo gli esperti risale a circa tre secoli d. C., anche se non possiamo affermare con certezza che nel periodo repubblicano le donne romane indossassero indumenti succinti in luoghi pubblici, lo possiamo lecitamente supporre, dato che i cambiamenti nell'antichit avvenivano con molta lentezza.
Nella Roma repubblicana l'abbigliamento femminile si distingueva per la ricchezza dei tessuti e la vivacit dei colori pi che per la variet.
In origine uomini e donne vestivano alla stessa maniera; entrambi i sessi indossavano la toga, tranne le cortigiane e le donne di malaffare o accusate d'impudicizia, alle quali per rendere pubblica la loro abietta condizione morale fu imposto di vestirsi con una toga di colore scuro da indossare sopra una tunica corta. Con l'evolversi della societ l'abbigliamento femminile parimenti a quello maschile and incontro a sostanziali modifiche.
Sulla biancheria intima il gentil sesso indossava a contatto col corpo - come d'altronde facevano gli uomini-, una tunica interior di tessuto fine che poteva arrivare fino ai piedi. E su di essa l'abito classico corrispondente a quello che la toga era per gli uomini, la stola, un ampio vestito ricco di pieghe, di stoffa piuttosto pesante che scendeva fino ai piedi, decorato con una balza (istita) di porpora, con ricami e frange nel bordo inferiore e stretto alla vita da una cintura (cingulum). Talvolta una seconda fascia veniva posta il seno per metterlo in risalto o sopra i fianchi per creare uno sbuffo. Il caratteristico indumento prevalentemente di color fucsia, per la pesantezza del tessuto divenne il simbolo del pudore e delle virt femminili.
Sopra la tunica interior invece della stola la donna poteva indossare il meno formale e pi corto supparum, un abito composto di due parti di stoffa, cucite insieme dall'estremit inferiore fino ai fianchi e unite nella parte superiore fino a formare due false maniche lunghe fin poco pi su dei gomiti e chiuse con cammei. Nella parte inferiore dell'abbigliamento, il supparum lasciava in mostra la tunica intima.
Nel periodo di splendore, a nobildonne amanti del lusso abili sarte confezionavano abiti con sottilissimi tessuti di seta importati dall'isola greca di Cos. La vaporosit dei leggeri vestiti faceva risaltare le forme femminili e stimolava la fantasia degli uomini che le osservavano.
Le donne non uscivano mai dall'abitazione a capo scoperto; dall'inizio della repubblica fino a qualche secolo prima che essa tramontasse, per recarsi in luoghi pubblici indossavano come soprabito il ricinium, un mantello quadrato che copriva le spalle e la testa e che quando un familiare moriva tiravano sul capo in segno di lutto. In seguito il ricinium fu sostituito dalla palla, un mantello colorato provvisto di cappuccio. Se uscivano in strada, le donne che avevano oltrepassato la fanciullezza dovevano coprirsi la testa con uno scialle o con un cappuccio o con il lembo della stola per non incorrere nelle ire del marito e per non essere ripudiate.
Le popolane portavano personalmente una borsetta e d'estate un ventaglio e un ombrello, non pieghevole per ripararsi dal sole; le ricche signore consegnavano gli accessori e le parti di vestiario complementari a una delle tante schiave che le accompagnavano. Come gli uomini anche le donne non usavano fazzoletti, ma ne tenevano uno legato a un braccio (mappa) per detergere il sudore e solo in et imperiale si servirono di pezzuole per soffiarsi il naso; ai piedi calzavano sandali (socci) molto simili nella foggia a quelli maschili, differenti soltanto nella morbidezza della pelle, nei legacci di cuoio pi sottili e nelle tinte di colori molto vivaci. Curavano il trucco del viso con altrettanto scrupolo di quanto facessero nella pulizia del corpo, perch ci tenevano ad avere un aspetto gradevole ed essere osservate con interesse dagli uomini mentre camminavano per le vie di Roma o nelle occasioni che le portavano a contatto con l'altro sesso.
Il trucco della matrona avveniva con creme, ciprie e pomate preparate per abbellire il viso. Plinio il Vecchio in Naturalis historia scrive che mescolando farina di fave con la polvere ricavata da lumache africane essiccate si otteneva un cosmetico che rendeva la pelle bianca e dalle piante arbustive rampicanti di vitalba si ricavavano creme depilatorie. Della bellezza del viso se ne occupava una schiava ornatrix (pettinatrice, ornatrice), preposta alla depilazione e al trucco con i preparati naturali a quell'epoca disponibili: intrugli a base di gesso per sbiancare il viso e le braccia, biacca per ravvivare il colore delle labbra, feccia di vino e cenere per scurire ciglia e sopracciglia e per contornare di nero gli occhi. Tutte quelle sostanze assorbite dal corpo attraverso i pori, anche se in quantit minime erano tossiche ma per fortuna, poich le donne ricorrevano al trucco solo in particolari occasioni, danneggiavano poco la salute. Della cosmesi ne parla con toni moralistici Ovidio in un componimento satirico dal titolo De medicamine faciei (I cosmetici per il viso) con cui suggerisce alle donne romane di potenziare le naturali capacit seduttive, ricorrendo ad alcune complesse ricette cosmetiche.
Le pettinature dell'epoca eroica repubblicana erano di una semplicit disarmante; i capelli, spartiti in due parti da una scriminatura al centro del capo, erano fissati sulla nuca. L'evidente divisione della chioma in due parti richiamava il rituale dell'hasta caelibaris, celebrato nel corso degli antichi sposalizi, separando la chioma in due parti con una lancia, in ricordo dei primi matrimoni avvenuti tra patimenti e guerre. L'unica variante consisteva nelle trecce avvolte a forma di ciambella sulla testa. Con la trasformazione dei costumi, le acconciature prima effettuate dalle donne con le proprie mani divennero tanto artefatte da richiedere l'impiego di ciniflones e cinerari (parrucchieri), servi specializzati che si prendevano cura delle capigliature. La pionieristica messa in piega prevedeva un'arricciatura dei capelli con un ferro tondo chiamato calamistro (calamistrum), riscaldato nella cenere, e una tintura per nascondere la canizie. Per rendere l'aspetto delle matrone pi attraente i precursori dei moderni parrucchieri schiarivano i capelli di color bruno con il sapo, una miscela di sego e cenere di focolare, e con un miscuglio di cenere di betulla, tuorli di uova e fiori di camomilla creavano riflessi chiari su capelli scuri. Le misture usate per la tintura e il calamistro a volte danneggiavano irrimediabilmente i capelli o, peggio, ne procuravano la caduta, un male grave tuttavia superabile con l'impiego di fluenti parrucche importate dall'oriente.
Per soddisfare la loro vanit, le matrone romane amavano adornarsi con numerosi gioielli finemente lavorati, in particolar modo, anelli, collane, braccialetti al polso e alle caviglie, con pietre preziose incastonate. In voga e molto costosi erano i crotalia, particolari orecchini formati da pendagli che al movimento del capo emettevano un tintinnio simile al rumore prodotto dal serpente crotalo quando agita la coda. Miglioravano l'abbigliamento, spilloni d'osso, d'oro, di tartaruga e d'argento, appuntati nei vestiti o infilati tra i capelli, e preziose fasce dorate sistemate attorno alla fronte per sorreggere la capigliatura. Le donne romane ricche ci tenevano molto ai gioielli e si sarebbero sentite a disagio comparire in pubblico senza indossare un numero di preziosi rapportato al grado della loro alta condizione economica. Ogni incontro salottiero con amiche e conoscenti rappresentava motivo di pettegolezzo e l'opportunit per vantarne il possesso.
Un giorno Cornelia, figlia di Scipione Africano e madre dei famosi tribuni Tiberio e Gaio Gracco, ricevette la visita di un'amica la quale, com'era solita fare, indirizz la discussione verso lo splendore dei gioielli personali. Cornelia tir la conversazione per le lunghe in attesa che arrivassero i suoi due figli e quando giunsero Tiberio e Gaio, si rivolse all'amica dicendo: questi sono i miei gioielli!.
In una societ dal classismo esasperato e dove l'opulenza costituiva una delle tante condizioni discriminatorie, finalmente fuori dal coro si era alzata la voce di una donna colta e di nobili origini, che riteneva i figli, per le capacit intellettuali e le elevate doti morali, degli autentici gioielli superiori in valore ai preziosi monili dell'amica.
Non sempre nella storia di Roma le donne disposero liberamente dei gioielli di famiglia; durante la repubblica accaddero degli sconvolgimenti che portarono alla limitazione dell'uso dei preziosi.
Nella seconda guerra punica Annibale aveva invaso l'Italia e Roma a causa delle molteplici sconfitte patite dai suoi eserciti, culminate nel disastro di Canne, era precipitata in una profonda crisi. Per conferire alla citt un clima di austerit consono alla tragicit dei rovesci succedutisi senza discontinuit d'indirizzo, nell'anno 215 a. C., durante il consolato di Tiberio Sempronio Gracco e di Quinto Fabio Massimo Verrucoso, il tribuno della plebe Gaio Oppio era riuscito a fare approvare la legge che proibiva alle donne di possedere pi di mezza oncia d'oro (un'oncia = 27,288 gr.), di indossare vesti variopinte e di andare in carrozza a Roma o in altre citt comprese nel raggio di mille passi, tranne che in occasioni di feste pubbliche. Sopravvenuta la pace, nonostante Roma fosse uscita dalla guerra vittoriosa, la legge rimase vigente ma a cavallo tra le guerre contro Filippo di Macedonia e Antioco III, un avvenimento che all'inizio sembr insignificante, evolvendosi determin uno scontro d'idee. Alla fine della seconda guerra punica le fosche nubi che nulla di buono avevano lasciato presagire sulla sorte dell'Italia intera erano state spazzate via, lo Stato aveva riacquistato forza e il benessere della popolazione era ricominciato a crescere. I tribuni della plebe Marco Fundanio e Lucio Valerio, rendendosi interpreti della volont di molti cittadini sollecitati dalle loro donne, chiesero l'abrogazione della legge, ma altri due tribuni, Marco Giunio Bruto e Publio Giunio Bruto, si opposero. Si crearono due partiti contrapposti e molti uomini insigni, nel proposito, si espressero in pubblico chi a favore chi contro. Dalla parte del partito che ostacolava l'abrogazione della legge si schier, e non poteva essere altrimenti, il tradizionalista Catone il Censore, quell'anno (195 a. C.) console in carica insieme a Lucio Valerio Flacco. Passato alla storia con l'appellativo di Censore per la sua continua opera di fustigatore di costumi, il mortale nemico di Cartagine ostacolava ogni innovazione che facesse discostare il popolo dal mos maiorum, il solco tracciato dagli antichi padri poggiante sul rigore e sull'osservanza tradizionale dei costumi, che insieme formavano il collante sociale. Nelle novit percepiva un pericolo alle fondamenta della compattezza popolare e le combatteva con ostinazione. Reputava lo stile di vita ellenico molle e rilassato e cercava di opporsi alla sua avanzata, inoltre giudicava i Greci uomini dediti ai piaceri e riluttanti alle fatiche, quindi dai comportamenti antitetici al suo modo di concepire la vita basata sul sacrificio e sui valori morali.
Le donne, stanche dalle limitazioni patite a causa della guerra, protestando affollavano le strade di Roma e la loro schiera andava ogni giorno a ingrossarsi per l'accorrere di altre donne provenienti dalle borgate periferiche e perfino dalle citt vicine; fermavano i magistrati, anche i pi alti in carica, e chiedevano di potersi abbigliare come facevano prima che iniziasse il periodo delle ristrettezze. In quel fermento di folla gli oratori delle due parti controverse tenevano comizi nel Foro, chi a favore chi contro l'abrogazione della legge.
Quando gli tocc parlare, Catone incominci il suo discorso sostenendo che: Se ciascun marito avesse conservato la dignit e l'autorit di tenere a freno la moglie, i Quiriti non si sarebbero ritrovati timorosi nel Foro a difendere la libert calpestata dalle consorti. E continu: Le donne avevano perso la verecondia; invece che rivolgere le richieste ai mariti, scendevano in strada per protestare e insolentivano i magistrati importunandoli per strada. Tutto ci che gli antenati avevano stabilito, cio che le donne fossero sottoposte agli uomini, che dipendessero dai padri e dai mariti e non sbrigassero alcuna faccenda senza la guida di un tutore, stava regredendo; esse ormai non volevano rispettare quanto stabilito dai progenitori e volevano dedicarsi alla politica. Era necessario pertanto stringere i freni della libert a quegli esseri apparentemente docili che formulavano richieste una dopo l'altra, che se non negate avrebbero equiparato le donne agli uomini. Raggiunta la parit, le donne non si sarebbero accontentate e avrebbero superato gli uomini. Le donne volevano che una legge approvata dal popolo fosse abrogata soltanto perch non conveniva a loro, ma era risaputo che abrogando una legge s'indebolivano le altre e che le leggi non potevano e non dovevano soddisfare tutti i cittadini, per essere utili alla maggioranza. Non ci sarebbe stato motivo logico quindi di varare leggi che convenivano ad alcuni se poi altri avessero proposto di abrogarle perch non ne traevano utilit. L'avidit e la lussuria erano servite solamente ad abbattere i grandi imperi, bisognava quindi stare attenti alle ricchezze e agli ori che pi che essere conquistati conquistano. In tempi passati Pirro per mezzo dell'ambasciatore Cinea aveva cercato di corrompere gli animi di uomini e donne con doni, ma i regali non furono accettati. Per frenare l'avidit dei ricchi di allargare le propriet, i tribuni della plebe Gaio Licinio Stolone e Lucio Sestio Laterano avevano fatto varare la legge Licinia che limitava a cinquecento iugeri il possesso del terreno pubblico (ager publicus). E il tribuno della plebe Cincio Alimento aveva presentato la legge Cincia che stabiliva che gli avvocati non dovevano percepire denaro o altre forme di pagamento a seguito delle loro prestazioni, allo scopo di impedire che i plebei fossero gravati da tasse indirette corrisposte sotto forma di onorario ai senatori che li difendevano in giudizio. Dagli esempi portati gli ascoltatori potevano dedurre che al varo delle leggi si ricorreva solo in caso di bisogno, ogni qualvolta serviva porre fine a una situazione preoccupante per lo Stato. Pirro aveva cercato di corrompere gli uomini e le donne, ma loro non avevano accettato perch impediti dall'autocontrollo imposto dalla loro integrit morale. Non c'era stato, quindi, alcun bisogno quindi di varare una legge; negli altri due casi invece s, perch la legge, come una medicina, non andava propinata sempre, ma soltanto nel momento del bisogno.
I tempi erano cambiati e se Cinea fosse venuto in quel momento con i doni a Roma, le strade si sarebbero riempite di gente pronta ad accettarli, pertanto era necessario che la legge Oppia fosse mantenuta per contenere la bramosia delle donne di possedere gioielli. Con l'abolizione della legge si sarebbe scatenata una corsa all'acquisto dei preziosi, con le pi povere che avrebbero cercato di emulare le ricche. Di quella sorta di gara allo spendere ne avrebbero pagato le conseguenze i mariti, chi per un verso chi per un altro, sia coloro che avessero i soldi disponibili per accontentare le mogli sia coloro che fossero impossibilitati a soddisfare le richieste. Non pensassero i Quiriti che con l'abolizione della legge si sarebbe ritornato allo stato precedente al suo varo. Il lusso, fino allora tenuto sotto controllo dalle norme, era come una belva feroce in catene che esasperata dalla mancanza di libert, una volta riacquistatala, sarebbe stata impossibile da controllare. Termin il discorso esortando i cittadini a non abrogare la legge e auspic che gli di accompagnassero per il meglio qualunque decisione il popolo avrebbe preso.
Dopo Catone altri oratori tennero discorsi pi brevi sull'opportunit o meno di mantenere la legge Oppia, infine per la parte contraria prese la parola Valerio, uno dei due tribuni che proponevano l'abrogazione e disse che non sarebbe intervenuto se non avesse parlato prima Catone, persona eminente che per la considerazione e l'autorevolezza riscossa presso il popolo meritava una replica. L'autorevole console aveva affermato che le matrone avevano avuto l'ardire di scendere in piazza per contestare una legge ritenuta superata dagli eventi, contravvenendo alle usanze che volevano le donne estranee alla vita pubblica. Per confutare quanto egli aveva asserito sarebbe bastato leggere le Origini scritte da lui stesso: Le donne in momenti critici della storia di Roma erano intervenute, contribuendo con la presenza e con il comportamento a determinare uno sviluppo positivo degli avvenimenti di non facile soluzione. Gi agli albori della vita della Citt si erano frapposte tra i Sabini e i Romani facendo cessare il combattimento che infuriava nel Foro. All'inizio del periodo repubblicano le matrone con il loro intervento avevano convinto Coriolano a ritirare le truppe dei Volsci che assediavano Roma. E infine quando i Galli di Brenno la conquistarono, furono sempre le matrone a contribuire con l'oro personale affinch fosse riscattata. Per non tornare poi tanto indietro, anche le vedove in tempi recenti per impinguare le casse dello Stato svuotate dalla guerra contro Cartagine avevano contribuito con donazioni. E quando le sorti erano incerte, le pi insigni matrone insieme alle altre donne si erano recate sulla spiaggia ad accogliere la Magna Mater che proveniva dall'oriente, per pregarla di assistere Roma. Quanto alle leggi, era pur vero che non bisognava abrogarle a cuor leggero poich esse sono i principi regolatori dei comportamenti umani, ma occorreva distinguere le leggi che per la loro essenza bisognava lasciare immutate nei tempi (quelle delle dodici tavole), da altre varate per fronteggiare situazioni occasionali straordinarie. La legge Oppia non era stata promulgata per limitare i capricci di qualche matrona - tanto  vero che tutte le donne di Roma si erano comportate in modo irreprensibile -, ma per la necessit dettata dal momento, quando si paventava che Annibale potesse marciare su Roma. In quella situazione sfavorevole tutti avevano contribuito, ognuno secondo le proprie possibilit: i cavalieri anticipando i soldi per l'acquisto del frumento, i senatori e il popolo con donazioni in oro e argento a sostegno delle spese dello Stato. Con pagamenti da erogare alla fine della guerra furono acquistati schiavi dai loro padroni e armati per farli combattere. Cessata la guerra, tutti i provvedimenti decaddero, infatti, non si comprarono pi schiavi per arruolarli nell'esercito, n i pubblicani anticiparono i soldi per gli approvvigionamenti, ma lo Stato li pag in contanti all'atto della fornitura. Tutto ci a dimostrazione di quanto fosse migliorata la situazione economica dello Stato. Lasciando pertanto in vita la legge Oppia, dell'accresciuto benessere ne avrebbero usufruito solo gli uomini che avrebbero indossato toghe di porpora; le donne non ne avrebbero tratto vantaggio, anzi sarebbero state da meno dei cavalli bardati con magnificenza. Catone sosteneva che le donne romane non avrebbero sofferto se tutte avessero avuto poco o nulla, ma cos non sarebbe stato. Quando alcune avrebbero visto le mogli degli alleati, abbigliate con gioielli che a loro sarebbe stato proibito indossare, o girare in carrozza per la citt, mentre loro andavano a piedi, si sarebbero sentite sminuite come se fossero state le altre e non esse le abitanti della citt che deteneva il potere. Era vero che gli antichi padri avevano stabilito che le donne non potevano ricoprire n sacerdozi n esercitare magistrature n tanto meno partecipare a trionfi n spartire bottino n ricevere doni n essere decorate, ma avevano permesso che indossassero gioielli e curassero l'eleganza e l'acconciatura, cose di cui esse si vantavano. Bisognava quindi abrogare la legge, perch le donne preferivano che il loro abbigliamento fosse sottoposto al giudizio dei loro uomini e non alle restrizioni imposte dallo Stato. Dovevano essere gli uomini a tenere le donne sotto controllo e protezione, con moderazione tale da essere chiamati padri e mariti e non padroni. Esse, di costituzione fisica pi debole, avrebbero dovuto accettare qualunque decisione. Gli uomini invece dovevano prestare attenzione ai provvedimenti da prendere, poich pi grande era la loro autorit, pi moderatamente dovevano usare il potere.
Il giorno dopo che Catone e Valerio pronunciarono i loro discorsi, una moltitudine di donne ancora pi numerosa dei giorni precedenti si rivers nelle strade, si diresse verso le abitazioni di Marco Giunio Bruto e di Publio Giunio Bruto e non si allontan finch i due tribuni si convinsero di ritirare il veto opposto all'annullamento della legge che fu abrogata dai comizi tributi nel 195 a. C., venti anni dopo il suo varo.
L'abitudine di ingioiellarsi, mantenuta dalle donne romane durante la repubblica entro i limiti della moderazione, nel periodo imperiale debord e sconfin nell'esagerazione. Ricche matrone che caricate di monili e preziosi si recavano a feste private, sembravano gioiellerie ambulanti e nemmeno gli uomini erano da meno nell'ostentare sfarzo. Rotti gli argini della sobriet, lo sfoggio di ricchezza era straripato tra la societ fino a inondarla. Il popolo che aveva vinto una moltitudine di nazioni era stato vinto dal lusso.
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FINE Parte 1.